Collaboriamo con:



BLOG DI FEEL IT!

Di film e festival: la Cineteca di Bologna

Riconosciuta come una delle più importanti in Europa, la Cineteca di Bologna rappresenta uno dei pilastri della vita culturale cittadina, grazie anche alle manifestazioni portate avanti in questi anni che l'hanno consacrata a punto di riferimento cinematografico per la comunità. Situata nell'ex Manifattura Tabacchi dove sono gli uffici direzionali, la Cineteca di Bologna ha concentrato buona parte delle sue attività negli spazi dell'area che ospitava il macello comunale (questa vecchia destinazione d'uso è testimoniata da una testa di toro in terracotta visibile ancora oggi in una delle facciate), ora denominata piazzetta Pier Paolo Pasolini, dando vita così a una sorta di cittadella dell'audiovisivo: archivi, biblioteca Renzo Renzi, le sale cinematografiche intitolate ai fratelli Lumière cui di recente si sono aggiunti gli omaggi a Mastroianni e Scorsese.

 

La fondazione della Cineteca risale al 1963, ed è nel 2000 che essa si trasferisce nel distretto culturale della Manifattura delle Arti, in cui hanno sede il MAMbo (Museo d'Arte Moderna), i dipartimenti accademici di Scienze della Comunicazione e del DAMS, nonché il Cassero, sede dell'Arcigay.

La Cineteca possiede un vastissimo archivio cinematografico, stimato in circa 46.000 pellicole girate in 35 mm, 16 mm e Super 8, a cui si aggiungono i lasciti di produttori e distributori cinematografici. Un patrimonio culturale di assoluto rilievo, in cui spiccano le collezioni di cinema sovietico, di cinema muto e popolare italiano, di cinegiornali e documentari e classici della storia. Al suo interno la Cineteca accoglie anche un'enorme biblioteca, in cui tutti possono documentarsi sulla storia del cinema attraverso la consultazione dei 4.000 volumi, 1.100 testate di riviste italiane e straniere dall'epoca del muto ai giorni nostri, 18.000 audiovisivi, 200.000 manifesti cinematografici e oltre 1.500.000 fotografie. Un luogo studiato e pensato per favorire lo studio e la ricerca cinematografica intitolato a Renzo Renzi, tra i fondatori della Commissione Cinema del Comune di Bologna, antenato della Cineteca.

 

La dimensione internazionale della Cineteca, trasformata nel 2012 in Fondazione, si deve al laboratorio "Immagine Ritrovata", una piattaforma specializzata nel restauro cinematografico che usa metodologie in grado di intervenire su materiali filmici di ogni epoca. A testimonianza del grandissimo valore dell'opera svolta, l' "Immagine Ritrovata" è stata premiata il 30 aprile 2014 a Londra con il prestigioso "Focal International Award" nell'ambito dell'annuale Restoration/Preservation Conference promossa dal British Film Institute. Si trattava quindi del premio per il miglior restauro cinematografico del 2013, quello di "Manila in the claws of light", diretto nel 1975 dal regista filippino Lino Brocka.

Oltre a fungere da centro di ricerca e conservazione, la Cineteca basa ovviamente la sua attività sulla proiezione di film, fruibili all'interno dello storico cinema Lumière, trasferitosi nel 2003 negli spazi ricavati dalla ristrutturazione suddetta dell'ex macello. La programmazione cinematografica è improntata alla diffusione storica del cinema in tutte le sue forme, con un occhio di riguardo alle opere non più reperibili nel panorama distributivo, o comunque ignorate dal mainstream. La visione dei film è spesso accompagnata da dibattiti e momenti di approfondimento con registi, autori e critici, delineandone così un'identità culturale precisa.

Il Lumière si compone di due sale, dedicate a Federico Fellini e a Martin Scorsese, divise dalla celebrazione dei classici italiani e la proiezione di film d'essai, soprattutto europei.

 

La Cineteca di Bologna è inoltre attivissima sul fronte delle manifestazioni cinematografiche, come il "Biografilm Festival", rassegna dedicata alle biografie e ai racconti, giunto quest'anno alla tredicesima edizione. Un evento mondiale, che comprende conferenze, dibattiti, mostre, concorsi e sezioni tematiche, e che richiama in città aspiranti registi, professionisti del settore e semplici appassionati.

Alla Fondazione Cineteca va anche il grandissimo merito di due delle più piacevoli e importanti manifestazioni cinematografiche di Bologna, ossia il cinema all'aperto in piazza Maggiore e il Cinema Ritrovato.

"Sotto le stelle del cinema" è la rassegna estiva di piazza Maggiore, con proiezioni gratuite, che da fine giugno a metà agosto illumina la piazza con film che vanno dalle origini del Novecento ai giorni nostri.

"Il Cinema Ritrovato", quest'anno alla XXXI edizione, permette di rivivere l'emozione dei classici intramontabili. Il progetto è nato per trasmettere l'ineguagliabile bellezza di capolavori restaurati e proiettati in prima visione nella versione originale con sottotitoli in italiano.

La Cineteca propone sempre laboratori e visioni per bambini e ragazzi, promuovendo anche festival come l'ormai famoso "Schermi e Lavagne".

Last but not least, il meraviglioso progetto in corso della Cineteca per la riqualificazione dello storico cinematografo a pochi passi da piazza Maggiore, il cinema Modernissimo, riportando gli interni delle sale al loro originario splendore Liberty e creando le condizioni per un'esperienza di visione alla massima qualità possibile. Speriamo che entro la fine del 2017 potremo raccontarvi la storia della riapertura del Modernissimo!

Se passate da Bologna entro il 5 marzo, non perdetevi questa bellissima mostra sull'invenzione del cinematografo e già che ci siete andate a visitare la Cineteca! Qui tutte le informazioni, le proiezioni e gli eventi aggiornati.

 

Silvana

1 Commenti

La Valpolicella: tra i dolci vigneti di Verona

Oggi vi portiamo in un territorio che l'amore per il vino lo ha nel sangue: stiamo parlando della Valpolicella.

Ma dove si trova esattamente questo territorio?

 

Secondo alcuni il nome Valpolicella deriva dal latino 'Vallis-polis-cellae” che tradotto significa 'valle dalle molte cantine”. La zona, un complesso di tre valli, si estende su una superficie di 250 km quadrati e comprende una parte della città di Verona, il corso del fiume Adige, un braccio dell'entroterra del lago di Garda e una vasta zona dei monti Lessini. 

 

Territorio florido grazie al microclima che si forma dall'incontro delle brezze mitigate del lago e l'aria fresca dei monti : non solo vigneti che danno origine ai migliori vini della Regione, ma anche una vasta coltivazione di ciliegi e dell'olivo che fa della Valpolicella un importante produttore di olio di qualità.

 

Le più antiche tracce di coltivazione della vite risalgono al V secolo a.C.. In età romana il vinum Rhaeticum, indicato da Plinio come tipico della zona, ricordato da numerosi poeti quali Virgilio e Marziale, era il preferito dell'imperatore Augusto.  I vigneti sono costituiti dalle varietà autoctone Corvina Veronese, rondinella e molinara che sono alla base del Recioto e dell'Amarone. I pendii della Valpolicella, di nuovo oggi come in passato, sono ridisegnati dalle marogne, deliziosi muretti a secco tipici della zona che si diffondono a partire dal XV secolo.

Stessa combinazione di uve per Recioto e Amarone che vengono sottoposte, dopo la raccolta, all'appassimento nelle tradizionali fruttaie, una tecnica enologica antica, praticata fin dall'epoca romana. Nelle fruttaie le condizioni di temperature e umidità sono tenute sotto controllo per disidratare gli acini concentrando tutte le sostanze che compongono l'uva. Otteniamo così il Recioto dolce o abboccato con una forte presenza di zuccheri non fermentati e l'Amarone asciutto e privo, o quasi, di residui zuccherini.

 

Ma ora vi raccontiamo i vini più deliziosi della zona. Pronti a sperimentare?

 

Recioto

Il primo documento in cui compare il termine di Recioto risale al 1888, il suo nome deriva dall'espressione dialettale 'recia” (orecchia) la parte alata del grappolo, quella più dolce e spargola con maggiore esposizione al sole. Le uve sono raccolte più tardi di quelle destinate all'Amarone e vengono lasciate in appassimento per un periodo ancora più prolungato. 

Vino da atmosfera, ma, da provare, un goccio di Recioto nei tagliolini in brodo con i fegatini, oppure con la soppressa veronese dolce e stagionata. Abbinamento ideale con la pisotta, tipica focaccia il cui nome ricorda l'antico gioco popolare della tradizione e con i dolci della Lessinia.

 

Amarone

Complesso ed equilibrato, l'Amarone. La nascita del nome si fa risalire al 1936, mentre la prima bottiglia oggi esistente etichettata Amarone è datata 1940 ed è conservata presso la Cantina Sociale di Negrar. Vino rosso corposo, è la versione secca del Recioto, l'etimologia della parola sta a significare l'assenza di dolce, cioè vino secco e non tanto il gusto amaro. La sua commercializzazione ebbe inizio solo nel dopoguerra e nel 1968 arrivò il riconoscimento della Doc. Si abbina con lo stracotto e con gli arrosti in genere e la selvaggina di pelo.

Altre denominazioni

Le altre denominazioni sono Valpolicella classico, Valpolicella classico superiore e Valpolicella ripasso. Il ripasso è una pratica di cantina che consiste nella seconda riferimentazione del Valpolicella con le vinacce ancora umide utilizzate per la fermentazione dell'Amarone. Il Ripasso ha maggiore struttura e corpo del Valpolicella Classico. Questa tecnica è stata reintrodotta a metà degli anni 60 da un produttore del luogo.

Il Valpolicella classico trova svariati abbinamenti dai prodotti della norcineria locale, ai primi piatti di riso, alle zuppe di verdure fino ai secondi della cucina tradizionale come il bollito o il fegato alla veneziana; ed ancora, proprio per la sua non eccessiva struttura, con il pesce, baccala'o luccio in salsa.

La maggiore struttura del Valpolicella classico superiore richiede un abbinamento con secondi piatti di carne rossa alla griglia, arrosti e la Pastissa' de caval (carne di cavallo cotta con cipolla, verdure ed erbe aromatiche).

 

Il Consorzio

Il primo organismo di tutela dei vini della Valpolicella fu costituito nel 1925; nel 1970 nasce il Consorzio per la tutela dei vini della Valpolicella, con sede presso la Camera di commercio di Verona, che ha adottato il marchio, ancora oggi in uso, di San Zeno, vescovo di Verona. Gli scopi essenziali del Consorzio consistono nel tutelare, valorizzare e curare gli interessi relativi alla denominazione.

Strada del vino Valpolicella

Sul territorio è stata istituita la Strada del vino Valpolicella con l'obiettivo di favorire il turismo alla scoperta del vino, della cucina, del patrimonio artistico ed ambientale del territorio: deliziosi borghi come San Pietro in Cariano, Fumane, uno dei centri più antichi, Negrar; pievi romaniche, ville cinquecentesche come Villa dela Torre, parchi naturali come quello delle Cascate con la Pesciara di Bolca ed il suo giacimento di fossili dell'era terziaria.

 

Il Palio

Numerosi sono le manifestazioni enologiche: il palio del Recioto, istituito nel 1953, si tiene tutti gli anni il lunedi di Pasqua a Negrar., al palio è abbinato un concorso che premia i migliori prodotti dell'annata; la Festa dei vini classici della Valpolicella a cui è abbinata la Magnalonga; la Festa del Recioto, la sagra dell'uva e del vino a Fumane e proprio alla fine di gennaio l'anteprima Amarone.

E se, come diceva Seneca Il sommo bene è l'armonia dell'anima, per ritrovarla può essere gradevole una sosta di benessere nella seicentesca Villa Quaranta, immersa in un ampio parco giardino, per ritrovare l'equilibrio e rigenerarsi nelle Terme della Valpolicella. E poi si può decidere di assaporare l'accurata cucina presso il Ristorante e di rivivere l'incanto dei luoghi sorseggiando quel vino della Valpolicella che più vi ha emozionato.

 

Siete pronti per inforcare la bicicletta e farvi un giro con noi?!?

 

Laura

5 Commenti

Il panorama meraviglioso sulle colline romagnole, tanto verde e una storia affascinante.

Cesena, che della Romagna è degna rappresentante, diventata anche provincia insieme a Forlì nel 1992, è secondo me ancora turisticamente abbastanza sottovalutata. Molti dei suoi tesori sono sconosciuti ai più, altrettanto lo è la sua storia; Cesena ha infatti, tra le altre cose, dato i natali a due papi e promosso la costruzione della prima biblioteca civica europea. Mi sono ripromessa di scrivere un post che ve la faccia conoscere e apprezzare come merita.
Oggi vorrei però partire da uno dei suoi monumenti più importanti, la bellissima Rocca Malatestiana.Posta sulla sommità del colle Garampo e circondata dal Parco della Rimembranza, è una fortezza nata per difendere la città; quella attuale è la terza fortificazione costruita a poca distanza dalle rovine delle due precedenti di epoca tardo-romana e medievale. La prima fortezza, detta "Rocca antica", si trovava più a monte, sull'antico "castrum romanum", e venne distrutta da una frana provocata da una piena del fiume Savio intorno all'anno 1000. Successivamente fu costruita più a valle la seconda, detta  "Rocca vecchia", nota come "Rocca dell'Imperatore" perché vi soggiornò Federico Barbarossa.

Nella primavera del 1357 Cia degli Ubaldini, moglie di Francesco II Ordelaffi, signore di Forlì, guidò l'ultima resistenza della Rocca di Cesena contro le milizie Papaline del terribile cardinale Albornoz. Dopo mesi di battaglie, Cia dichiarò resa il 21 giugno e abbandonò Cesena incendiando il campanile della cattedrale, come ultimo sfregio alla Chiesa.
La strada in cui si trova la Rocca ha preso il nome da questa straordinaria e coraggiosa donna.
La Rocca venne distrutta nel 1377 dall'esercito dei Bretoni, che saccheggiarono e incendiarono l'intera città. Ai nuovi  signori, i Malatesta, si impose l'obbligo di edificare una nuova Rocca. Fu scelta una posizione a ridosso della città e, intorno al 1380, Galeotto Malatesta diede inizio ai lavori, proseguiti poi sotto Andrea, Carlo e quindi Malatesta Novello. Nonostante questi fosse arrivato al punto di indebitarsi per vederla compiuta, alla sua morte nel 1465 i lavori, condotti negli ultimi anni dal fanese Matteo Nuti, non erano ancora conclusi. Le opere ebbero termine nel 1480, sotto la dominazione pontificia. Nel 1500 Cesare Borgia eresse Cesena a capitale del Ducato di Romagna, centro del suo potere. Nel 1502 arrivò Leonardo da Vinci, incaricato da Borgia di rilevare le fortificazioni delle città di Romagna conquistate. Della sua attività restano i rilievi della cinta muraria, con annotazioni sulle due rocche, e il disegno dei rastelli che proteggevano la porta principale di accesso alla rocca Nuova.

Fino alla fine del Settecento la Rocca mantenne la sua funzione di fortezza militare, ma dopo l'epoca napoleonica venne trasformata in carcere.

 

Monumento interessantissimo dal punto di vista militare, con la sua pianta vagamente pentagonale e i cinque torrioni angolari (cui vanno aggiunte due torri di raccordo e una terza solo ipotizzabile) di diversa forma e sezione, la Rocca di Cesena è oggi visitabile quasi nella sua interezza.

La porta d'ingresso si trova su una cortina spessa ben 12 metri e conduce alla "corte", oggi ridotta a semplice prato, dominata dai due torrioni centrali: il "mastio" o "maschio", alto e a pianta quadrata (dove è ospitato uno spazio espositivo delle ceramiche malatestiane) e il "palatium" o "femmina", tozzo e a pianta rettangolare, sede del Museo di Storia dell'Agricoltura. Al piano seminterrato sono conservati carri agricoli, calessi e attrezzi da lavoro. Al piano superiore è stata ricostruita una cucina contadina e una camera da letto. Al secondo piano sono esposte immagini e attrezzature che raccontano l'intero ciclo della canapa, e ancora attrezzi per il ciclo del grano. Al terzo piano è documentato l'intero ciclo dell'uva e del vino, sempre attraverso immagini e attrezzi. In questo stesso torrione si possono ammirare anche diversi tipi di armature, elmi, lance, alabardi, scudi e spade, oltre ad armi da fuoco di diverse epoche.

La torre maschio presenta, oltre alle già citate mostre tematichedi ceramiche e maioliche ritrovate negli scavi archeologici del centro storico, la stanza del Comandante della fortezza, che conserva i resti di un antico camino, nicchie, sedili e uno splendido soffitto a spirale. Dalla stanza parte una scala interna al muro, che permette di accedere al piano superiore dove sono custodite due celle del sistema carcerario che presentano, sulle pareti, disegni ed iscrizioni lasciate dai prigionieri.

Dalla torre maschio si scende, attraverso il ponte fisso, sul bastione ovest, dove inizia la passeggiata panoramica sulle mura.

 

Percorrendo i camminamenti interni si attraversa il "corridoio del pozzo", così chiamato per via di una grata a metà corso che si affaccerebbe sul famoso "pozzo dei rasoi", una tortura abbastanza diffusa che prevedeva di gettare i prigionieri nel pozzo, facendoli morire tagliati dalle lame che affioravano dalle pareti. Secondo altre interpretazioni, quello poteva essere un passaggio segreto da usare come via di fuga dal castello in seguito ad attacchi a sorpresa. Vi sono poi un corridoio dei fantasmi, una stanza delle torture e leggende affascinanti da scoprire.

 

I camminamenti situati nella parte superiore della fortezza venivano usati dai soldati come posizione difensiva del territorio. Dagli spalti imponenti si può godere di un panorama mozzafiato, che dalle colline arriva al mare.

 

Dal giugno 2012 la Rocca, con la nuova gestione affiancata dal Comune di Cesena, si è aperta alla città e alla ricerca contemporanea in molti settori, diventando spazio comune di incontro, centro di produzione storico-culturale, artistica, sociale, turistica ed enogastronomica, sportiva e ambientale. Durante la stagione estiva è possibile assistervi a concerti e altre manifestazioni. Qui trovate il calendario aggiornato degli eventi e altre informazioni utili per la visita.
Se decidete di fare un giro da queste parti, saremo ben liete di accompagnarvi!

 

Silvana

0 Commenti

Bologna la grassa: di tortellini, tagliatelle e ragù.

L'Epifania, si sa, tutte le feste porta via, e noi ci lasciamo alle spalle un bel po' di pranzi, cene, riunioni mangerecce di ogni tipo. Proprio per questo abbiamo pensato di concludere il periodo festivo con un post dedicato alla ricca cucina bolognese, anzi alla pasta fresca bolognese.

Da domani dieta, vero? Ma domani è sabato.. facciamo da lunedì? Che fatica, ragazzi, stare a dieta a Bologna!

Tagliatelle, tortellini, friggione, lasagne verdi, ragù classico alla bolognese, spuma di mortadella, cotoletta alla bolognese, certosino, crescente, torta di riso: sono tutti piatti tipici della tradizione bolognese la cui ricetta è stata depositata con atto notarile, pensate un po', alla Camera di Commercio. Sono ormai una trentina le ricette con l'imprinting dell'ufficialità conservate nel palazzo della Mercanzia: il patrimonio di "Bologna la grassa", una definizione risalente addirittura al XIII secolo, quando la si ritrova nel "Roman du Comte de Poitiers", romanzo d'Oltralpe che attesta la vastità della fama godereccia della città delle torri. Nei secoli successivi il Senato bolognese intervenne in più occasioni per evitare i pranzi eccessivamente ricchi, consentendo, all'interno dei banchetti, "soltanto" sei portate di carne, non si sa se per ragioni di salute dei cittadini o per evitare lo spreco di cibo e il consolidarsi della reputazione di città gaudente. Ma con l'avvento dei Bentivoglio tutti i divieti vennero meno. La famosa definizione di Ippolito Nievo "a Bologna si mangia in un anno quello che a Venezia si mangia in due, a Roma in tre e quanto basta per cinque anni ai torinesi e per venti ai genovesi" trova elementi di riscontro, per lo meno nel passato.
Tornando ai giorni nostri, in principio fu la tagliatella. Era il 16 aprile 1972 quando per la prima volta una ricetta venne depositata con un atto notarile alla Camera di Commercio. Vi si stabiliva intanto che, per essere chiamata tagliatella, la striscia di pasta deve misurare otto millimetri, una volta cotta e servita in tavola con il suo condimento, l'equivalente della 12.270esima parte della torre Asinelli. Se di una larghezza diversa, la pasta non può essere chiamata tagliatella ma tagliolino (tre millimetri), capello d'angelo (un millimetro), pappardella (dodici millimetri) ecc.

A ogni misura corrisponde l'adeguato condimento, regola a cui non si dovrebbe trasgredire, a meno di essere chef affermati e creativi che possono permettersi di sperimentare varianti fuori dal "canone". Quindi, i formati più fini si sposano con il brodo oppure con olio e parmigiano; i tagliolini con un sugo di pomodoro, un ragù di carne bianca o di pesce; le pappardelle con i funghi  e la cacciagione; la tagliatella classica vuole il ragù tradizionale o al massimo accetta varianti di prosciutto o salsiccia. Come per molti piatti della tradizione, anche per le tagliatelle c'è un origine leggendaria: sarebbero state inventate in omaggio ai biondi capelli della sposa in occasione di un matrimonio, non si sa se quello tra Lucrezia d'Este e Annibale Bentivoglio nel 1487 o quello tra Lucrezia Borgia e Alfonso d'Este nel 1503, a opera di uno chef di nome Zefirano. Tra le ricette salvate dalla Camera di Commercio c'è anche una variante: le tagliatelle di castagne, cioè realizzate con farina di castagne e condite con pancetta e pecorino.

Come abbiamo detto, la tagliatella classica esige il ragù bolognese tradizionale, la cui ricetta venne ugualmente depositata alla Camera di Commercio nel 1982. Pare che, allo scopo di redigere la vera e autentica ricetta del ragù, la delegazione bolognese dell'Accademia della Cucina abbia svolto ricerche riguardo alle caratteristiche della salsa in rapporto alle abitudini e alle possibilità alimentari dei vecchi bolognesi; a quali ingredienti fossero facilmente reperibili ma anche economici in questo territorio; al tipo di utensili a disposizione; ai ricordi tramandati dagli anziani e alle tradizioni delle famiglie bolognesi. In base a ciò è stato accertato che la carne deve essere rigorosamente cartella di manzo e pancetta distesa tritata con la mezzaluna. Il ragù deve poi cuocere in un tegame di terracotta ed essere mescolato con un cucchiaio di legno.

 

Un primo piatto con cui il ragù è considerato piuttosto eretico sono i tortellini, che a Bologna non prevedono varianti al brodo di carne di cappone. La ricetta autentica dei tortellini fu depositata davanti al notaio il 7 dicembre 1974 e fu certamente l'esito di un lungo confronto tra gli accademici della cucina, perché sotto le due torri il dibattito sul ripieno dei tortellini vede schierate diverse scuole di pensiero, tutte convinte di possedere la ricetta DOC. Ma una volta risolto il problema del contenuto, il dibattito riprese sulla consistenza della sfoglia, la grandezza e la forma del famoso "ombelico di Venere". Così gli esperti dovettero tornare davanti al notaio il 19 febbraio 2008 per depositare l' "autentica" di queste altre caratteristiche del prodotto. Quindi: la sfoglia deve essere tagliata in quadrati di 4-4,5 centimetri per lato perché i tortellini devono essere piccoli, in modo che ve ne stiano diversi sul cucchiaio una volta cotti (pare almeno quattro), e il peso di ciascuno deve essere di cinque grammi. La progettazione del piatto richiede molto anticipo perché i tempi, se si tratta di una realizzazione casalinga, sono piuttosto lunghi: "Il lombo va tenuto a riposo per due giorni con sopra un battuto composto di sale, pepe, rosmarino ed aglio, quindi va cotto a fuoco lento, con un po' di burro e poi tolto dal tegame e ripulito del suo battuto", recita la ricetta. Poi, una volta preparato l'impasto, con mortadella, prosciutto crudo, uova, parmigiano e un odore di noce moscata, deve essere lasciato riposare almeno per ventiquattro ore prima di riempire i tortellini. Considerato quindi il tempo che occorre per tirare la sfoglia, chiudere i tortellini, preparare il brodo e cuocerli, si capisce che non è un piatto realizzabile tutti i giorni, almeno se si vogliono rispettare le regole dell'Accademia. Nessuna variante è contemplata. L'unica alternativa "di magro" ai tortellini sono i tortelloni da vigilia, ricetta autentica depositata il 17 maggio 2006. Come suggerisce il nome, la ricetta non prevede carne: il ripieno è di ricotta, parmigiano e prezzemolo, mentre il condimento è a base di burro e pomodoro.

 

Esige invece il ragù la laboriosa ricetta delle lasagne alla bolognese, anch'essa ovviamente depositata. Oltre al ragù, come da formula autentica, di base è la sfoglia che deve essere rigorosamente verde, cioè preparata con gli spinaci. A Bologna per lasagne si intendono quadrati di sfoglia affiancati in una teglia e sovrapposti in vari strati in cui si alternano ragù, besciamella e parmigiano e ripassati in forno; la ricetta depositata prevede che ci siano almeno sei strati.

 

Tipi di pasta fresca tradizionali della cucina bolognese sono anche i garganelli, la gramigna, i quadretti o quadrucci.

Per il brodo, oltre ovviamente ai tortellini, sono deliziosi passatelli e zuppa imperiale.

 

A dieta da lunedì dicevamo? Siamo sicuri? :)

 

Silvana

Il Capodanno veneto: quando "el Cao de Ano" era il Bati marso!

A pochissimi giorni dal Capodanno, Feel Italy vi porta in viaggio nel passato, per raccontarvi la storia di una tradizione antichissima, ma che purtroppo è andata persa: la storia del Capodanno in Veneto che, inaspettatamente, coincideva con il Bati marso.

Esatto, avete capito bene! Nella Repubblica Serenissima il Capodanno si festeggiava il 1 marzo! Andiamo a scoprire perché.

  

Nelle regioni del nord, come il Veneto appunto, era fisiologico scandire il tempo associandolo alle stagioni.

L'inverno, freddo e poco luminoso, era un tempo di attesa, rintanati nelle casupole, o possibilmente nelle stalle, a "far filò".

Il paesaggio circostante, inoltre, induceva ad una sorta di introspezione, legata anche alle festività del periodo, come ad esempio il "giorno dei morti" suggerisce. A fine dicembre, invece, si era nell'attesa della rinascita, e nei giorni che seguivano il solstizio d'inverno si percepiva l'aumento progressivo della luce, indicandone, pieni di speranza, la quantità: "Da Nadal on passo de gal, da la Vecéta un'oreta" (nella versione più realistica "on passo de muséta").

 

Il desiderio di primavera e di calore era chiaramente ripreso da bel altri detti: "Sant' Antonio, se no gh'è el giazzo el lo fa, se el gh'è el lo desfa" (S. Antonio abate – 17 gennaio); "San Sebastian co la viola n man" (S. Sebastiano – 20 gennaio); "Per San Paolo, el giasso va al diavolo" (Conversione di S. Paolo – 25 gennaio); "Candelora nuvolora, de l'inverno semo fora" (S. Maria V. della Ceriola – 2 febbraio).

 

E' proprio l'ultimo di questi detti, incita gli animi a non scoraggiarsi. Verso gli inizi di marzo, infatti, la primavera comincia a far capolino tra la natura. La vegetazione inizia timidamente a ri-nascere;  per incitarla nasce dunque il batimarso, segnato dal baccano prodotto con la percussione di lamiere, bidoni, pignatte e ogni genere di oggetti metallici, ritmato con filastrocche su marzo, usuali di ogni luogo, da parte dei giovanotti del paese. Esso era il vero Capodanno delle stagioni, del ritmo di una vita che viveva in totale sintonia con il mondo circostante, che ne conosceva l'autentica natura. Un Capodanno che corrispondeva ad un risveglio reale e tangibile.

 

Ecco, dunque, da dove nasce l'etimologia dei mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre: essi erano effettivamente il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno, come indicano i loro nomi. Gennaio e febbraio erano, insomma, gli ultimi mesi dell’anno. Nei documenti dello Stato si scriveva, in latino, “more veneto”, alla maniera veneta.

Il calendario gregoriano voluto da papa Gregorio Magno nel VI secolo aveva invece collegato il Natale alle festività per l’anno nuovo a quelle del Natale. La conquista napoleonica del 1797 introdusse il calendario gregoriano anche a Venezia. Per la Serenissima il capodanno veneto del primo marzo era infatti una festività ufficiale.

 

 

 

Il Bati marso era un'usanza diffusa in quasi tutto il Veneto (nell'area montana era un momento decisamente importante, basti immaginarsi che la neve poteva tardare a sciogliersi ad inizio aprile) nel Trentino, in Friuli e in alcune altre località del nord Italia. Il nome poteva essere diverso: osade de marso, ciamare marso, tratomarso, batar marso, batar l'erba, criar marso, incontrar marso, movar incontro a marso, brusamarso, Kalendimarso, batare i pulzi ecc.

Questa tradizione aveva profonde radici nel tempo, e probabilmente come tante che segnavano i passaggi di stagione e i giorni degli equinozi e dei solstizi ( Natale, Epifania, S. Giovanni,ecc.), risalivano alla preistoria o a Roma. 

Nel giorno prima del plenilunio che si manifestava dopo il primo di marzo, anticamente corrispondente all'inizio dell'anno (come nei territori della Repubblica di Venezia), un uomo vestito di pelli, chiamato Mamurio Veturio (il vecchio marte), che significava il marzo dell'anno precedente era cacciato fuori della città a bastonate. Si potrebbe quindi trovare una corrispondenza con il nostro batimarso e anche con il brusar carnevale.

 

È il caso anche di puntualizzare che Marte originariamente era il dio della vegetazione e che più tardi, essendo il mese nel quale si radunavano i guerrieri (Campo di Marte, donde il toponimo Campomarzo di Lendinara), prima di andare a saccheggiare e ad invadere, divenne dio della guerra. Si può supporre che in seguito si siano associati i cosiddetti maridozi, probabilmente perché erano un po' di conseguenza di quest'esplosione giovanile del batimarso. Consistevano in grida di proposte in burlesco di abbinamento matrimoniale, sempre la sera del primo marzo, sotto la casa delle giovani da marito.

 

All’imbrunire del primo giorno di marzo s-ciàpi (gruppi) di giovani andavano per i paesi, fermandosi davanti alle case delle tose (ragazze) da sposare, e con trombe, corni, campanelli e bidoni vuoti incominciavano una diabolica sinfonia, accompagnati da urla e fisc-i (fischi). Terminato il baccano, il caporione della comitiva chiamava per nome la ragazza da maritare, assegnandole cioè un marìo (marito). Ecco una parte della lunga filastrocca di quella giornata di festa:

 

Ti (nome della signorina) se non ti si al balcon,

leva suzo (su) che xe arivà un buon partito,

ma che partito che sia mi non lo so;

speta che me supia (soffia) il naso e dopo te lo dirò.

Xe qua Marso, e Marso volen che sia

de la bela ragassìa.

 

Qualche volta per far arrabbiare le ragazze più bella, i ragazzi proponevano per marito un vecio, un stùrpio o un desgrassià (un vecchio, uno storpio o uno sciancato); allora, piene di rabbia, invece d’invitare i giovani a bere un bicchiere di vino, dalle finestre buttavano giù un caìn(catino) d’acqua fredda o, peggio ancora, un vaso da notte!

 

Se non avete, dunque, deciso cosa fare a Capodanno, vi suggeriamo di festeggiarlo tra qualche mese!

 

Laura

3 Commenti

Presepi, mercatini e panone, le feste di Natale a Bologna.

"Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale, credevo che Bologna fosse mia", cantava un giovane Guccini nel 1972. A Bologna niente fa più Natale dell'arrivo dei banchetti della fiera di Santa Lucia.

Sotto il portico dei Servi, in Strada Maggiore, da metà novembre fino al 26 dicembre, torna ogni anno l'appuntamento con il tradizionale mercatino di Natale: vi si trovano statuine per il presepe, dolci e caramelle di ogni tipo, alberi di Natale con annessi addobbi, idee regalo per tutti i gusti. Le origini della fiera sono molto antiche, risalgono alla fine del XVI secolo, quando papa Gregorio XIII donò alla diocesi di Bologna una reliquia di santa Lucia. Allora la fiera si svolgeva sul sagrato della chiesa omonima in via Castiglione dove i fedeli potevano acquistare icone, preghiere, incisioni, ritratti sacri. In seguito apparvero sculture in terracotta, gesso o cartapesta che finirono con l'entrare nelle case di tanti bolognesi. La fiera fu sospesa nel periodo napoleonico e riprese a metà dell'800 sotto lo stato pontificio, trasferendosi nel portico monumentale della basilica di Santa Maria dei Servi e diventando un punto di riferimento della tradizione iconica del presepe bolognese.


Nel corso degli anni, a questo mercatino se ne sono aggiunti molto altri.

Tra i più caratteristici, la fiera di Natale nel centro storico di Bologna, in via Altabella, vicino al palazzo arcivescovile e alla cattedrale di San Pietro e il mercatino di Natale francese, che ha preso piede negli ultimi anni e si tiene in piazza Minghetti fino al 21 dicembre: casette in legno, una Tour Eiffel in miniatura, formaggi, vini, cioccolato, baguette, pain au chocolat, biscotti, saponi e tante altre delizie riempiono la piazza, e ci si può anche fermare ad assaggiare ostriche e champagne, cassoulette, patate provenzali e altre specialità francesi.

 

Forse non è noto a tutti, ma anche Bologna, così come Napoli, ha una tradizione presepistica piuttosto antica.

I personaggi del presepe bolognese sono modellati o scolpiti in materiali quali terracotta, legno, cartapesta o gesso senza l'ausilio della stoffa per completare gli abiti. Caratteristica del presepe bolognese sono due personaggi originali: la Meraviglia, un personaggio femminile che esprime lo stupore di fronte agli eventi della natività e il suo opposto, il Dormiglione, una statuetta maschile che passa il suo tempo dormendo, senza accorgersi degli eventi.

Si possono ammirare i presepi classici della cattedrale di san Pietro, della basilica di san Petronio o della basilica di san Francesco che dagli anni cinquanta propone un affascinante presepe meccanico con effetti sonori e di luci. Anche il comune di Bologna ospita dal 2004 un presepe che viene allestito nel cortile d'onore di palazzo d'Accursio.

Alla mezzanotte del 31 dicembre, in piazza Maggiore, prende vita un'antica e consolidata tradizione bolognese e dei comuni limitrofi, ossia il rogo del vecchione, che consiste nel rogo di un grande fantoccio dalle sembianze di vecchio per festeggiare il capodanno. Il vecchione rappresenta appunto l'anno vecchio, con tutti i problemi che ha portato. Lo si brucia per lasciarsi tutto alle spalle e per accogliere il nuovo anno con speranza e fiducia. La tradizione del rogo di capodanno risale al 1922, quando viene bruciato per la prima volta in piazza Maggiore, nella notte di san Silvestro, un grosso fantoccio di cartapesta imbottito di petardi, realizzato in paglia e stracci da artigiani del territorio; negli anni bisestili veniva realizzato un fantoccio dalle fattezze femminili.
Dall'inizio della tradizione del rogo del vecchione, i festeggiamenti del capodanno includevano anche bande musicali e lotterie; dal 1986 la spettacolarizzazione è diventata sistematica con l'organizzazione di eventi promossi dal comune di Bologna, che prevedono l'esibizione di artisti dal vivo. Dal 1993 si è scelto di assegnare l'ideazione del vecchione ad artisti legati alla città. La loro poetica ha arricchito il rogo di messaggi di anno in anno nuovi e di pari passo anche la realizzazione si è raffinata per veicolare il pensiero degli artisti. Questa "nuova" tradizione è proseguita fino al giorno d'oggi, interrotta solamente durante i 5 anni della giunta Guazzaloca e nell'unico anno della giunta Delbono.

E poi c'è l'Epifania, che tutte le feste porta via. L'evento dei re magi giunti a Betlemme per adorare Gesù Bambino, viene ricordato a Bologna con un corteo composto da molte persone in costume, con greggi di pecore e guerrieri a cavallo che scortano i re magi, sui loro cammelli, alla mangiatoia allestita sul sagrato della basilica di san Petronio.

Infine, come si fa a non parlare di cibo? Siamo a Natale, a Bologna, la tradizione culinaria merita uno dei posti d'onore. Il pranzo delle feste parte ovviamente dai tortellini, quelli buoni, con la T maiuscola, cotti nel brodo di cappone, per passare poi allo zampone accompagnato da purè di patate e un misto di carne bollita con la sua buonissima salsa verde.
Per concludere degnamente, a Bologna non può mancare la sfilata finale di dolci: la torta di riso, la pinza con pasta frolla e mostarda bolognese, il certosino con mandorle, pinoli, cioccolato fondente e canditi, e il panone, preparato in varie versioni ma comunque a base di farina, mostarda di mele cotogne, miele, cioccolata fondente e fichi secchi.

Buon Natale a tutti voi che ci leggete, che siano festività di gioia e tanto cibo buono!

 

Silvana

0 Commenti

Padova, seconda stella a destra!

Si apre la stagione delle visite guidate alla Padova stellata firmata Bas Bleu!

"Il cielo a volte entra nelle città. E si nasconde sotto un portico, dentro a una chiesa, sulla facciata di un palazzo". *

Questa citazione è l'introduzione ad una delle guide più sorprendenti degli ultimi anni sulla città di Padova, sulla concezione di tempo, cielo ed astri. Il rapporto uomo-cielo, le scoperte scientifiche e, dunque, l'evoluzione dello stesso rapporto negli anni, anzi, secoli.

La guida in questione si chiama "Padova, seconda stella a destra", curata da Bas Bleu Illustration ed ideata, nonché scritta, da Leopoldo Benacchio, astronomo ordinario di INAF.

Prima c'erano "solo" la Luna, il Sole, astri (più o meno conosciuti); a seguire furono inventate le meridiane ed orologi astronomici. Ma non solo: se osservate la città di Padova con occhi nuovi e curiosi, scoprirete che l'essere umano sviluppò una certa "tensione" al divino rapportandosi, dunque, al cielo.

Lo vediamo negli stemmi, negli affreschi, nelle sculture. il patrimonio artistico-culturale ereditato dalle generazioni prima delle nostre è veramente vasto, ma bisogna cercarlo, e per farlo vi consiglio un salto direttamente in quel di Padova, "a riveder le stelle"; non solo quelle astronomiche, ma anche quelle che costituiscono il lato più misterioso di Padova. Ed è così che questa guida diventa il fil-rouge tra i segni celesti padovani e lo spettatore, ignaro dell'immenso patrimonio che conserva questa splendida città. Dei trecento segni celesti registrati dai curatori della guida, ne sono stati raccolti ben trenta, e la sorpresa nel ri-conoscerli sarà incredibile!

La rassegna di visite guidate continuerà ancora per alcuni mesi, con novità ed una interessantissima collaborazione con Feelitaly! Stay tuned!

 

SAVE THE DATE!

domenica 18 dicembre 2016, ore 17

29 dicembre 2016

3 gennaio 2017

6 gennaio 2017

7 gennaio 2017

 

Il costo è di 15 euro, 20 euro per visita guidata e guida cartacea.

Le prenotazioni si raccolgono fino a due giorni prima di ciascuna visita.

info@basbleu.it

cell. 388 6186656

 

 

 

1 Commenti

"Oh, come il mio cuore arse di fanciullesca passione quando lontano oltre falaschi e stagno vidi quella Città Santa ergersi netta" O. Wilde

Città d'arte e cultura, città del mosaico, città antica che 1600 anni fa è stata tre volte capitale: dell'impero romano d'occidente, di Teodorico re dei goti, dell'impero di Bisanzio in Europa. Ravenna ha raggiunto, a ragione, una fama mondiale, ereditando dalla magnificenza passata una mole di monumenti invidiabile. Ad oggi, sono ben otto gli edifici dichiarati patrimonio dell'umanità dall'Unesco.
L'arte del mosaico non è nata a Ravenna, ma qui ha trovato la sua più ampia espressione, tanto da farla diventare la capitale di quest'arte. Proprio a Ravenna sorge il Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico (www.mosaicoravenna.it). Qui è nata l'iconologia cristiana, un misto di simbolismo e realismo, di influenze romane e bizantine. Ancora oggi questo antico sapere delle mani rivive nelle scuole e nelle botteghe. Ravenna non è soltanto la bellezza dei mosaici: si può passeggiare tra le torri campanarie e i chiostri monastici, passando dal romanico al gotico, dagli affreschi giotteschi di santa Chiara al barocco dell'abside di S. Apollinare Nuovo, dalle testimonianze dell'ultimo rifugio di Dante Alighieri ai palazzi che videro gli amori di Lord Byron.

Chi la incontra se ne innamora oggi come avvenne nel passato a Boccaccio, che vi ambientò una delle sue più belle novelle, a Gustav Klimt che ne trasse forte ispirazione, a Hermann Hesse che la visitò dedicandole dei versi. Ravenna è romana, gota, bizantina, ma anche medioevale, veneziana e infine contemporanea, ospitale, ricca di eventi culturali, tanto da arrivare seconda tra le sei città finaliste nella corsa a Capitale europea della cultura del 2019.

1500 anni di storia hanno reso Ravenna un'importante città d'arte dell'Emilia Romagna. La sua storia è soprattutto la storia di un rapporto con il mare: la fortuna della città si identifica infatti con le vicende del porto romano di Augusto che ospitava una flotta di 250 navi tale da garantire la difesa dell'Adriatico e dei mari vicini. Non restano purtroppo tracce degli edifici tipici della Ravenna romana. Divenuta nel V secolo capitale dell'impero romano d'occidente per decisione di Onorio, dopo la sua morte la città passa a Valentiniano III, che però data la sua giovanissima età governa sotto la tutela della madre Galla Placidia. Ravenna assume in questo periodo l'aspetto di una città regale e vengono innalzati la Basilica Ursiana (al cui posto sorge oggi il duomo barocco del XVIII secolo), il Battistero Neoniano, il Mausoleo di Galla Placidia, la chiesa di San Pietro (oggi San Francesco) e di San Giovanni Evangelista.
Tra il 493 e il 526 Teodorico stabilisce a Ravenna la sua corte. Sotto il suo impero vengono promosse bonifiche ed eretti famosissimi monumenti. In particolare la basilica di S. Apollinare Nuovo con il suo portico di marmo e il campanile cilindrico del IX-X secolo, al cui interno sopravvivono magnifici mosaici; il battistero degli ariani, a forma ottagonale, e il mausoleo di Teodorico, su due piani entrambi decagonali.
Anche durante il governo di Belisario e Narsete (VI secolo) la città è fiorente. Sorge in questo periodo la bella chiesa di San Vitale, uno dei monumenti di arte paleocristiana più importanti d'Italia.
L'arte bizantina trova in Ravenna il massimo splendore. Del VI secolo è anche la basilica di S. Apollinare in Classe, al cui interno si trovano mosaici di varie epoche. A sud della basilica si estende una parte del parco regionale del delta del Po, la pineta di Classe, un grande bosco di pini secolari.

Gli otto monumenti dichiarati nel 1996 patrimonio Unesco sono: la basilica di San Vitale, il mausoleo di Galla Placidia, i battisteri degli ariani e degli ortodossi, la basilica di S. Apollinare Nuovo e in Classe, la cappella arcivescovile e il mausoleo di Teodorico. Sul sito www.turismo.ra.it potrete trovare tutte le informazioni per la vostra visita a Ravenna. Molto conveniente la formula per cui con un unico biglietto si possono visitare ben sei monumenti.

Aggiungiamo soltanto due parole sul mausoleo di Galla Placidia , esternamente semplice e modesto, che emana all'interno un'atmosfera magica, resa ancora più splendente dalla luce dorata che filtra attraverso le finestre di alabastro. Le innumerevoli stelle della cupola vi lasceranno senza fiato. Negli immediati pressi del mausoleo è la basilica di San Vitale, con una pavimentazione incredibilmente bella e una maestosa cupola affrescata, oltre agli onnipresenti spettacolari mosaici. Oltre ai monumenti citati, non perdetevi la tomba di Dante e la bellissima basilica di San Francesco proprio lì accanto. La caratteristica di questa chiesa è la presenza di una cripta del X secolo sotto il presbiterio.
La cripta si trova sotto il livello del mare e per questa ragione è allagata e vi si possono ammirare addirittura dei pesci rossi! Sotto l'acqua limpida si intravede la bella pavimentazione mosaicata.
Il centro di Ravenna non è meno bello di tutti i suoi monumenti, vale sicuramente la pena passeggiare per le sue strade tranquille. Non vorrete poi ripartire senza avere gustato la buonissima cucina romagnola? Magari alla Ca' De Vèn, locale rinomato di Ravenna dal 1975, collocato in un bellissimo palazzo quattrocentesco.
Ora, a stomaco pieno, fateci sapere se non avevamo ragione a consigliarvi una visita a Ravenna!

Silvana

 

1 Commenti

Le Ville dei Colli Euganei: un itinerario tra natura e cultura.

Una proposta di itinerario cicloturistico: pedala con noi!    #parte1

Oggi vi proponiamo un itinerario del tutto nuovo tra le colline di Padova, a piedi della vostra due ruote. Un viaggio alla scoperta delle meno note ville venete, tra vigneti e dolci rilievi, che allietano il paesaggio e regalano scorci veramente affascinanti. 

Non vi resta che inforcare la bicicletta e pedalare insieme a noi!

 

DISTANZA: 35 km circa

DIFFICOLTA' : media

DISLIVELLO: 100 mt

DURATA: 6 ore, soste comprese

inizio ore 9.00 - fine ore 16.00

 

Il percorso ha inizio da Villa dei Vescovi, con una visita guidata allo splendido gioiello di architettura pre palladiana che si staglia sulle dolci colline di Luvigliano di Torreglia.

Percorrendo la strada sottocosta del Monte Alto, giungeremo dunque a Villa Draghi, palazzetto dall'architettura neogotica veneziana e risalente al XIX° secolo; essa è attuale sede del Museo Internazionale del Vetro d'Arte e delle Terme.

Proseguiremo dunque lungo una porzione dell'anello ciclabile dei colli Euganei, godendo del panorama circostante. Giungeremo in seguito al Catajo, monumentale edificio della famiglia Obizzi, risalente al secolo XVI ed il cui nome lega questo castello, anche se solo mitologicamente, alla Cina di Marco Polo.

Dopo una sosta ristoratrice, riprenderemo il percorso per arrivare nei pressi di Villa Emo, caratterizzata da un incantevole giardino ed un'architettura con chiari riferimenti al Palladio; il suo architetto, infatti, non fu altri che Vincenzo Scamozzi, allievo del Maestro e grande esecutore degli stilemi classici, tanto amati all'epoca rinascimentale.

L'itinerario, toccando brevemente il parco del Castello di Lispida, giungerà a Villa Barbarigo, dimora Seicentesca con uno dei labirinti più suggestivi del territorio. Il bosso che costituisce le siepi di quest'architettura en plein air, è originale del XVII secolo e permette al visitatore di vivere un'atmosfera da favola.

Dopo una brevissima salita, si attraverserà Galzignano Terme per giungere nuovamente a Torreglia, dove terminerà dunque la splendida giornata su due ruote a Villa dei Vescovi.

 

 

UN APPROFONDIMENTO SULLE VILLE CHE VISITEREMO

Villa dei Vescovi

Edificata tra il 1535 ed il 1542 come dimora di villeggiatura estiva per il vescovo Francesco Pisani, la splendida villa di Luvigliano, frazione di Torreglia, si erge come allora sul terrazzamento scandito dai filari di vigneti, dominando il lussureggiante paesaggio euganeo.

La sua architettura, disegnata da Gian Maria Falconetto, richiamano non solo l'architettura della Roma papalina di allora, ma anche il concetto di villa romana in un contesto extraurbano acquisendo, a ragion veduta, tale titolo ancor prima delle ville palladiane.

Tra i vari artisti che si susseguirono, non possiamo non ricordare Giulio Romano, l'allievo più dotato di Raffaello, e Lambert Sustris, pittore fiammingo, in grado di fondere l'arte del paesaggio, tipica dei pittori del nord europa, alla capacità di creare figure antiche, alla pari degli artisti italiani dell'epoca.

Accanto al carattere di dimora mondana, pensata per accogliere ospiti illustri, circoli umanistici e la cerchia del vescovo, emerge un desiderio di apertura e dialogo con la natura circostante che si manifesta nelle due bellissime logge, situate nei lati est ed ovest.

La decorazione di questi ambienti, che si pongono come luoghi di comunicazione tra interno ed esterno, mira a fondere le due dimensioni tramite un largo impiego di elementi naturalistici, quali il finto pergolato di paesaggi marini o campestri tipici della maniera fiamminga.

L'arte imita la natura, rivaleggiando con lo spettacolo che si dispiega a perdita d'occhio dalle ampie arcate delle logge.

la villa è stata donata nel 2005 al FAI dalla famiglia Olcese che lo gestisce, dopo lunghi ed intensi anni di lavori di restauro. Per chi volesse vivere la magia di respirare l'atmosfera rinascimentale del luogo, consiglio vivamente l'esperienza di soggiornare presso le foresterie della villa.

Villa Draghi

Villa Draghi, per i locals, rappresenta il grande classico della domenica. Il suo parco è, infatti, meta di molti: trenta ettari di boschi, prati, poggi che offrono suggestivi squarci del paesaggio collinare euganeo. A mezza costa del monte Alto, che sovrasta il parco, si trova la villa, uno degli ultimi episodi della straordinaria stagione della villa veneta. L'assetto odierno si deve a Pietro Scapin, secondo proprietario dopo Alvise Lucadello, che nel 1848-50 demolì la dimora preesistente per erigere l'attuale edificio, progettato secondo il gusto neogotico dell'epoca, con l'elegante merlatura a coda di rondine che ricorda quella di palazzo Ducale a Venezia.

Nulla è rimasto degli arredi, venduti dagli ultimi proprietari, la famiglia Draghi, cui è succeduto il Comune di Montegrotto Terme, che ha provveduto al restauro ed ha allestito il Museo Interazionale del Vetro d'arte e delle Terme, in cui sono esposti oggetti di grande valore artistico realizzati dai più famosi vetrai di Murano, come Venini, Granirei e Del Negro. Una sezione del museo ospita invece i reperti archeologici di epoca romana rinvenuti nell'area termale.

Catajo

E' impossibile non notare l'imponente mole di questo castello, che si staglia tra il canale e le pendici del Montenuovo.

Le robuste mura merlate, le torrette, la posizione: tutto fa pensare ad una fortezza medievale. Ed era proprio questo, forse, l'effetto cui miravano Pio Enea I degli Obizzi ed il suo architetto, Andrea della Valle, quando nel 1570 fecero edificare quella che in realtà altro non era se non la fastosa dimora dell'ambizioso capitano di ventura.

All'interno, infatti, l'atmosfera medievale lascia il posto a tratti tipicamente cinquecenteschi: nel cortile dei Giganti risuona ancora l'eco delle scenografiche rappresentazioni teatrali, tornei ed addirittura naumachie - dato che il prato, tramite una ingegnosa rete idraulica, poteva essere allagato - che allietavano gli ospiti del palazzo. Il gusto dell'epoca per l'esotico si nota nella fontana dell'Elefante, in cui elementi mitologici romani si fondono ad altri scopertamente orientali: il grande elefante che fa parte del gruppo scultore è uno degli unici tre dello stesso secolo presenti in Italia, insieme a quello di Bernini a Roma e a quello del parco dei Mostri di Bomarzo.

Ma sono soprattutto le sale del piano nobile, in cui i brillanti affreschi coprono ogni centimetro della superficie, porte comprese, a rivelare la vocazione dell'edificio. Per la realizzazione di questo sontuoso ciclo fu chiamato uno degli artisti più importanti dell'epoca, Giambattista Zelotti, allievo di Paolo Veronese.

E poi lo splendido terrazzo, una vera e propria sala da ballo a cielo aperto, da cui si gode un panorama incantevole sui colli circostanti e sul grande parco, il giardino delle Delizie, con i suoi alberi secolari.

Solo un'ombra grava sullo splendore rinascimentale del castello: è il fantasma di Lucrezia Dondi dall'Orologio, moglie di Pio Enea II degli Obizzi, tragicamente assassinata da un innamorato non corrisposto nel suo palazzo padovano. Il suo spirito è giunto qui con la pietra insanguinata sulla quale era caduta la donna, portata dal marito disperato, e da quel momento vaga per i salotti affrescati, rinnovando la sua pena.

1 Commenti

Un complesso di chiese unico al mondo e una piazza magica.

Quando si parla di turismo esperienziale si parla chiaramente di un turismo diverso da quello classico, un viaggio o un'escursione che sia scoperta, approfondimento, condivisione dei paesaggi e delle città con chi questi luoghi li vive quotidianamente.
Ciò non significa che le mete del turismo tradizionale debbano essere snobbate o ignorate. In qualsiasi guida turistica di Bologna troverete menzionata piazza santo Stefano, il che la pone in una condizione di "meta classica per turisti"; eppure, io non permetterei mai che un visitatore di Bologna lasci la città senza avere visto questo gioiello.

C'è da dire che, oltre ad essere frequentata da gruppi di turisti, piazza santo Stefano resta un luogo vissuto da tantissimi bolognesi, che qui vengono per andare in chiesa, fare aperitivi ai tavolini all'aperto, leggere seduti direttamente sulla piazza. Da quando sono arrivata a Bologna, questa piazza è stata per me un luogo magico. Meravigliosa a tutte le ore del giorno e della notte, è il mio luogo ideale per raccogliere pensieri, leggere un libro, trovare un po' di refrigerio d'estate sotto i suoi portici, godere dei tiepidi raggi di sole in inverno al centro della piazza, ammirare le sfumature del cielo e la luce che si riflette sulla sfilata magnifica di palazzi quattrocenteschi e cinquecenteschi, come il bellissimo Bolognini Isolani la cui lunghissima corte conduce fino in Strada Maggiore. Anche per questa commistione di passato architettonico e presente sociale, l'ampio spazio antistante la basilica è uno dei luoghi più  suggestivi di Bologna. Il lusso e la ricchezza, che da sempre appartengono a questa zona, vengono mantenuti sottotono. Non ci sono vetrine sfavillanti sulle facciate dei palazzi senatori come Casa Berti o, sul lato opposto, il palazzo Salina Amorini Bolognini  e le Case Tacconi. Ognuno di questi palazzi meriterebbe di sicuro una descrizione dettagliata e approfondita, ma vale la pena almeno ricordarsi di ammirare la facciata del suddetto Salina Amorini, al civico 11 della piazza, dalla quale spuntano numerose teste di terracotta, una diversa dall'altra (c'è addirittura un turco con baffoni e turbante).

 

In fondo alla piazza si ergono le facciate di tre chiese (del Crocifisso, del Sepolcro e dei santi Vitale e Agricola) che sembrano una, pur essendo differenti quanto a stile e periodo di costruzione, forse grazie all'uniformità conferita dal comune utilizzo dei mattoni rossi.

La Basilica di Santo Stefano è comunemente nota come il "complesso delle sette chiese" (anche se oggi ne restano soltanto quattro) perché tanti erano gli edifici che componevano, in origine, il complesso concepito a riproduzione del Santo Sepolcro. Secondo la tradizione, fu il vescovo Petronio nel V secolo a volerlo costruire dopo un viaggio in Terrasanta. In realtà, quella che è considerata la Santa Gerusalemme di Bologna sorse nello stesso luogo in cui nell'antichità esisteva un tempio pagano a forma circolare dedicato alla dea Iside. La forma attuale della basilica è quella datale nel XII secolo dai monaci benedettini ai quali era stata affidata.

La varietà della facciata, nella sua sostanziale omogeneità, non è che il preludio a quello che si trova all'interno e che consente di compiere un viaggio incredibile attraverso secoli di storia cittadina, in un susseguirsi mirabolante di stili e vicende. La prima chiesa in cui si entra è quella detta del Crocifisso che, a dispetto della facciata romanica, è di origine longobarda e si presenta come un semplice edificio a un'unica navata, abbastanza spoglio. Qui si trova la colonna contro cui Cristo venne flagellato e che sarebbe stata portata da Gerusalemme dal patrono cittadino. In fondo a questo primo spazio, scendendo alcuni gradini, si accede a una piccola cripta a cinque navate, suddivise da numerose colonne, tutte diverse le une dalle altre. Il mio consiglio è di prendersi tutto il tempo che si vuole in ogni singolo ambiente, perché il luogo invita alla pace e alla meditazione, e sarebbe un peccato non goderne appieno.

 

Da qui si passa alla parte più antica del complesso, la chiesa del Santo Sepolcro, di forma ottagonale, dove un tempo erano conservate le reliquie di Petronio, ora custodite nella basilica che porta il suo nome. La chiesa è circondata da dodici colonne che si sviluppano intorno a un'edicola del XII secolo che rappresenta il sepolcro di Cristo. Alcune di queste colonne sono di origine romana e probabilmente appartengono all'antico tempio pagano che sorgeva in questo luogo.

 

Da questo punto si può accedere alla chiesa in stile romanico dei santi Vitale e Agricola, bellissima nella sua semplicità, che ricorda il sacrificio dei due martiri, oppure uscire per un attimo all'esterno, nel primo dei due chiostri, il cosiddetto cortile di Pilato, circondato da un colonnato romanico e con al centro un'antica vasca in pietra, una copia risalente all'VIII secolo della vasca in cui il prefetto si sarebbe lavato le mani.

 

L'ultima chiesa superstite del complesso è quella della Trinità o del Martyrium, che conserva il bel gruppo ligneo policromo realizzato nel XIV secolo da Simone dei Crocifissi e raffigurante l'adorazione dei Magi.

L'ultima tappa del percorso conduce tra le colonne di un altro chiostro romanico-gotico, più grande del precedente e con due ordini di colonne con capitelli antropomorfi e zoomorfi. Sembra che il giovane Dante Alighieri, nel suo soggiorno bolognese, fosse solito trascorrere molto tempo qui dentro, immerso nello studio o nella lettura.

 

Alla fine della visita, godrete ancora della bellezza della piazza, o potrete dirigervi verso via santo Stefano, verso le due torri, o ancora verso strada Maggiore.. siete al centro di Bologna, non avete che l'imbarazzo della scelta :-)

 

Silvana

 

 

 

 

1 Commenti

Sul Brenta e le sue ville #parte 1

Oggi vi porteremo a scoprire un itinerario che segue una delle vie d'acqua tra le più importanti di tutto il Veneto, almeno dal punto di vista storico, e che ha rappresentato per secoli il legame di Venezia con l'entroterra. Stiamo parlando ovviamente del fiume Brenta e delle sue magnifiche ville.

Sul solo fiume Brenta se ne contano ben 120; alcune sono rimasti dei gioielli di architettura ed arte ancora molto belli da ammirare, altre purtroppo sono vittime del tempo che passa e, a causa di una mancata manutenzione, vivono un forte stato di abbandono.

I fasti e le feste che però le caratterizzarono durante il 1700 ( lo stesso Casanova ne fu partecipe) riecheggiano nei saloni, arricchiti da mobilio prezioso, ma anche nei giardini, con siepi di bosso secolari e labirinti nei quali ci si perde.

Questa è solo la prima puntata di un viaggio spettacolare. Buona scoperta!

 

IL BRENTA, FIUME "AGITATO"

Il Brenta, o la Brenta, come veniva definito affettuosamente dai veneti, è il fiume che rappresenta il prolungamento di Venezia nella regione. Il suo corso, infatti, era tortuoso e lungo: dalla Val Sugana, scorreva successivamente per Bassano del Grappa e si immetteva infine nella laguna con quello che oggi è il Canal Grande. Attualmente, contrariamente al passato, sfocia a Fusina.

Il suo corso d'acqua, dunque, preoccupava sempre di più i Veneziani, sia per le continue inondazioni che si consumavano nelle città dell'entroterra, sia per un secondo motivo: le sue acque che, come detto, sfociavano direttamente in laguna, portavano detriti che minacciavano, insieme all'acqua dolce, la Laguna stessa ed il suo habitat, tanto preziosi per una città come Venezia.

Si decise pertanto di emanare una serie di decreti per attuare validi provvedimenti a tal proposito: tra questi è curioso citarne uno secondo cui era "nemico della Patria" colui che criticava le soluzioni adottate per risolvere il problema del fiume.

Da qui, per un lungo periodo che durò fino al XIX secolo inoltrato, nacquero contese tra i Veneziani che puntavano alla salvaguardia della Laguna e gli abitanti della terraferma che invece gradivano uno sbocco in Laguna, importante perché avrebbe mitigato le terribili piene ed i conseguenti danni alle campagne. Tra i vari provvedimenti, importante fu lo scavo nel 1495 del cosiddetto "Brenton" (letteralmente "Grande Brenta"), un canale che portava le acque di piena all'altezza di Chioggia. Altrettanto importanti i provvedimenti attuati nel 1501 dal Consiglio dei X sul tratto da Stra a Fusina con notevole miglioramento della navigazione.

Il Brenta, infatti, non è un fiume piatto, anche se può sembrarlo all'apparenza: nel tratto tra Padova e Laguna di Venezia vi è un dislivello di 8 metri che all'apparenza possono sembrare pochi, ma in realtà generano una corrente importante che renderebbe assai problematica la navigazione. Proprio per ovviare a ciò, la Repubblica di Venezia creò alcune "conche", o chiuse, per navigare in tranquillità.

Ce ne sono ben 5 nel tratto tra Venezia e Padova.

Quando si decise di costruirle, i primi progetti furono di chiuse a saracinesca, piuttosto pericolose a causa del forte getto d'acqua che si creava tra i due livelli differenti di acqua; successivamente fu adottato il sistema a battente, inventato da Leonardo da Vinci, del quale troviamo uno schizzo nel Codice Atlantico; le porte si aprivano a battente in modo da evitare repentine uscite d'acqua.

Finalmente le "brentane", ossia le inondazioni del Brenta, furono sempre meno frequenti ed il fiume fu reso realmente navigabile.

 

 

LE VILLE

Tutto nacque dalla necessità di Venezia di valorizzare i propri territori dell'entroterra, considerato che con la sua conformazione di arcipelago lagunare la città non era in grado di produrre da sé. Le terre in loro possesso, però, giacevano pressoché abbandonate ed incolte; dopo nove anni di indagine, dapprima crearono le figure dei tre Provveditori sopra luoghi inculti, dopodiché risanarono le aree in questione rinforzando gli argini e bonificando le zone acquitrinose.

A seguito di ciò, molte grandi famiglie, proprietarie di vasti terreni impiantarono, anche grazie ad esenzioni fiscali, azienda agricole in giro per il territorio con una casa-madre dove poter alloggiare i proprietari, al fine di controllare il corretto andamento dei raccolti. Gli sforzi per ottenere un entroterra florido e ricco furono veramente immani, ma gli sforzi furono ben presto ripagati da ottimi risultati e le "ville" cominciarono a proliferare.

Ovviamente la dimora di una famiglia nobile, seppur di campagna, doveva essere degna dei suoi proprietari e così, un po' alla volta, nacque il concetto di villa, mutuato dalle antiche ville romane che proprio in quegli ultimi decenni si andavano a riscoprire. E proprio agganciandosi alla tradizione classica, il Palladio concepì una tipologia di abitazione signorile che rispecchiasse tutti i sacri canoni della classicità stessa, reperiti sia sui monumenti  del passato sopravvissuti, sia desunti dai testi classici che la prolifica editoria veneziana in quel periodo continuava a ristampare, rendendo le dimore simili a veri e propri "templi profani", con tanto di scalinata monumentale, timpano ed imponente colonnato.

Il termine "villa", nell'accezione antica si discosta abbastanza da quanto intendiamo oggi; ora pensiamo ad un edificio lussuoso, talvolta di un lusso sfrenato come nel caso delle ville di Hollywood, leggermente isolato rispetto al contesto urbano e, per certi aspetti, un po' meno nobile del palazzo.

In epoca romana, invece, il termine villa intendeva un podere, una fattoria o casa di campagna con terreni coltivabili annessi e solo successivamente come seconda dimora dei ricchi che volevano scappare dalla vita concitata della città.

Fu con il XV secolo e la riscoperta della cultura classica e dei relativi monumenti -  specie da parte di Leon Battista Alberti che si rifece al trattato "De Architettura" dell'architetto romano Vitruvio - che cominciò a ritornare in auge il concetto di villa extraurbana con doppia funzione rurale e signorile. 

Tale riscoperta ebbe molto seguito nei territori della Serenissima, specie nei dintorni di Vicenza, Treviso e lungo la riviera del Brenta.

A queste costruzioni contribuirono insigni architetti come il Falconetto, il Sansovino  e soprattutto Andrea Palladio che riuscì a creare un modello di villa che sopravvisse ai secoli, tanto da influenzare addirittura l'architettura anglosassone e, per esportazione, quella americana.

Spesso le ville venete erano basate sulla struttura della casa veneziana che si articolava ai fianchi del grande androne centrale corrispondente al primo piano nobile con il "Portego", con una serie di stanze comunicanti tra loro. Di testa, sulla facciata, la grande finestrata con loggia, il cosiddetto liagò, ai primordi un ambiente a sé stante che, col tempo, divenne la propaggine esterna del salone con la polifora ad illuminare il tutto.

Con il genio del Palladio tutto cambia: la dimora del signore assurge all'idea di tempio profano, austera ed armonica, basata su concezioni matematiche di equilibrio come la celebre "sezione aurea", per culminare con Villa Capra, detta la "Rotonda" la quale addirittura si conclude non più con un semplice tetto a spiovente, bensì con una cupola come nel Pantheon a Roma.

Già all'epoca palladiana si cercò di aggregare tutto in un unico complesso nel quale vivevano sia i signori, sia tutta la servitù ed i lavoranti. Nacque così il concetto di barchessa o barco, due ali lunghe e basse poste in genere ai lati dell'edificio padronale, nei quali si effettuano le varie mansioni e vi dormivano servi e lavoranti.

Cole declinare della Repubblica, per compensazione aumentarono i lussi e sorsero i grandi palazzi, i cosiddetti "elefanti bianchi" che costeggiano il Canl Grande, come Cà Pesaro, Cà Corner, Cà Rezzonico. La vita si faceva più spensierata e si intensificò l'abitudine di trascorrere la "villeggiatura" nelle residenze di campagna. I patrizi veneziani, infatti, durante la stagione calda iniziarono sempre di più a migrare nelle residenze di campagna con il duplice scopo di riposarsi e svagarsi dalle fatiche cittadine e di controllare il corretto funzionamento dell'azienda agricola; era dunque oramai un simbolo obbligatorio di rappresentanza sociale.

Le ville, oltre che per gli svaghi, furono impiegate dal patriziato veneziano per sfuggire alle grandi epidemie di peste che si erano abbattute sulla città come quella terribile del 1575 e quella ancora più spaventosa del 1630.

Purtroppo con la caduta della Repubblica di Venezia anche le ville entrarono in un periodo di decadenza ed abbandono, periodo che subì una svolta drammatica con l'annessione al Regno d'Italia quando, per evitare le forti tasse sul lusso, molti proprietari decisero di ricoprire di calce i preziosi affreschi e, in parecchi casi, si giunse addirittura alla demolizione delle ville stesse che, sotto il profilo fiscale, erano divenute troppo onerose.

 

Laura

1 Commenti

Bologna la dotta: quando la cultura è anche meraviglia per gli occhi.

Si sa, quando si parla di primati le fonti paiono non essere mai abbastanza, e ognuno tira l'acqua al suo mulino :-)
Nel caso dell'università più antica del mondo occidentale però, il titolo sembra universalmente riconosciuto a Bologna. Ad ogni modo, classifiche a parte, l'università di Bologna ha origini antichissime.

Fondato nel 1088, l'Alma Mater Studiorum nacque come associazione tra studenti, libera e laica, nella quale gli associati erano legati tra loro da un giuramento di appartenenza con dei capi riconosciuti (rectores), e si preoccupavano di reclutare i docenti. Fin dai primi secoli gli studenti, per compensare i loro professori, iniziarono a raccogliere denaro, che nei primi tempi venne dato come offerta perché la scienza, dono di Dio, non poteva essere venduta. Poi, a poco a poco, la donazione si trasformò in salario vero e proprio, e dovette intervenire anche il comune per assicurare la continuità degli studi. La fama dell'università di Bologna si propaga, già dal medioevo, in tutta Europa, e diviene meta di ospiti illustri come Thomas Becket, Paracelso, san Carlo Borromeo, Torquato Tasso e Carlo Goldoni. Studiano a Bologna anche Pico della Mirandola e Leon Battista Alberti, e Nicolò Copernico vi studia diritto pontificio iniziando al contempo le proprie osservazioni astronomiche. Con la rivoluzione industriale, nel XVIII secolo, l'università promuove lo sviluppo scientifico e tecnologico. A questo periodo risalgono gli studi di Luigi Galvani che, con Alessandro Volta, Benjamin Franklin e Henry Cavendish, è uno dei fondatori dell'elettrotecnica moderna. Il periodo successivo alla nascita dello stato unitario italiano è per l'università di Bologna un'altra epoca floridissima in cui spiccano le figure di Giosuà Carducci, Giovanni Pascoli, Augusto Righi, Augusto Murri.

Fino al 1562 l'insegnamento universitario a Bologna era disperso in varie sedi. Fu tra il 1562 e il 1563 che venne costruito il palazzo dell'Archiginnasio, per volere del legato pontificio di Bologna, il cardinale Carlo Borromeo, e del vicelegato Pier Donato Cesi, su progetto dell'architetto bolognese Antonio Morandi detto Terribilia.
L'imponente edificio si trova su un lato di piazza Maggiore, sorvegliato da una bellissima statua di Galvani che dà il nome alla piazza, e costeggia l'intrico di viuzze che si addentrano nel vecchio mercato. L'intento della sua edificazione era quello di dare una sede unitaria alle scuole dei giuristi (diritto civile e canonico) e degli artisti (filosofia, medicina, matematica, scienze) che fino a quel momento erano sparse in vari luoghi della città. Da allora e per oltre due secoli (fino al 1803), l'Archiginnasio ha ospitato le lezioni dell'università, scandite dal rintocco della "Scolara", una delle campane della vicina chiesa di san Petronio. Nel 1805 l'ateneo fu trasferito a palazzo Poggi in via Zamboni, ma l'Archiginnasio è rimasto per definizione luogo di studio. Dal 1838 il palazzo è sede di una delle più importanti biblioteche storiche italiane, anzi la biblioteca comunale più grande d'Italia per numero di volumi: in essa confluirono i patrimoni dei conventi soppressi dalle leggi napoleoniche e numerose donazioni. Ovviamente gli studenti, universitari e non, continuano a frequentarla come hanno sempre fatto.

 

Già accedendo al cortile al piano terra si viene investiti dalla magnificenza un po' austera di questo luogo, in cui la cultura si respira letteralmente non appena varcata la soglia.
Dalla corte centrale, con un doppio loggiato, si dipartono due scaloni che salgono al piano superiore, con le pareti fittamente ricoperte di stemmi e di iscrizioni, a perenne ricordo dei tanti studenti e professori provenienti da tutto il mondo che hanno frequentato questo edificio. Lo scalone di destra era riservato ai giuristi, mentre quello di sinistra agli artisti: pare infatti che le due categorie non dovessero mai incontrarsi. 
All'interno dell'Archiginnasio possiamo ancora ammirare il prezioso e affascinante teatro anatomico, interamente in legno, integralmente ricostruito con precisione certosina a seguito dei bombardamenti. A volerlo fu il cardinale Lambertini, divenuto poi papa Benedetto XIV, consapevole dell'importanza scientifica dell'attività di sezionamento dei cadaveri che era stata per secoli avversata  dalla chiesa. Qui gli studenti potevano osservare il professore fare lezioni di anatomia sui corpi posizionati al centro della sala, operando dissezioni a suon di seghe e scalpelli, mentre un frate dell'Inquisizione controllava da una finestrella con una grata che non venissero oltrepassati i limiti imposti dalla religione. Il baldacchino della cattedra è sorretto da due statue lignee eseguite nel 1734 dal famoso anatomista e scultore Ercole Lelli e chiamate gli "Spellati" o "Scuoiati", a rendere l'idea delle pratiche esercitate tra quei banchi.
La disposizione della sala ad anfiteatro e il gusto del macabro resero questo luogo un teatro in senso stretto quando, nel XVIII secolo, l'anatomia-spettacolo portò anche nobili e signore a sedersi sui banchi degli studenti per assistere alle dissezioni.

Le dieci aule dove una volta si tenevano le lezioni fanno oggi parte della biblioteca e sono adibite a depositi librari, fiancheggiate da due aule magne, una delle quali è la grande sala detta dello Stabat Mater, poiché qui si tenne, nel 1842, la prima esecuzione dello Stabat Mater di Rossini sotto la direzione di Gaetano Donizetti. La sala è fastosa, riccamente decorata, utilizzata oggi per convegni e importanti manifestazioni, e fu teatro, nel 1921, di una serie di conferenze sulla relatività tenute da Albert Einstein.

L'altra aula magna, all'estremità opposta, è invece la sala di lettura della biblioteca, con le sue novanta postazioni, dove è possibile consultare liberamente i libri collocati sugli scaffali. Trascorrere qualche ora qui a leggere o studiare, chini sui lunghi tavoli di legno scuro e sovrastati dagli alti soffitti a cassettoni, ha immediatamente il potere di riportarci indietro nel tempo. La sola sala di consultazione ospita ben ventiduemila volumi, mentre l'intera biblioteca conserva oltre ottocentomila volumi e opuscoli.

Quale luogo migliore per rilassarsi e respirare cultura in questa stagione autunnale?

0 Commenti

Scoprire i Colli Euganei attraverso i sapori dell'autunno!

I Colli Euganei, isole senza mar, dolci promontori che si stagliano dopo chilometri e chilometri di pianura padana, sono la mia casa.

Le stagioni più affascinanti in questo luogo magico sono l'autunno e la primavera. 

I frutti della terra crescono rigogliosi, immersi in paesaggi dai colori vivaci; spesso ci dimentichiamo che il territorio è generoso anche in questo periodo dell'anno. Per ricordarvi che l'autenticità di un luogo passa anche attraverso i sapori, vi elencherò i principali prodotti che sono tipici dell'area dei Colli Euganei.

OLIVE

Claudio Heliano, nel IV secolo d.C., narra nella sua opera "Historia Varia" che in questi territori di grande abbondanza si poteva mangiare una focaccia a base di farina condita con olio d'oliva e mele. Nei secoli successivi l'area fu completamente abbandonata ed i Colli ebbero nuova fortuna con la dominazione veneziana a partire dal 1400.

Vi sono ben quattro coltivazioni autoctone che sopravvivono da secoli: Rasara, Marzemina, Rondella, Matosso, di differente qualità.

Per conoscere i processi di spremitura, vi suggerisco una visita guidata presso il frantoio Colli del Poeta ad Arquà Petrarca, preferibilmente nei mesi di ottobre/novembre in cui avviene la fase della raccolta e della produzione dell'olio per l'anno successivo.

 

GIUGGIOLE

Originarie del Medio Oriente e presente in Italia fin dai tempi dei romani, è una pianta spontanea tanto da essere, a differenza dell'ulivo, una pianta che resiste sia alla siccità che alle malattie. E' un albero che si trova in quasi tutti i giardini del borgo Medievale di Arquà Petrarca, villaggio che deve il suo nome al rinomato poeta del dolce stil novo Francesco Petrarca, rifugiatosi tra queste dolci colline per curarsi dalla scabbia e perché il territorio circostante ricorda molto la sua amata Toscana; si narra addirittura che fosse un grande estimatore della giuggiola. Il frutto di questa pianta è poco più grande di un'oliva, di colore rosso porpora o bruno rossastro ed hanno una polpa giallastra, tendente al verde mela; ed il suo sapore, infatti, si avvicina proprio a quello della mela. Con il procedere della maturazione, il colore si inscurisce, la superficie si fa rugosa ed il sapore diventa più dolce.

Le giuggiole possono essere consumate sia appena colte dall'albero che leggermente raggrinzite. 

Il "brodo di giuggiole" è un dolce liquore che si ottiene proprio da questo magico frutto. Per la festa della xixola (giuggiola in dialetto) vi consiglio di fare un salto nel borgo del poeta la prima e la seconda domenica del mese, con bancarelle per la degustazione.

NOCCIOLE

Ampiamente diffuse in tutti i Colli Euganei, questo frutto si presta molto ai prodotti dolciari, ma anche per palati più ricercati.

Vi propongo la ricetta di un biscotto "italiano", ma che nella versione padovana prevede l'uso delle nocciole. Si tratta dei pazientini, biscotti amati per  accompagnare un buon the, oppure per decorazione:

 

"Pazientini", i biscottini da tè della tradizione dolciaria padovana
Versare in una terrina zucchero e vanillina, aggiungere farina di grano tipo “00” incorporandola perfettamente; mettere il composto in una siringa da pasticceria dotata di foro d’uscita largo quanto un fiammifero di legno. Premendo la siringa, far cadere sulla placca da forno ricoperta da carta oleata (anticamente si usava passare sulla placca della cera vergine), tanti bastoncini della lunghezza di circa 3 cm. Se preparati alla sera, lasciarli tutta la notte in ambiente tiepido. Cuocerli in forno già piuttosto caldo (190 °C); appena si saranno coloriti (dopo circa 10’), estrarre dal forno e con una spatola staccare subito i pazientini.

 

Se volete raccogliere delle buone nocciole, vi consiglio l'area del Monte Ricco e del Monte Venda!

MELAGRANA

Simbolo di fertilità fin dall'antichità, è una pianta che continua ad esistere sin dai primordi dell'uomo.

Si trova facilmente nella zona di Arquà Petrarca e, nonostante i frutti siano poco raccolti, non crescono in maniera spontanea, ma generalmente sono coltivati.

Il succo, ottenuto con la spremitura dei semini presenti all'interno della buccia coriacea, è un ottimo toccasana contro i malanni stagionali: esso infatti contiene alte dosi di vitamina ed ha, oltretutto, un gusto agrodolce. Negli ultimi anni, infatti, viene spesso abbinato a carni dal sapore intenso.

Vi consiglio di raccoglierli se la buccia delle melagrana è rossa e se essa è leggermente rotta: sta a significare che i semini, detti arilli, sono giunti a completa maturazione e sono dunque pronti per essere assaporati!

CASTAGNE

Il Castagno, insieme al riccio, sono i due simboli che rappresentano l'identità dei bellissimi Colli Euganei. Situati sui versanti settentrionali, i colligiani li custodivano come patrimonio da proteggere, non solo per mangiarne i frutti, ma anche per usare il suo legno: dal tronco si otteneva il tutore per vigneti e palizzate ed i polloni erano usati nella costruzione di ceste e botti. Dal legno veniva estratto il tannino usato per la concia delle pelli mentre i rami e il cimale erano considerati ottimi combustibili. I frutti, cioè le castagne, erano un importante risorsa alimentare grazie al loro alto apporto nutritivo.

 

Il Castagno è anche una delle piante più longeve, può vivere fino a tremila anni e nella zona euganea abbiamo l’onore di custodire alcuni dei castagni secolari più belli del Veneto. Non si tratta però di semplici piante di castagno, in alcune zone dei Colli Euganei la Castanea sativa spontanea è stata trattata con “innesto” da esperti specialisti così da dare vita a piante di Maronari. Si tratta di castagni che producono frutti veramente eccezionali sotto l’aspetto del sapore, del gusto e delle dimensioni.

 

Tra il Monte Venda ed il Monte Vendevolo c’è un suggestivo bosco denominato “E Castagnare de Baderla” (Baderla è il soprannome di un abitante locale della zona). In questo castagneto troviamo una decina di castagni secolari, ma uno in particolare ha il diametro di oltre 3 metri. La parte aerea della pianta madre non c’è più ma le sue radici sono vive e hanno dato vita a tre nuovi castagni che stanno diventando a loro volta secolari. È stato calcolato che la pianta “madre” avrà come minimo 1000 anni, esisteva già prima di Federico II di Svevia e di Ezzelino da Romano! 

Un altro esempio di castagno secolare euganeo lo troviamo nei pressi della Cappella dedicata a San Gualberto (la chiesetta che incontriamo a destra venendo dal Passo del Roverello) si tratta del “El Maronaro del Moro Polo” e si presume che questo Castagno sia il secondo più antico dei Colli Euganei. Era tanto amato da Moro Polo o “Il Re del Venda”, un mitico personaggio del passato, custode dei luoghi ameni dei Colli Euganei. Un altro castagneto storico si trova a Calaone e viene chiamato “Ea Maronaria de Botaro”, situata ad est del Monte Castello di Calaone, nei pressi dea “Casetta Dea Striga Farinea”. Questi castagni un tempo erano famosi per la bontà dei loro frutti e nel ‘900 venivano esportati fino in America come prodotto d’eccellenza italiano.

 

Purtroppo attualmente succede che i “nostri castagni” sono in grande sofferenza a causa di un parassita arrivato dall’estremo oriente, appartenente alla famiglia dei Cinipidi, chiamato Drjocosmus kuriphilus, attacca le foglie le quali reagiscono producendo una galla, poi cadono, così gli alberi restando spogli rischiano di morire. Per finire, nella zona euganea il Castagno è stato valorizzato fin da tempi remoti: c’erano degli specialisti in innesti che preparavano con la loro arte i castagni da frutto rendendoli Maronari. Questa tecnica era molto richiesta e gli innestatori colligiani venivano chiamati in tutta Italia ad insegnare la loro arte.

CORBEZZOLO

Questo frutto sconosciuto! Ammetto di averlo assaggiato per la prima volta a 30 anni, ma so di non essere sola... E' una pianta il cui nome riecheggia, ma i cui frutti sono veramente poco presenti sulle tavole dei Veneti!

Il microclima dei Colli ed  i suoi terreni vulcanici e rocciosi favoriscono il suo sviluppo, soprattutto sul Monte Grande, m.te Madonna, m.te Venda, m.te Vendevolo e m.te Sengiari.

Si tratta di un albero sempreverde molto ramificato, le cui bacche globose e di un rosso vivo hanno una polpa giallastra con semini dolciastri al loro interno. I frutti crescono e maturano insieme alla fioritura dell'anno precedente.

Nei colli prendono il nome di Sgolmare, Sgolmarara oppure Colomare. Di questa pianta si può utilizzare le radici, le foglie ed addirittura la corteccia.

Le sue proprietà sono antinfiammatorie, antisettiche, astringenti, depurative e diuretiche.

NESPOLE

Il nespolo giunse dal Caucaso con le migrazioni più antiche. Perduta la sua terra di origine e costretta all’esilio, mantenne la sua caratteristica di pianta modesta, rustica, frugale. Tutte le altre volte è rimasto allo stato arbustivo nelle siepi e nei boschi di querce o anche ai bordi del ceduo su terreni preferibilmente silicei.

Beguinot (1909-1914) ne documentava la presenza sui colli Euganei annotando di averla osservata: “Qua e là nelle siepi e nelle boscaglie soprattutto degli Euganei,…”.e precisava, in altra fonte, che “era coltivato per i frutti. Gli esemplari presenti perciò nei nostri boschi, nelle boscaglie, sulle pendici solatie e tra le rupi, generalmente su terreni acidi, più frequentemente nelle siepi e in prossimità di dimore, sarebbero il residuo di colture molto antiche.”

Di questa pianta si raccoglieva un po’ tutto: fiori, foglie, corteccia frutti, dalla polpa compatta, astringente e che risulta edibile solo dopo un periodo di maturazione (ammezzimento), trascorso su lettiere di paglia e in ambienti aerati. In tale stato, la polpa della nespola subiva una sorta di fermentazione naturale e diveniva bruna, molle, zuccherina, pastosa e dal sapore acidulo e gradevole. Un processo talmente misterioso che si è impresso nel proverbio popolare “col tempo e con la paja se fa anca le nespole”, con chiara allusione alla pazienza e alla prudenza.

L’etnobotanica euganea ne ricorda alcuni usi: a Teolo: un decotto di fiori, assunto oralmente, sedava la tosse; ad Arquà Petrarca: le nespole venivano mangiate in abbondanza in caso di diarree. Si preparavano conserve con miele e mosto cotto; A Torreglia si usavano la corteccia e le foglie per la concia delle pelli; a Valsanzibio: (per la Madonna di novembre) si tagliavano le nespole a metà, si privavano dei semi e si cuoceva la polpa con burro, un cucchiaio di miele, una puntina di sale. Si innaffiava con grappa.

Allo stato selvatico si presenta con un tronco contorto, avvolto da una corteccia brunastra. I rami sono folti e spinescenti sin dalla base.La chioma si sviluppa in modo compatto e irregolare. 

I frutti (le nespole), sono globose, di color bruno ferruginoso e terminano a forma di corona. I semi sono immersi nella polpa del frutto.

Se vi abbiamo stuzzicato l'appetito, saremo ben liete di accompagnarvi alla scoperta ed alla raccolta di questi splendidi doni che la natura ci offre!

 

Laura

1 Commenti

Piazza coperta, biblioteca, centro multimediale e cornice di scavi archeologici: eccoci in Sala Borsa a Bologna!

Si sa, a Bologna anche se piove e ci si dimentica l'ombrello non si corre il rischio di bagnarsi troppo perché ci sono i portici. Dal 2001, quando sono state aperte al pubblico la piazza coperta della Sala Borsa e la relativa biblioteca comunale che si trova al suo interno, i bolognesi e i turisti hanno un motivo in più per non temere di uscire senza ombrello :)

 

La Sala Borsa è uno dei luoghi più affascinanti, amati e frequentati della città emiliano-romagnola, non solo per la ricchezza della biblioteca ma anche per la cornice che la ospita. Una meraviglia è passeggiare per la piazza in un uggioso giorno di pioggia, ripercorrendo e assaporando secoli di storia al riparo dalle intemperie. Attenzione però: bisogna ricordarsi di alzare gli occhi per guardare in alto e abbassarli a terra per vedere quel che c'è sotto i nostri piedi.

 

Situato dentro Palazzo d'Accursio, sede storica del Comune di Bologna nel pieno del centro urbano, questo spazio si presenta come una grande piazza coperta della superficie di circa quattrocento metri quadrati. Le lastre di vetro sul pavimento permettono di ammirare scavi archeologici che rivelano il passato millenario della città, mostrando tracce di edifici pubblici e religiosi e una rete fognaria di epoca romana, sopra cui si sono stratificate altre costruzioni nelle epoche successive. Si possono infatti vedere reperti archeologici dovuti alla stratificazione di diverse civiltà: quella villanoviana del VII secolo a.C. , quella della Felsina etrusca e quella della Bononia romana fondata nel 189 a.C.

 

L'area si trova evidentemente da sempre al centro della vita pubblica, e nei secoli ha subito numerose trasformazioni, diventando in epoca medievale un viridarium - o giardino di palazzo - e un vero e proprio orto botanico nel 1568 ad opera di Ulisse Aldrovandi, trasferito poi nel 1765 nell'attuale sede nei pressi di Porta San Donato.

 

L'elegante struttura in ghisa e in vetro che si innalza oggi sopra le nostre teste, un porticato sorretto da esili colonne, con belle decorazioni liberty e un vasto corpo centrale illuminato da un lucernario, è opera dei napoletani Alfredo Cottrau e Paolo Boubée e risale agli anni 1883-1886, quando si decise di sfruttare questi spazi per costruire un nuovo edificio destinato alle contrattazioni di Borsa. Ma le trasformazioni non finiscono qui, perché nei decenni seguenti sorsero sulla piazza un ristorante, una banca e l'Ente nazionale del Turismo, e negli anni Sessanta del Novecento addirittura un palasport, che offriva incontri di pallacanestro (fu qui che mosse i primi passi la squadra Virtus) e pugilato la sera, mentre di giorno la zona continuava a essere teatro di scambi economici. Nel 1976 si aggiunse anche un famoso teatro di burattini; poi la piazza diventò sede degli uffici amministrativi del Comune, che ha infine deciso di restituirla alla cittadinanza con l'intervento che ha portato all'attuale sistemazione, assolutamente rispettosa dell'architettura preesistente e anche di tutta la stratificazione della lunga storia passata. Nel 1999 viene dunque decisa la destinazione della piazza coperta a biblioteca, inaugurata appunto nel 2001.

 

Il risultato è uno spazio urbano estremamente piacevole, su quattro livelli, che fa venir voglia di sostare sulle panchine collocate lungo il perimetro della piazza, magari approfittando della connessione wireless o ammirando una delle mostre che periodicamente vi si svolgono. Se nel frattempo vi fosse venuta anche un po' di fame o voglia di un caffè, sul lato destro della piazza si trova anche un ottimo bar-pasticceria.

 

Appena entrati, sulla sinistra, si accede alla biblioteca ragazzi, un ampio spazio dove si può trovare ogni sorta di libri, film, fumetti, per bambini dai 0 anni fino all'adolescenza, oltre a uno scaffale rivolto agli adulti che si interessano di letteratura per ragazzi. C'è una sala bebè, ci sono incontri musicali, narrazioni in giapponese per i bimbi e tanto altro.

 

La biblioteca si sviluppa invece a partire dalla piazza principale, ai piani -1, 0 e 1. Al secondo piano si trova lo Urban Center Bologna, ossia mostre, incontri, laboratori, spazi di consultazione , strumenti interattivi riguardanti le trasformazioni urbane e territoriali di Bologna.

 

Sala Borsa è un luogo-non luogo, dove si va per leggere, per studiare, ma anche per fare una sosta, per sfogliare quotidiani e riviste, per assistere a una conferenza, per ammirare lo splendore dell'antica Bologna, camminandovi sopra con la sensazione di trovarsi a metà tra passato remoto e futuro. Ci si va anche per ascoltare musica o guardare un film, seduti in poltrona, per darsi un appuntamento e fare due chiacchiere nel grande salone al pianterreno, per imparare o ripassare le lingue facendo conversazione con persone madrelingua o per tante altre attività come club di lettura, corsi, eventi creati su misura per bambini e ragazzi.

 

Sul sito della biblioteca potete trovare tutti i servizi offerti, gli eventi aggiornati, le informazioni per le visite agli scavi e tutto ciò che riguarda la struttura.

 

Visitare Bologna senza ammirare Sala Borsa è insomma un sacrilegio.. voi ci siete stati?

 

Silvana

 

 

1 Commenti

L'isola di Sant'Erasmo: tra carciofi e biciclette...a Venezia!

Venezia, città d'acque... ma anche di terra!

Eh sì, per chi non lo sapesse, i Veneziani ci avevano visto lungo e, per garantirsi la sussistenza in quella che un tempo era una laguna paludosa, salmastra, ma soprattutto MALARICA, si erano ricreati la campagna a due "passi" da casa!

Da Fondamenta Nuove si prende la linea 13 del vaporetto e in mezz'ora non ti sembra nemmeno di aver lasciato la terraferma!

Sant'Erasmo è così, è un posto surreale rispetto alla realtà circostante ed ha l'aspetto di un qualsiasi paesaggio della costa lagunare veneta.

L'isola del Santo, protettore dei marinai (che, tra l'altro, viene chiamato anche Sant'Elmo) è una piccola oasi galleggiante. 

Ho avuto la fortuna di visitarla nuovamente, dopo tanti anni dal primo innamoramento,  in una giornata soleggiata e tiepida (come direbbero i veneziani, una vera e propria "giornata da Sant'Erasmo"!).

La prima volta, per quanto fossi con dei veneziani DOC, mi ero spiaggiata a mangiare pesce fritto sotto l'ombra della Torre Massimiliana e nulla più: questa volta, invece, l'ho vista proprio bene, ed è stato emozionante!

In sella ad una bici, insieme ad un gruppo di francesi, abbiamo esplorato l'isola da nord a sud, e l'atmosfera che si respira è veramente unica e gli scorci che ogni singolo angolo dell'isola offrono sono veramente molto suggestivi. 

Partendo dalla fermata Capannone, guardandosi dietro le spalle, c'è già da dire molto. L'isolotto che si ha di fronte è il Lazzaretto Nuovo e veniva utilizzato come luogo di quarantena per le navi provenienti dal Mediterraneo. Venezia, infatti, ha avuto a che fare con innumerevoli di epidemie di peste, spesso arrivate proprio dai ratti che si nascondevano nelle navi, e per questo avevo escogitato questo sistema, a mio parere molto sensato!

Camminando lungo la Strada Vicinale dei Forti, si giunge all'unico B&B di tutta l'isola il Lato Azzurro, che noleggia bici a pochi euro.

Da lì alla Torre Massimiliana la strada è veramente breve, ma vale la pena sostare qualche minuto per ammirare l'unica vera attrazione dell'isola che si riassume, appunto, in questa torre difensiva ottocentesca. Il nome fa chiaro riferimento al granduca Giovanni Massimiliano, che di torri massimiliane ne concepì ben 27, ma questa è l'unica torre presente in laguna.

Attualmente è data in gestione al Parco della Laguna Nord di Venezia e spesso ospita mostre ed eventi interessanti. Si tratta comunque di un piccolo centro nevralgico per l'isola; a due passi c'è infatti una delle spiagge più amate dai veneziani, el bàcan, mèta estiva dei residenti che, tra una frittura di pesce e l'altra, traggono sollievo dal caldo lagunare, lontani dalla bolgia cittadina.

Considerata l'imponenza del forte , è giusto ipotizzare che l'isola fosse soprattutto a vocazione difensiva, anche precedente all'arrivo dei francesi ed austriaci. 

Il motivo è ben chiaro: quest'isola, la seconda più grande dopo Venezia, si trova in un punto veramente strategico, in quanto funge da barriera naturale tra Venezia ed il mare Adriatico. Ed infatti questa caratteristica è ben nota anche per un altro motivo: dalla torre e per qualche km, si scorge chiaramente il cantiere per la realizzazione del MOSE. La bocca di porto tra Sant'Erasmo e San Nicolò del Lido rappresenta uno dei tre passaggi per le imbarcazioni che vogliono raggiungere la città.

Proseguendo, ci si ritrova immersi nei canneti e l'esperienza è davvero unica! Ogni tanto si scorgono alcune chiuse o chiaviche che, mentre in campagna servono ad alimentare i fossi per garantire acqua ai raccolti, su quest'isola venivano utilizzate quasi esclusivamente per l'allevamento di pesce.

Tra una pedalata e l'altra ci si può inoltre fermare per una visita a dei produttori agricoli: l'isola, infatti, è ben nota per due prodotti veramente ottimi: il carciofo violetto con le sue castraure, ed il miele al carciofolagunare.

Il carciofo violetto è veramente il prodotto dell'isola e la raccolta si effettua normalmente ad aprile. Ciò che fa letteralmente impazzire i buoni intenditori sono appunto le castraure, frutti della pianta del carciofo che vengono tagliati per primi, in modo da permettere lo sviluppo di altri 18-20 carciofi laterali (botoli) altrettanto teneri e gustosi.

Si dice infatti che il terreno di quest'isola, dovuto anche dal fatto che tutt'intorno c'è acqua salmastra, sia veramente unico e che favorisca la produzione di un miele molto particolare, il miele lagunare appunto: un miele leggermente salato e chiaramente made in Sant'Erasmo.

 

Proseguendo verso Nord, ecco che spuntano due isole veramente belle: San Francesco del deserto e Burano.

Della prima si vede svettare un campanile, a testimonianza che San Francesco vi dimorò per diverso tempo, per trovare pace e meditazione, della seconda si intravedono le case sgargianti dei pescatori che ancora vivono nell'isola dei merletti.

L'idea del dipingere le case con colori sgargianti serviva a permettere ai marinai di riconoscere le proprie case anche da distante, nelle terribili giornate invernali, quando la nebbia è veramente fitta e non lascia scampo!

 

E così, proseguendo verso Capannoni, si riescono a scorgere le colture dell'isola definita da tutti come la "campagna dei veneziani".

Sono veramente felice di aver avuto l'opportunità di riscoprire una Venezia fatta ancora di veneziani, di dialetto, di persone autentiche e genuine.

 

This is Venice! This is Feelitaly  :)

 

Laura

 

 

1 Commenti

Avete mai visto il porticato più lungo del mondo?

A Bologna c'è un posto che dà ai bolognesi il senso di "casa": la basilica che sorge sul colle della Guardia, ossia il santuario della Beata Vergine di San Luca, è uno dei simboli per eccellenza della città, uno tra i più importanti per gli autoctoni, perché è il primo che si scorge dalla tangenziale e dalla ferrovia quando si ritorna in città.

Non tutti sanno che, per raggiungerlo a piedi come vuole la tradizione, si deve percorrere un porticato che si inerpica per 3,796 chilometri fino alla vetta del colle suddetto. Un portico da guinness per estensione, il più lungo del mondo, che conta lungo il percorso seicentosessantasei archi e quindici cappelle, costruito per proteggere i pellegrini dalle intemperie tra il 1674 e il 1793 sotto la guida dell'architetto Gian Giacomo Monti e poi di Carlo Francesco Dotti, che si occupò anche del rifacimento della basilica e che progettò l'arco del Meloncello. Moltissimi cittadini parteciparono alle ingenti spese per realizzare l'opera e tanti collaborarono anche in prima persona ai lavori: per trasportare i materiali necessari alla costruzione del tratto collinare del portico, i bolognesi parteciparono in massa a un lunghissimo "passamano", formando una catena umana che viene rievocata ogni anno a metà ottobre e che simboleggia la capacità di risolvere i maggiori problemi solidarizzando e unendo le forze. Per maggiori informazioni sull'edizione di quest'anno, potete dare un'occhiata qui.

Riguardo al numero degli archi, 666, interpreti della Cabala si sono sbizzarriti collegandolo al demonio: quel che è certo è che essi sono dimostrazione vivente dell'ostinazione e dell'impegno dei bolognesi nella realizzazione di un'opera faraonica unica al mondo.

 

Salire a piedi a san Luca è una palestra naturale molto utilizzata dai bolognesi. In particolare nel weekend e nei giorni festivi, si incontrano tantissime persone che passeggiano o corrono, sfruttando le naturali salite, discese, la presenza di scale. 

 

Come dicevamo, è la la tradizione stessa che  vuole che il santuario venga raggiunto a piedi, nonostante ci siano ovviamente autobus che dal centro della città permettono di arrivare comodamente su. Il tragitto a piedi è consigliatissimo, anche perché inizia da una delle strade più belle e più lunghe di Bologna, via Saragozza. Parte dal centro, tra via Urbana e via Collegio di Spagna, supera la porta e arriva all'arco del Meloncello, punto di partenza per San Luca. Via Saragozza è una delle strade che meglio fa comprendere la filosofia dei portici, che alternano democraticamente tratti popolari e tratti borghesi, il moderno e l'antico, il passato e il presente. C'è la via Saragozza del Bar Margherita di Pupi Avati e la Saragozza avenue in cui volare in bicicletta verso il nuovo millennio di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Via Saragozza è l'immagine dei contrasti della città e della capacità di armonizzarli: da un lato ci sono i portici con i loro angoli bui, dall'altro la collina e gli spazi aperti e verdi; da un lato palazzi borghesi e negozi, dall'altro ville, palazzine e giardini. Tutto si riunisce fino all'arco del Meloncello.

 

Questo scenografico arco che scavalca via Saragozza fuori porta e da cui parte il lungo portico che sale alla basilica di san Luca, prende il nome da un piccolo corso d'acqua che scorre lì vicino, il rio Meloncello appunto. Costruita tra il 1719 e il 1732, la volta fu disegnata dall'architetto Carlo Francesco Dotti. Caratterizzato da stile barocco, l'arco è tutt'oggi un luogo di riferimento e d'incontro per quanti intraprendono la salita a san Luca a piedi o in bicicletta. In più punti ricorre lo stemma della famiglia Monti Bendini, la quale sovvenzionò in maniera cospicua la costruzione dell'arco, che rispondeva a più esigenze: raccordare il tratto di portico in piano con quello che sale alla basilica prevedendo un sovrappasso pedonale e, nel contempo, il regolare fluire del traffico lungo via Saragozza.

 

La basilica di san Luca fu fondata da una giovane donna del medioevo, Angelica Bonfantini, decisa a consacrare la vita all'eremitaggio e alla preghiera. Ricevuti in dono dalla famiglia alcuni terreni sul colle della Guardia, nel 1193 si recò a Roma per incontrare il papa Celestino III, che le consegnò una pietra benedetta da porre alla base della futura basilica. Alla morte di Angelica, nel 1244, il monastero e la chiesa erano già floridi e ben consolidati. L'edificio attuale, in stile barocco, è frutto di successivi ampliamenti e nuove costruzioni, soprattutto di epoca settecentesca. All'interno, oltre alla piccola icona della Vergine con il bambino, si possono ammirare pale d'altare del Guercino, di Guido Reni e di Donato Creti.

 

Una volta visitata la chiesa, si può scendere in città seguendo la stessa strada dell'andata oppure scegliendo il "sentiero dei Bregoli": attraverso un suggestivo paesaggio boschivo, si raggiungerà così il parco Talon, uno dei più belli di Bologna. Ma questa è un'altra storia :)

 

Silvana

 

 

 

 

1 Commenti

This is home: per sentirsi a casa...

Feel Italy, come ben saprete, è per i viaggi autentici: è per il profumo del caffé la mattina, per il croissant caldo e le spremute di frutta.  

In fondo, l'amore per l'esplorazione deve partire con un bel risveglio... e noi, questo amore, lo abbiamo ritrovato proprio a This is home.

Siamo a Padova, in un quartiere residenziale lontano dal trambusto della città, dove basta veramente qualche minuto per rigenerarsi.

Ad accoglierci c'è Guia, proprietaria di questo b&b delizioso che riassume, a mio parere, la metafora del viaggio: se occorre perdersi per ritrovare se stessi, la sensazione è proprio quella di potersi abbandonare tra calde coperte, a casa, dopo un lungo peregrinare.

 

Feel Italy e This is home, dunque, non hanno perso un attimo ed hanno deciso di combinare insieme le proprie forze per farvi vivere questa esperienza magnifica del senso del viaggio, riassumendolo in una piacevole mattinata.

L'8 ottobre, tempo permettendo, ci inoltreremo in strade percorse sicuramente innumerevoli volte, ma alle quali  i nostri occhi daranno un diverso nome: lo chiameremo Zairo, Prato, palude, oppure semplicemente uno dei tre senza.

La bicicletta sarà il nostro mezzo per viaggiare nel tempo e, nonostante la pedalata "slow", ci permetterà di rivivere secoli di affascinante storia veneta.

 

Cercheremo di conoscere monumenti che hanno vissuto più di una vita, a seconda delle epoche; di canali che scorrono sotto i nostri piedi, ma che non ci è dato più di vedere.

Scopriremo cose stupefacenti, come ad esempio il fatto che nel XIX secolo i patavini si facevano il bagno ai piedi della Specola.

Lo sapevate che Padova era infatti una città d'acque?

 

Risveglieremo il nostro gusto con un dolcetto di Guia all'ombra degli alberi e sulle rive di quei corsi d'acqua che hanno fatto la storia... che cosa direbbero se potessero parlare!

 

La storia, però, passa anche attraverso tradizioni secolari, infuse ormai nel DNA della città; perché le padovanelle (ndr) non sono nate per caso! 

I cavalli veneti erano la miglior razza equina di tutta l'area del Mediterraneo durante l'Impero Romano!

 

E così, dopo un lungo viaggio nella storia, grazie agli uomini che quella storia l'hanno fatta, finalmente ritorneremo a casa... A This is home!

 

Vi aspettiamo!

 

WEBSITE: www.thisishome.it

 

Laura

 

 

1 Commenti

Il nuovo concorso di Feel It: la tua esperienza diventa tour!

Eccoci arrivati a settembre, la fine dell'estate, i buoni propositi, il momento dell' "aiuto non ce la farò mai a tornare alla routine" :)
Avete avuto la fortuna di visitare qualche posto nuovo durante l'estate? Oppure avete scoperto angolini nascosti della vostra città approfittando della quiete estiva? E soprattutto, state sistemando le foto scattate in questi mesi?Proprio qui vi volevo! Perché noi abbiamo deciso di darvi il bentornato autunnale con un concorso che ci piace tantissimo! Siamo davvero curiose di conoscere le esperienze che avete vissuto in viaggio oppure, perché no, "alla scoperta" della vostra città, e vorremmo farlo attraverso i vostri occhi, attraverso le vostre fotografie.

E allora: avete un mese di tempo a partire da oggi, per inviarci uno scatto che rappresenti il vostro viaggio esperienziale di questa estate che volge al termine. 

 

REGOLAMENTO: Invia la tua foto sulla bacheca della nostra pagina facebook, scrivendo la località in cui è stata scattata, noi provvederemo a inserirla in un apposito album. Le tre foto che, entro il 16 ottobre, riceveranno più like, saranno proclamate vincitrici, e i loro autori avranno diritto ciascuno al seguente premiotour con accompagnatore di tre ore per due persone nelle seguenti città: Venezia per chi si aggiudicherà il primo posto, Bologna per il secondo e Padova per il terzo. 
La foto che partecipa al concorso deve essere stata scattata dalla persona che ce la invia, pena l'esclusione dal concorso.

Le date dei tour saranno decise in accordo con i vincitori. Il tour non include pasti né ingressi a musei/monumenti.

TEMA DEL CONCORSO: La tua esperienza! Non vi diamo un tema né un soggetto specifico, potete esprimervi come meglio credete con la vostra creatività.


Avrete quindi la possibilità di visitare una di queste bellissime città accompagnate da noi! Cosa aspettate? Scegliete la foto che vi piace di più , quella che rappresenta la vostra esperienza estiva, e correte sulla nostra pagina! Non vediamo l'ora di sentirci ancora in vacanza con voi!

Ecco il link alla pagina Facebook per poter caricare la foto

CONCORSO DI FOTO ESPERIENZIALE

1 Commenti

Indiana Jones era padovano e si chiamava Giovanni Battista Belzoni!

Ero a dir poco incredula quando mi sono imbattuta in questo personaggio da romanzi d'altri tempi.

Un uomo coraggioso che grazie ai suoi occhi sognatori ed al carattere avventuriero ci ha permesso di accedere a dei tesori veramente unici, dando vita a quella che è l'archeologia moderna.

Il personaggio in questione ha un nome poco esotico, a differenza del suo curriculum vitae: si chiama Giovanni Battista Belzoni, classe 1778 ed ha ispirato nientepopodimeno che George Lucas nelle avventure di Indiana Jones.

Tacciato dai molti come un volgare tombarolo, è riuscito in imprese che i molti non hanno nemmeno osato. 

Il vero cognome di Belzoni era originariamente Bolzon e probabilmente è la versione data agli inglesi, per associare un fascino più esotico alla sua figura di "gigante buono".

A soli 16 anni salpò verso Roma e,da sognatore quale era, si buttò a capofitto nella sua passione per gli studi di idraulica. Purtroppo la parentesi capitolina durò solo 4 anni: i francesi infatti giunsero proprio fino a Roma, costringendo il nostro avventuriero a dirigersi inizialmente verso la Francia ed infine ad Amsterdam, dove arrivò insieme al fratello, nella speranza di riprendere i suoi studi di ingegneria. Purtroppo non si prospettava un futuro roseo per Belzoni e così, non trovando lavoro, nel 1802 giunse in Inghilterra.

 

Grazie ad alcune circostanze fortuite, egli approdò nel mondo dello spettacolo diventando una vera e propria star.

The Patagonian Sampson (il Sansone della Patagonia) non era altri che il nostro eroe che, dai suoi 2 metri e 10 di altezza sovrastava il pubblico, diventando così il personaggio in carne ed ossa di quel mondo così lontano, selvaggio ed affascinante che in molti sognavano.

La sua esibizione sul palco era tra le preferite; dall'alto della sua mole, egli avanzava sul palcoscenico vestito di un gonnellino in pelle ed un copricapo di piume in testa... "che lo spettacolo inizi!"

E così, indossando una struttura in metallo, dodici uomini si appollaiavano su di essa. Il gigante buono, senza esitazione, li sollevava tutti in un sol colpo. La folla, con occhi sbalorditi, osservava quest' uomo dalla forza sovrumana.

 

Fa sorridere sapere che Belzoni trasformò la sua carriera da teatrante ad archeologo nel giro di pochi anni. Il suo nome infatti lo ritroveremo inciso nella camera mortuaria della piramide di Chefren, a testimonianza che non solo la cultura della preservazione era completamente diversa da oggi, ma anche che la rivalità tra i vari egittologi-archeologi e avventurieri del tempo era un fattore del tutto comune. L'unico metodo per dimostrare a tutti di essere arrivato prima degli altri era proprio di incidere il proprio nome sui resti rinvenuti e Belzoni non fu il solo! 

 

Poco prima di cambiare vita, Giovanni Belzoni incontrerà la sua futura moglie, Sarah Banne, la cui descrizione troviamo addirittura in un articolo firmato Charles Dickens dal titolo "The Story of Giovanni Belzoni". Donna carina e dall'aria delicata, secondo lo scrittore anglosassone, ma che sicuramente doveva possedere delle doti innate di intraprendenza e coraggio, viste le avventure vissute insieme al marito!

Dopo aver vissuto per brevi periodi in Spagna e Portogallo, i due coniugi si trasferirono a Malta, come tappa intermedia del loro viaggio verso Istanbul, nella speranza di un futuro migliore.

I loro piani però vennero sconvolti da un incontro con un agente commerciale del pascià d'Egitto, che lo mise in contatto direttamente col sovrano: erano alla ricerca di un sistema efficiente per la raccolta delle acque. Belzoni non poté che cogliere la palla al balzo e trasferirsi con la moglie in Egitto, cercando di realizzare un macchinario rivoluzionario, come da sempre aveva desiderato fare.

Ai tempi ebbe dunque l'opportunità di entrare a contatto con gli stranieri come lui insediatisi nel nordafrica, tra cui l'esploratore svizzero Johann Burckhardt, conosciuto ai molti come Sheikh Ibrahim. Egli scoprì la città di Petra e si convertì all'Islam. Tra tutti questi esploratori, non potevano di certo mancare altri italiani, e come da copione, spicca la figura di quello che sarà il suo più acerrimo nemico: si tratta di Bernardino Drovetti, cercatore di antichità, i cui ritrovamenti saranno poi alla base degli oggetti presenti attualmente al Museo Egizio di Torino. Dovetti era abile, astuto e talvolta cinico, i suoi scagnozzi, degni di un romanzo d'avventura, avevano pochi scrupoli e lo dimostrarono in diversi episodi anche al nostro Belzoni.

La banda Drovetti fu in assoluto la più potente banda di cercatori di tesori presente ai quei tempi, ma sfortunatamente la storia li ha dimenticati. A Tebe allora si parlava arabo, inglese e francese, ma quando le trattative erano private, la lingua utilizzata era l'italiano.

 

Fino al 1816 tutte le energie di Belzoni erano destinate alla macchina rivoluzionaria commissionata dal Pascià egiziano. Il progetto però non ebbe seguito, costringendo dunque il padovano di fronte a una scelta: riprendere la carriera del teatrante oppure rimanere in Egitto, vivacchiando di piccoli espedienti.

Ed ecco che, come nelle migliori delle avventure, sopraggiunge il momento della svolta; Belzoni conobbe Henry Salt, nuovo console britannico ad Alessandria d'Egitto e appassionato collezionista di antichità. La moda di quegli anni verso le antichità d'Egitto crescevano in maniera esponenziale dopo la campagna d'Egitto ed il console britannico si prefisse di vendere tutti i ritrovamenti al British Museum.

Vi chiederete perché proprio Belzoni, un italiano attore con la passione per l'ingegneria idraulica. Semplice: come già premesso, ai tempi l'archeologia era solo agli albori, non vi era una cultura a proposito e le doti richieste, più che una preparazione teorica, erano una buona dose di spregiudicatezza, coraggio e, perché no, incoscienza. Caratteristiche che di certo al nostro eroe non mancano.

 

Il primo incarico per il padovano riguardava il recupero di una scultura presso le rovine di Tebe e che si scoprì solo dopo molto tempo dopo appartenere alla figura di Ramses II.

Dopo diversi intoppi, dovuti soprattutto all'ambiente sfavorevole in cui incappò, Belzoni riuscì finalmente nell'impresa. 

E così, si buttò a capofitto nella seconda grande spedizione, accompagnato da Henry Beechey, costretti entrambi a fronteggiare gli attentati di sabotaggio dell'antagonista Drovetti. L'avventuriero veneto mise le basi per i suoi successi a venire: rinvenne diversi reperti di valore a dir poco inestimabile, tra cui la statua del faraone Tumotsi III a Luxor, (oggi visibile al British Museum), scoprì l'accesso alla piramide di Chefren (battendo sul tempo Dovrinetti)e la tomba del faraone della XIX dinastia Sethi I, con undici stanze affrescate ed un sarcofago in alabastro finemente scolpito... e molto altro ancora.

La sua carriera era al culmine, le sue frequentazioni londinesi prestigiose ed altolocate. A Piccadilly venne inaugurata una mostra in suo onore e l'editore John Murray pubblicò un libro sulla sua vita, Narrative of the Operations and Recent discoveries in Egypt and Namibia, illustrato dallo stesso Belzoni.

Nel 1821 entra a far parte della massoneria. Purtroppo il comportamento del British Museum, che lo considerava poco di più che un avventuriero (ma i cui ritrovamenti riempirono le teche dello stesso museo), e le incomprensioni col fratello Francesco accesero in lui il desiderio di ripartire verso nuove avventure.

 

L'ultimo obiettivo che si prefissò fu di raggiungere Timbuktu, città ai confini del mondo e dalla quale nessun europeo era più tornato indietro. E' proprio in questo viaggio che Belzoni morì a Gwato, in Benin, a causa di una dissenteria. Aveva solo 45 anni.

 

Giovanni Battista Belzoni ha compiuto molte importanti scoperte in Egitto e, nonostante i metodi poco ortodossi, è una grande perdita aver dimenticato, con così grande facilità, le gesta di questo avventuriero.

Le sue scoperte ed esperienze sono comparabili quasi esclusivamente ad Indiana Jones che, per la precisione, è solamente una controfigura cinematografica di questo padovano esistito veramente.

Un aspetto di certo è da tenere in considerazione: leggere il suo "romanzo" di vita è come fare un salto nella nostra infanzia, quando le scoperte di tesori e sarcofagi lasciavano nella mente la voglia di sognare e di avventura.

Spero vivamente che in futuro la sua figura di eroe possa ispirare nuovi sogni e nuovi "piccoli" esploratori a vivere nella fantasia. In fondo, cos'è la realtà senza la fantasia?

 

Laura

1 Commenti

Le meraviglie d'Italia: la reggia di Caserta

C'è una parte campana qui in Feel It. Io vivo a Bologna da diversi anni, ma è proprio in Campania che sono nata e cresciuta, e il mio paese d'origine si trova a pochi chilometri da uno dei monumenti più belli d'Italia, la Reggia di Caserta.
Certamente ne avete tutti sentito parlare, ma non sono certa che tutti l'abbiate visitata. In tanti siete stati al Colosseo, all'arena di Verona, agli Uffizi, addirittura nelle bellissime ville sui laghi lombardi e veneti, ma quel palazzo reale laggiù forse non lo avete ancora visto. Questo è quello che mi è sembrato di capire parlando con molte persone conosciute negli anni. Se vorrete smentirmi ne sarò contenta :)

La settimana scorsa ho avuto modo di accompagnarvi dei visitatori, ed è stata l'occasione per rivederla,
ricordarne la bellezza e notare anche qualche particolare che potrebbe essere migliorato.

La Reggia di Caserta è un complesso grandioso, con una superficie di circa 45.000 mq, cinque piani, 1200 stanze e 1742 finestre, 34 scalinate e un'altezza di 36 metri. La sua storia inizia con la solenne funzione per la posa della prima pietra, avvenuta il 20 gennaio 1752, giorno del trentaseiesimo compleanno del re di Napoli Carlo di Borbone, il quale, colpito dalla bellezza del paesaggio casertano e desideroso di dare una degna sede di rappresentanza al governo della capitale Napoli, volle che venisse costruita una reggia tale da poter reggere il confronto con quella di Versailles. Il progetto fu affidato all'architetto Luigi Vanvitelli, che ne seguì la realizzazione fino alla sua morte, nel 1773. Il re chiese che il progetto comprendesse, oltre al palazzo, il parco e la sistemazione dell'area circostante, con l'approvvigionamento da un nuovo acquedotto che attraversasse l'annesso complesso di san Leucio. La nuova reggia doveva essere simbolo del nuovo stato borbonico e manifestare potenza e grandiosità, ma anche essere efficiente e razionale.

La reggia, considerata l'ultima grande realizzazione del barocco italiano, fu terminata nel 1845 (sebbene fosse già abitata nel 1780).

 

La decorazione degli interni e la sistemazione della piazza ellittica e dei quartieri laterali si protrassero fino alla prima metà dell'Ottocento. I proprietari storici sono stati i Borbone di Napoli, ma per un breve periodo il palazzo fu abitato anche dai Murat. Nel 1997 è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, insieme con l'acquedotto di Vanvitelli e il complesso di San Leucio.

 

La visita al palazzo inizia dallo Scalone d'Onore, che è stato tra l'altro set cinematografico di alcuni episodi di Star Wars, di scene di Angeli e Demoni, Mission Impossible e di diversi altri film, completamente rivestito in marmo e costituito da una grande rampa mediana e due laterali. Sulla parete frontale fanno bella mostra tre colossali sculture in gesso. Il Vestibolo superiore, ottagonale, è il fulcro scenografico del palazzo, dal quale si accede agli appartamenti reali e alla Cappella Palatina.

 

Visitare l'interno del palazzo significa stupirsi ininterrottamente per il continuo susseguirsi di stucchi, bassorilievi, affreschi, sculture, pavimenti a intarsio. La Sala di Marte, la Sala di Astrea, la Sala del Trono, la Sala del Consiglio, e poi le Sale delle Stagioni, il prezioso studio di Ferdinando IV, le Camere da Letto, e ancora i tre ambienti della Biblioteca, ricca di circa 14.000 volumi e opuscoli, e tante altre sale di eccezionale bellezza, vi lasceranno a bocca aperta. In ogni ambiente spiccano dipinti raffiguranti nature morte, paesaggi, eventi bellici, ritratti. Come se la bellezza artistica non bastasse, da alcuni punti del palazzo si vede chiaro il Vesuvio, in tutta la sua meraviglia.

 

Parte integrante della maestosità e della bellezza della Reggia è di sicuro il parco, che si sviluppa su una superficie di circa centoventi ettari. I lavori iniziarono nel 1753, contemporaneamente a quelli per la costruzione dell'Acquedotto Carolino le cui acque, dalle falde del monte Taburno, dopo un percorso di circa 38 chilometri avrebbero dovuto alimentare le fontane del Parco. Numerose sono appunto le fontane riccamente decorate che si susseguono lungo l'asse mediano, da quella Margherita, piccola e posta al centro di una rotonda, a quella di Diana e Atteone, ampia e scenografica, adorna di 14 statue raffiguranti ninfe e cacciatori. Ne risulta un effetto scenografico di grande impatto che raggiunge il culmine nella Grande Cascata

Sulla sommità del parco si apre il pittoresco Giardino Inglese (1786), voluto dalla regina Maria Carolina d'Austria, che ne decise la realizzazione su consiglio dell'ambasciatore britannico Lord Hamilton. Il botanico inglese John Andrew Graefer, in collaborazione con Carlo Vanvitelli, curò la sistemazione del terreno prescelto, esteso per circa 23 ettari. Percorrendo i numerosi sentieri, si incontrano l'Aperia-un'antica serra-, il suggestivo Bagno di Venere-un piccolo laghetto con la statua della Dea inginocchiata-le finte rovine del Criptoportico, testimonianza del fascino esercitato dagli scavi di Pompeo ed Ercolano. Ricco di specie botaniche originarie di tutti i continenti, cedri, azalee, camelie, rose di Damasco, lecci e maestose conifere, il giardino da solo meriterebbe la visita alla Reggia.

 

Da poco meno di un anno, la Reggia ha un nuovo direttore bolognese, Mauro Felicori, e, a detta di chi vive da vicino la realtà casertana, la situazione generale è migliorata. Tra le note di merito, le aperture serali del palazzo per eventi suggestivi e meritevoli.
Sul sito ufficiale potete trovare tutte le informazioni.

 

Ci sono ancora delle lacune per i visitatori, è innegabile. Il giardino inglese meriterebbe qualche indicazione al suo interno, per evitare di girare a vuoto. Gli splendidi arredi degli interni meriterebbero di essere lucidati al meglio, per esaltarne la magnificenza. Il personale potrebbe essere sicuramente più entusiasta e collaborativo.
La bellezza suprema del luogo ci fa chiudere un occhio, la Reggia è talmente bella che, anche se fosse maltrattata e trascurata, splenderebbe di luce propria.

Eppure sarebbe ora di smettere di dare per scontato tutto e iniziare davvero a prenderci cura dei nostri patrimoni, è quello che ho pensato uscendo dalla Reggia nella luce del tramonto di agosto. Sì, continuo ad essere innamorata di questa mia terra.

 

Silvana

 

Grazie a Stefania Carnevale per alcune delle foto di questo post!

 

 

 


 

1 Commenti

L'Osteria ai Pioppi, solo per veri sognatori.

Un parco giochi nel cuore del Montello. Dove tutto è rigorosamente fatto a mano e funziona ad "energia umana".

Settembre è alle porte e spesso porta con sé la malinconia legata alle ferie estive, che si trascina fino all'autunno. 

Come ottimo antidepressivo vi propongo un viaggio del tutto insolito: L'Osteria ai Pioppi, a Nervesa della Battaglia (TV).

Il nome è assai fuorviante, non descrive affatto tutta la spettacolarità del posto, ma a noi piace la semplicità e la genuinità delle esperienze, che non devono solo avere una forma, ma anche una buona sostanza!

Ed infatti ci concentreremo proprio su questo aspetto. Bruno Ferrin, classe 1937, ha ideato quasi inconsapevolmente uno dei parchi giochi più divertenti del Veneto, se non addirittura di tutta Italia.

Tutto è iniziato nel 1969, quando il signor Bruno decise di voler costruire un'altalena per i bimbi che venivano insieme alle famiglie a sgranocchiare qualcosa nella sua Osteria. Si recò dunque da un fabbro per chiedergli di fabbricargli quattro ganci per l'altalena. La risposta di quel fabbro fu la più grande opportunità per Bruno: "non ho tempo per questo genere di sciocchezze, se lo sai fare da solo quella è la saldatrice", disse il fabbro al nostro protagonista.

E così decise di imparare da autodidatta presso un laboratorio, e quella che sembrava una necessità del momento diventò la sua più grande passione.

 

Tante sono le giostre che ha costruito nella sua officina vicino all'Osteria; sono infatti sulla cinquantina ed ognuna richiede lo "sforzo fisico" di chi la vuole provare. Nessuna di esse è elettrica ed alcune sono veramente spettacolari: l'uomo vitruviano, il pendolo, il bob, la bicicletta della morte, lo scivolo a 40 metri d'altezza. Tutto testato e controllato da un ingegnere, per la sicurezza dei clienti, ma costruite nel rispetto delle idee del Signor Bruno.

Idee che trovano ispirazione a partire dalla natura che circonda il parco: un sasso che rotola, una foglia che cade sono gli elementi da cui genera le sue mirabolanti idee. Alla fine di un suo capolavoro, il Signor Bruno ci confessa che lo ammira come una ragazza di cui è follemente innamorato.

La sua passione ha raggiunto il cuore di molti buoni intenditori, tra cui il Dailymail, che gli ha dedicato un articolo di tutto rispetto; per questo motivo la sua fama viaggia anche oltre confine e i posti a sedere dell'osteria sono ben 500!

 

E' tutto così magico e nel contempo molto spontaneo, è un vero e proprio salto nel tempo, quando da bambini si amava giocare all'aria aperta, senza timore di botte o graffi, nel bel mezzo del verde di queste splendide colline trevigiane.

In alcune giostre, oltretutto, sembra di essere un tutt'uno con quella natura che Bruno ama; per provare lo scivolo, infatti, bisogna inerpicarsi fino in alto, quasi a toccare con le mani le chiome degli alberi.

 

Che costo ha accedere a questo parco incantato? L'entrata alle giostre è gratuita, ma è obbligatoria la consumazione all'osteria. Cosa di poco conto, considerato che il cibo è genuino e a buon mercato; come per le giostre, anche per il cibo si privilegiano i sapori di un tempo.  Il "menu", diligentemente esposto con un cartellone scritto a mano, propone salsicce, polenta, baccalà, fagioli in potacin, salamina e vino al secio. Qualsiasi cosa voi scegliate, anche la più leggera, è consigliabile consumarla prima di iniziare a salire sulle giostre, per chiari problemi digestivi!

Accolti sotto l'ombra del pioppeto, in una bella giornata di sole non si può far altro che essere felici di passare un pomeriggio in completa spensieratezza.

Gli orari rispettano il concetto "slow" del luogo: aperto solo i weekend, dalle 10:30 in poi e tutti i giorni di agosto.

 

Si tratta  di sicuro di un'esperienza da provare, non solo per divertirsi su e giù per le montagne russe, ma anche per andare a conoscere l'anima dell'osteria. Il signor Bruno vi aspetterà pronto ad accogliervi nella sua casa unica al mondo.

Se volete dare una sbirciata, il link all'Osteria ai Pioppi.

 

Laura


Per saperne di più, un video dedicato all'Osteria ai Pioppi di Luiz Romero per Fabrica.

1 Commenti

Rimini Rimini, e 90 chilometri di costa. Benvenuti in Riviera Romagnola!

Siete in vacanza? Siete ancora (o già) a lavoro? In qualsiasi caso, sia che ci leggiate dalla spiaggia o dai monti o da una città afosa, siamo in agosto e questo post vorrebbe essere "vacanziero". Devo essere sincera, iniziando a scriverlo ho avuto dei dubbi sull'intenzione originaria, che era quella di parlarvi della riviera romagnola.
Quale argomento si presta meglio ad accompagnarvi in una sera d'estate? Bene, mi sono detta, riviera romagnola sia! Dunque.. Rimini? Cattolica? Cesenatico? Mare? Castelli? Fellini? E la piadina dove la mettiamo? E i fiumi? Aiuto! 

La verità è che la riviera romagnola è un tratto di costa lungo oltre 90 chilometri, e in questi 90 chilometri c'è un insieme di bellezze, naturali e non, difficilmente narrabili in poche righe. Quindi oggi vi racconterò semplicemente e in breve (ci provo!) la storia di questo mito del turismo, ripromettendomi di narrare prossimamente le singole peculiarità della Romagna.

 

La costa romagnola va dalla foce del fiume Reno al promontorio di Gabicce Monte, in provincia di Pesaro-Urbino. Il litorale attraversa quindi la provincia di Ravenna, la provincia di Forlì-Cesena e la provincia di Rimini, per terminare appunto all'inizio della provincia di Pesaro-Urbino. A nord sono moltissime le aree naturalistiche, valli e pinete, mentre a sud uno sviluppo inarrestabile del turismo ha portato spesso a una cementificazione esagerata.

 

Sotto il governo pontificio, nel 1843, viene ufficialmente inaugurato a Rimini il primo stabilimento balneare di quella che diverrà poi la Riviera Romagnola. A questo fa seguito, tra il 1870 e il 1873, la costruzione del Kursaal, che significa in tedesco "sala di cure", in risposta ad una nuova tendenza in voga tra l'aristocrazia e l'alta borghesia, che apprezzava i bagni di mare per le loro proprietà terapeutiche. Il Kursaal, caratterizzato da uno stile neoclassico e inaugurato il 1 luglio 1873, è protagonista per diversi anni di giochi, balli e piaceri, diventando il luogo della mondanità riminese per eccellenza. Da questo momento prende vita la grande macchina imprenditoriale turistica romagnola. Il Kursaal si trova immerso in un parco di 40.000 mq ed è collegato, tramite un pontile, a una piattaforma che si trova proprio sul mare di Rimini, con al centro un chiosco e i camerini. I turisti di Rimini vengono allietati da gite in barca, lezioni di nuoto, bibite, lauti pranzi.

Nei pressi del Kursaal viene inoltre realizzato lo Stabilimento idroterapico per le cure marine, affidato a celebri luminari come Paolo Mantegazza e Augusto Murri. La Belle Epoque fa il suo ingresso in pompa magna, battezzando Rimini una delle località turistiche più prestigiose d'Europa.

La demolizione del Kursaal avvenne nel dopoguerra per iniziativa del Comune, ed è una delle questioni più controverse della storia locale. 

 

Dopo Rimini, fu la volta di Cervia, che realizzò una zona balneare nel 1911, dando vita anche a un piccolo insediamento residenziale poco più a nord, quello che oggi è noto come Milano Marittima. Riccione, altro importante centro dell'attuale Riviera Romagnola, si convertì anch'essa al turismo balneare intorno agli anni '30, con le prime costruzioni di alberghi e pensioni. Proprio in questi anni si assiste ad un boom di presenze e alla nascita del cosiddetto turismo di massa sulla Riviera Romagnola.

 

I primi anni del Novecento rappresentano quindi l'epoca d'oro per il turismo della Riviera, che vede arrivare principi, duchi, marchesi, ministri, ambasciatori, consiglieri di corte austriaci e tedeschi. Spettacoli, balli, il cinematografo, manifestazioni, giochi, sport, mostre, mondanità e feste di ogni genere rallegrano le vacanze dei turisti.

 

Dopo la seconda guerra mondiale Rimini è da ricostruire: con spiagge e mari minati, porti inaccessibili dalle navi, infrastrutture inesistenti, attrezzature turistiche distrutte. Ciononostante nel 1945 arrivano comunque i primi turisti, e nel 1947 le presenze già si stabilizzano sui valori registrati nell'anteguerra.

 

Nel secondo dopoguerra la zona da Riccione a Milano Marittima vede sorgere molti altri centri balneari e, a partire dagli anni '50, anche sulla spiaggia si susseguono le aree attrezzate dedicate alla balneazione. Rimini e Milano Marittima si affermano in Europa come località turistiche di rilievo. Gli anni '60 sono quelli della consacrazione della Riviera, celebrata anche in molti film dell'epoca e narrata in modo eccellente dal riminese doc Federico Fellini. Rimini diventa la Riviera d'Europa. Twist, shake, minigonne, cravatte eccentriche, bikini ridottissimi, l'ombelico del turismo è qui.

 

In questi anni inizia a svilupparsi anche la parte settentrionale della Riviera Romagnola, quella della provincia di Ravenna, dove iniziano a sorgere numerosi Lidi. Forse per la sua giovane età, di certo anche per la sua conformazione con pinete naturali che separano i centri balneari dalla spiaggia, la zona dei Lidi Ravennati conserva oggi un aspetto più selvaggio e incontaminato, con aree naturali di grande interesse paesaggistico e faunistico.

 

Quello che c'è nel mezzo sono le colonie, è il dibattito sulla cementificazione, sul turismo rumoroso e vociante di certi posti della riviera. Ci sono studi sull'andamento del turismo in questa zona che vorrei approfondire e condividere con voi. Ci sono disquisizioni sul mare pulito o sporco, sui prezzi ancora accessibili, sui servizi impeccabili, sulla cortesia e l'ospitalità tutta romagnola, sulle nuove tendenze che vedono nascere locali bellissimi e rivisitazioni gourmet di piatti classici. C'è una riviera sempre in fermento e in divenire, che merita di essere raccontata nei dettagli. 

 

Ve ne parlerò ancora e ancora, intanto.. buon agosto, ovunque voi siate!

 

Silvana

 

 

 

2 Commenti

"O Romeo, Romeo"... Un balcone su Verona.

Giulietta:"E come sei giunto fino a qui? Dai, dimmi come e perché. Le mura del cortile sono irte e difficili da scalare, e questo luogo, considerando chi sei tu, potrebbe significare la morte se qualcuno della mia famiglia ti scoprisse".

Romeo:"Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi. Se tu mi ami non mi importa che essi mi scoprano. Meglio perdere la vita per mezzo del loro odio, che sopravvivere senza godere del tuo amore."

 

Un amore nella tragedia. Shakespeare, che nel 2016 viene ricordato a 400 anni dalla sua morte, è un poeta di grande attualità. Le sue opere tragiche, intrise di sentimenti potenti, i suoi sonetti, di un amore delicato e fragile, riecheggiano lungo le strade di alcune città del Veneto: Venezia, in primis, con Il mercante di Venezia, Verona con il celeberrimo Romeo e Giulietta . 

Una tragedia, quest' ultima, che tocca i cuori di tutti, e che di sicuro rappresenta la fortuna di una città.

A Verona, infatti, la casa della giovane donzella Capuleti è frequentata da migliaia di turisti curiosi e divertiti, non solo a scrivere ed imbrattare (ahimè) sui muri duecenteschi con frasi d'amore indelebili (nel vero senso della parola), ma anche a sfregare il palmo della mano sul florido seno destro, oramai usurato, della graziosa statua che li accoglie con leggiadria proprio nel cortile della sua dimora. La statua è dello scultore Nereo Costantini, scolpita nel 1972 e diventò a far parte dell'arredo museale proprio a partire da quegli anni.

 

Ma chi fu Giulietta Capuleti? 

Tracce delle due famiglie sono presenti nel VI canto del Purgatorio di Dante, nel quale il grande Poeta testimonia di aver trascorso del tempo a Verona con una sorta di reportage che racconta degli scontri sanguinari tra guelfi e ghibellini.

"Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom senza cura: color già tristi, e questi con sospetti!"

Non sappiamo se in effetti le due famiglie si contendessero il potere economico e politico della città scaligera, ma si sa di per certo che i Montichi (o Montucoli ndr) erano importanti mercanti ghibellini ed erano spinti a compiere una lotta sanguinaria, soprattutto contro la famiglia guelfa dei Sambonifacio.

 

La casa di Giulietta

In via Cappello 23, a pochi passi da piazza delle Erbe e nascosta da delle inferriate imponenti, potete trovare la casa di Giulietta. 

Lo stemma, che chiaramente rimanda ad un cappello, è presente proprio lungo l'androne. Esso rimanda al cognome della famiglia di mercanti che dimorò in questi luoghi, la famiglia Dal Cappello. 

La costruzione è un'antica casa torre risalente al 1200 e che vide nel corso dei secoli diverse aggiunte e modifiche strutturali e decorative.

Il cortile attuale è più piccolo rispetto all'originale. Attualmente accoglie un negozio di souvenir, un condominio del Novecento e il foyer del Teatro Nuovo. L'intera costruzione fu restaurata completamente nei primi decenni del Novecento quando lo Stato Italiano acquisì la proprietà e fece divenire questa dimora un museo vero e proprio.

L'intero nucleo rimanda, per gusto architettonico, all'epoca in cui fu scritta l'opera, facendo dunque sognare i due milioni di turisti che affollano ogni anno questo luogo magico ed immaginifico. 

Per quanto l'accesso alla casa sia solo una scusa dei visitatori per affacciarsi al balcone di Giulietta, c'è da dire che gli interni della casa di Giulietta, che si snodano su due piani, è comunque molto interessante. Gli arredi d'epoca ed i brani di Shakespeare presenti in tutte le stanze, ricordano i momenti della tragedia. 

Per i veri appassionati, c'è pure a disposizione uno scrittoio dov'è possibile scrivere messaggi d'amore a Giulietta ed una cassetta delle lettere. Vi è pure un tavolo multimediale per la consultazione delle notizie riguardanti i due innamorati, ma anche i luoghi dedicati alla loro memoria, come la casa di Romeo e la Tomba di Giulietta, sempre a Verona.

Infine, il letto, i costumi ed i disegni relativi al film di Franco Zeffirelli sono esposti in una sala all'ultimo piano.

 

La tomba di Giulietta

Situata a due passi dall'Arena, la tomba è ospitata all'interno dei Laconici giardini dell'ex convento di S.Francesco al corso.

Nell'ipogeo dei giardini è presente il sarcofago scoperchiato dove si racconta sia stata collocata la salma della povera sciagurata Giulietta. La sepoltura della ragazza rappresenta un'eccezione dell'epoca: all'inizio del trecento infatti i suicidi non avevano diritto ad una sepoltura tradizionale, ma le autorità, vista la nomea dell'innamorata, decisero di seppellirla in un semplice giaciglio, privo di iscrizioni e stemmi.

Nel corso del Cinquecento, però, la fama di Giulietta crebbe a dismisura provocando la preoccupazione della Chiesa che cercò di disfarsi delle spoglie della Capuleti, trasformando il suo sarcofago in un recipiente per l'acqua.

Nonostante ciò, grandi personaggi si recarono in visita a Verona, con l'intento di ricalcare il la storia di questa tragedia shakesperiana: George Byron, Maria Luisa d'Austria e Charles Dickens  ne sono da esempio.  Nonostante l'incuria nei secoli, nel 1937, la tomba fu finalmente spostata dall'orto al sotterraneo vicino al chiostro, visitata ora da moltissimi turisti.

 

A Verona, però, la Giuliettamania non si ferma solo con la visita ai luoghi resi celebri dal poeta inglese, ma si conferma con la fondazione di un club tutto speciale, il Club di Giulietta. Vi è infatti un gruppo amatoriale che risponde con regolarità alle circa 4.000 lettere che ogni anno la Capuleti riceve per trovare una soluzione ai problemi dei poveri cuori infranti.

Per mantenere viva l'associazione culturale ogni anno viene promosso un concorso, CARA GIULIETTA, che ogni anno premia la lettera più interessante che la Giulietta veronese riceve.

Inoltre il 16 settembre, giorno del compleanno di Giulietta, si organizza un grande Festival Medievale nel Cortile del Mercato Vecchio e Piazza dei Signori con intrattenimenti, spettacoli teatrali e concerti.

 

Negli ultimi anni, infine, è nato un progetto molto interessante: si chiamava Love Stone e permetteva agli innamorati di lasciare un messaggio indelebile, ma non sui muri dell'androne.

Ad oggi hanno momentaneamente sospeso il servizio, ma è interessante l'idea dell'iniziativa che era stata proposta: tutti i visitatori che si recavano in pellegrinaggio al balcone di Giulietta potevano esprimere il loro amore direttamente su un pannello. Love Stone permetteva oltretutto di acquistare e personalizzare con l'incisione dei propri nomi le mattonelle che serviranno a restaurare la Terrazza di Giulietta, oggi foyer del Teatro Nuovo di Verona.

 

 

Il lato meno romantico, forse, è che Shakespeare in questi luoghi non c'è mai stato... ma insomma, i racconti sono belli soprattutto se sono immaginati, non credete?

 

 

Laura

 

 

 

 

5 Commenti

Di Aposa, moglie di Fero, e di una città sull'acqua. Breve storia dei canali bolognesi.

Ti affacci e sembra di essere a Venezia: le acque del canale scorrono lente e lambiscono le basi delle case che lo circondano. E invece siamo a Bologna, a due passi da via Indipendenza, in una stradina diversamente nota soltanto per aver ospitato alcune storiche case d'appuntamento nel dopoguerra. La finestra affacciata sul canale delle Moline, il nome che prende il canale di Reno nel suo percorso cittadino, uno dei pochi tratti d'acqua che il comune non ricoprì nella prima metà del Novecento, ci ricorda l'origine fluviale di Bologna e la rete di comunicazione sull'acqua che la collegava a Ferrara, al Po e all'Adriatico. Ce lo rammentano altri scorci simili, forse solo meno suggestivi, che si possono vedere in via Oberdan, in via Malcontenti, in via Capo di Lucca. Ma tutta la zona ci riporta a quell'antico passato, a cominciare dalla vicina via delle Moline, toponimo in memoria dei quindici grandi mulini da grano già esistenti nel XV secolo lungo il canale.

 

Bologna è nata sull'acqua. Infatti, è all'antichissimo torrente Aposa - l'unico corso d'acqua ad attraversare la città per circa dieci chilometri dal Ravone al canale delle Moline - che si lega la nascita, nel VI secolo a. C. , dell'etrusca Felsina prima e della romana Bononia poi. E, secondo quanto narra Plinio il Vecchio, Aposa era la moglie del re etrusco Fero, leggendario fondatore della città, annegata proprio in questo corso d'acqua a cui venne dato il suo nome. Nel Medioevo il torrente fu coperto creando una galleria sotterranea. Questa Bologna underground è visitabile in alcuni periodi dagli accessi in piazza Minghetti e in piazza San Martino.

 

Il sistema dei canali di Bologna è stato creato allo scopo di collegarla con il fiume Po e per fornire acqua ed energia meccanica agli opifici della città. La rete idrica bolognese fu sviluppata gradualmente tra il XII ed il XVI secolo, a partire dalle due opere fondamentali, ovvero le chiuse di san Ruffillo e di Casalecchio, rispettivamente sul torrente Savena e sul fiume Reno.

Bologna sorge ai piedi delle colline e presenta un dislivello, da sud a nord verso la pianura, di circa 39 metri: questa pendenza favorisce un rapido passaggio delle acque, adatto anche ad azionare le pale di mulini, che nel medioevo sorgevano numerosi lungo i canali.

 

I canali principali, ancora oggi esistenti seppure quasi completamente interrati nel loro percorso cittadino, sono cinque:

 

- canale Navile, costruito tra la fine del 1100 e l'inizio del 1200 e utilizzato come via principale per il traffico commerciale tra Bologna, Ferrara e Venezia, era una sorta di autostrada del tempo. Quando, alla fine dell'Ottocento, il Navile fu abbandonato come strumento di lavoro, divenne strumento di svago: i bolognesi presero l'abitudine di fare gite a piedi, in bicicletta e anche in barca. Il canale Navile inizia dove finisce il porto: sì, avete letto bene, Bologna aveva un porto, presso la porta delle Lame, a ridosso delle antiche mura (ecco il motivo dell'ancora esistente via del Porto). Negli anni trenta, lo specchio d'acqua del porto venne coperto con una grande volta di mattoni che fu parzialmente interrata, ma ricordiamo che nel Medioevo esso era uno dei più importanti porti d'Europa per quantità di merci in transito.

 

- canale di Reno, è il canale per eccellenza di Bologna, tanto che i nostri avi lo chiamavano semplicemente "Reno", come del resto lo chiamiamo anche noi quando diciamo "via Riva Reno" e non "via canale di Reno". La riva del Reno era dunque in città. Il canale ha inizio alla chiusa di Casalecchio sulla riva destra del Reno, per raggiungere poi la Certosa e la Grada. Entrato in città, percorre il sottosuolo di via Riva di Reno, fino a via Falegnami, e dopo avere attraversato via Indipendenza torna a cielo aperto tra le case di via Malcontenti e Piella fino a via Oberdan. Proprio in questo ultimo tratto sono stati riaperti gli affacci che lo mostrano ancora nel suo aspetto più antico. A questo punto piega verso nord e cambia il nome in "canale delle Moline". La chiusa ebbe un vero momento di gloria agli inizi del Novecento, diventando una località balneare alla moda: Casalecchio era infatti la meta ambita dei vacanzieri bolognesi, che potevano raggiungerla con il vaporino che partiva da piazza Malpighi. Gli alberghi di Casalecchio erano meta di viaggi di nozze degli sposi bolognesi che non potevano permettersi un viaggio fino a Firenze o a Venezia. La crisi degli ultimi anni ha riportato in auge questa località. A parte il divieto di balneazione, è un posto gradevole in cui rilassarsi e prendere il sole, magari dopo averlo raggiunto con una passeggiata in bicicletta. Via della Grada era invece il luogo migliore per lavare i panni, perché l'acqua entrava in città dalla campagna ed era quindi ancora pulita. Quello della lavandaia era un lavoro duro, faticoso, malpagato e nocivo alla salute, oltre che malvisto, tanto che all'inizio della via c'è oggi una statua in bronzo dedicata proprio alla lavandaia. La grada che dà il nome alla via fa riferimento alle grate di ferro, che ancora si possono vedere nell'edificio del XIV secolo in fondo alla strada, usate per impedire l'accesso ai detriti trasportati dalle acque del canale di Reno dalla chiusa di Casalecchio. Agli inizi del Novecento, con l'avvento della corrente elettrica, il canale di Reno divenne improvvisamente inutile. Le sofisticate macchine idrauliche, che per secoli avevano prodotto la ricchezza della città, non servivano più. Resta l'imponente chiusa di Casalecchio, ritenuta la più antica opera di ingegneria idraulica al mondo. Di certo all'anno Mille risalgono le prime testimonianze della sua realizzazione, che serviva a deviare parte delle acque del Reno verso la città, in modo da sfruttarne la portata per far funzionare argani e mulini della nascente industria bolognese. Oggi vediamo la realizzazione del 1894, dovuta ai lavori di rifacimento dopo un'eccezionale piena del fiume. Tra la chiusa e la casa del custode corre un alto muro che è possibile percorrere per ammirare il suggestivo panorama. L'UNESCO ha inserito la chiusa di Casalecchio nell'elenco dei patrimoni messaggeri di pace, con la motivazione "l'acqua è sorgente di vita, la sua conservazione e la condivisione con i vicini sono sorgente di pace".

 

- canale delle Moline, così chiamato perché azionava appunto molti mulini. La zona attraversata da questo canale ebbe forte vocazione "industriale", tra mulini, concerie di pelle, filatoi ed altro ancora. Impressionante è vedere le immagini antiche e leggere le storie di queste strade prima dell'interramento del canale. L'autostazione dei pullman, gli edifici di via dei Mille e zone limitrofe, sorgono oggi al posto del canale e di un castello, in un'area che era decisamente di campagna. Un tratto di canale davanti al cassero di porta Galliera, a due passi dalla stazione centrale, è visitabile durante eventi particolari e con visite guidate.

 

- canale Cavaticcio, anch'esso non è più visibile. Il suo percorso sotterraneo inizia in via Marconi, costeggia un tratto di via Azzogardino e raggiunge le mura in corrispondenza dell'antico porto. Questo ultimo tratto passa sotto il giardino del Cavaticcio, ricavato nell'area del canale che gli scorre appunto sotto. Fin dal Medioevo, Bologna divenne leader in Europa nella produzione della seta. Per giungere a questo risultato, i bolognesi riuscirono a costruire sofisticatissimi filatoi che venivano azionati dalla forza meccanica dell'acqua, in particolare di quella del Cavaticcio.

 

- canale di Savena, chiamato "canaletta" dai bolognesi, per la sua scarsa portata d'acqua, addirittura un decimo del canale di Reno. Questi due canali hanno una storia molto simile perché furono costruiti per gli stessi motivi, ossia dare acqua ai fossati cittadini e far funzionare i mulini e gli opifici che si trovavano lungo il percorso. Questo è il canale che passa per l'antico mulino Parisio e i giardini Margherita, dove alimenta il laghetto. Piega poi verso porta Castiglione ed entra in città. Il canale di Savena è stato "protagonista" anche di bagni pubblici, sia nella zona di via Castiglione che nell'odierna via Petroni. Vari testi vi fanno riferimento, ho scelto tra gli altri questo: "...Tutti fingono di avere malattie del corpo ma in realtà vengono in cerca della gioia di vivere, cercando avventure amorose e corteggiando ogni donna. Là infatti si incontrano moltissime belle donne che non sono accompagnate dal marito, ma solo dalla servitù."

Io trovo davvero affascinante passeggiare oggi per Bologna e pensare a quanto fosse diversa con i suoi canali, immaginando una vita totalmente diversa da quella odierna.

 

Silvana

 

268 Commenti

Breve manuale per la sopravvivenza in Veneto - #modi di dire

Disegno di Laura Scrivere.

E' estate ed ho voglia di alleggerire il blog con delle curiosità della tradizione popolare veneta. Come già accennato nell'articolo di blog di due settimane fa sulla lingua veneta, vi sono tanti modi di dire in veneto legati alla cultura contadina.

L'elemento più curioso, però, è che tutt'ora i giovani sono testimoni e tramandatori di questa bella tradizione orale. L'essere umano, in qualsiasi epoca sia collocato, non cambia e le situazioni pertanto si reiterano in quella che è la commedia umana della vita.

Siccome, oltretutto, certi modi di dire sono anche onomatopeici, ci tengo ad elencare quelli che, almeno per quanto mi riguarda, saltano all'occhio.

 

RESTARE IN BRAGHE DE TEA / Rimanere in mutande

Questo modo di dire è di sicuro il più originale tra tutti. Risale ad una condanna che si praticava a Padova fuori da Palazzo della Ragione. I debitori insolventi, invece di finire in prigione, lasciando intere famiglie a vivere nella totale indigenza, venivano svestiti e lasciati in mutande.

La pena, dunque, consisteva nel battere per ben 3 volte le natiche ignude sulla "pietra del Vituperio" urlando a squarciagola la propria colpa.

Di questi tempi sembra cosa do poco, invece questa soluzione era utile ai concittadini per venire a conoscenza di chi fosse poco affidabile.

L'idea è venuta a Sant'Antonio, preoccupato delle condizioni dei prigionieri a Padova.

La pietra del vituperio era un tempo collocata in Piazza della Frutta, ora si trova all'interno del Palazzo della Ragione.

 

BRONSA COERTA / Brace coperta

Uno dei più utilizzati. Indica una persona che, con modi affabili e quasi ingenui, in realtà nasconde un animo "ribelle" ed astuto.

Come la brace ancora rovente, ma coperta dalla cenere che, se qualcuno tocca ignaro del pericolo, potrebbe scottarlo!

 

SALTAR I FOSSI PAR LONGO / Saltare i fossi per lungo

Gli anziani lo dicono sempre ai giovani. "aea to età a saltavo i fossi par longo". Sta ad intendere un'opera da compiere grandiosa. I  giovani se lo sentono dire dai più anziani proprio per incitarli a fare del loro meglio. Come dargli torto!

 

BOCA SARA' NO CIAPA MOSCHE / Bocca chiusa non prende mosche

Una persona che non parla, non otterrà mai quello che vuole.

 

'VANTI COL CRISTO CHE EA PROCESION SE INGRUMA / (letteralmente) Avanti con il crocifisso, altrimenti la processione si ferma

Il suo signifcato può assumere varie forme a seconda del contesto, in ogni caso incita a sbrigarsi a fare qualcosa.

Ad esempio, quando c'è una grande folla e nessuno si muove, qualcuno (a Venezia ad esempio) potrebbe uscirsene con questo particolare modo di dire, per alleggerire simpaticamente la situazione.

 

BUTARE IN ASEO-IN VACA / Trasformar in aceto

Voler sminuire ed anzi, rovinare qualcosa che potenzialmente poteva essere bello. L'aseo non è altri che l'aceto, immaginando che quell'aceto avrebbe potuto essere del buon vino.

 

CAVARSE EA PAVANA / Togliersi la pellicina

Riferendosi ad una situazione fastidiosa, proprio come la pellicina ai lati delle unghie che in veneto, appunto, si chiama pavana.

La soddisfazione di togliersi quella pellicina fastidiosa, proprio come in certe situazioni della vita, è immensa.

Da qui il detto, che indica dunque il togliersi una soddisfazione.

 

VA IN MONA / Và a quel paese

Il termine mòna pare che derivi dalla contrazione di monna, che a sua volta deriva da Madonna (mea domina).

Ecco perché un tempo Mona aveva un connotato per nulla volgare ed anzi, era il termine con cui indicare il sesso femminile.

Per quanto poco elegante, è un espressione che in Veneto risulta essere leggera ed accettata dall'interlocutore.

Pare che il mona de "l'essere/fare il mona" abbia tutt'altra etimologia.

 

ESSER - FAR EL MONA / Essere - fare lo sciocco

Essere e fare lo sciocco, in molteplici situazioni: con una donna, con gli amici. Spesso tra amici, appunto, si sente proprio la battuta "Te sì un mona" e, come per il modo di dire precendente, è molto più accettato e risulta per i veneti meno offensivo che detto in italiano.

Sarà l'eredità del Goldoni!

Mona, in questo caso, pare che derivi dallo spagnolo mona, che a sua volta proviene dall'arabo maimun. Questo termine indica una specia di scimmia. Maimone, infatti, è presente in alcuni vecchi vocabolari di lingua italiana.

Se la derivazione fosse esatta, il riferimento al significato di sciocco potrebbe appunto derivare dall'uso delle scimmiette nei mercati che, per ottenere l'attenzione dei potenziali acquirenti, si comportavano in modo sciocco.

Questa spiegazione giustificherebbe dunque il significato del "fare el mona" (quindi far finta di essere sciocchi) per ottenere qualcosa.

 

MAGNARGHE I RISI IN TESTA / Mangiare il riso in testa a qualcuno

Essere più astuto, più intelligente o più bravo di qualcuno. Surclassarlo

 

CIAPAR CARNE / (letterlamente) prendere carne

Essere sgridati per aver fatto qualcosa di sbagliato, generalmente da parte di un superiore.

 

ANDAR IN TEE BRECANE / Andare in mezzo ai cespugli

Le brecane sono i germogli delle siepi in veneto. Di solito è riferito ad un posto molto lontano, perduto nel bel mezzo del nulla.

Spesso andare nelle brecane significa nascondersi.

 

EL SOE MAGNA E ORE / Il sole mangia le ore

E' spesso usata come esortazione a darsi una mossa, in quanto il sole passa e la giornata volge al termine molto velocemente.

Forse è l'espressione più utilizzata dai veneti, conosciuti come grandi lavoratori che non perdono tempo.

 

Laura

 

3 Commenti

Mons Belli, Mons Bellus o Mons Bellius? Vi portiamo a Monteveglio!

Lo scorso maggio, in collaborazione con il festival di turismo responsabile It.a.cà, abbiamo organizzato un'escursione a Monteveglio, sulle prime colline bolognesi.
Questo piccolo comune è confluito nel 2014 nel comune sparso di Valsamoggia, che comprende anche Bazzano, Castello di Serravalle, Crespellano e Savigno. Siamo nel cuore della valle del torrente Samoggia, a ovest di Bologna, in un territorio collinare caratterizzato da boschi che si alternano a coltivazioni agricole e zone calanchive. Sul colle, alto 260 metri, si trovano il complesso monumentale dell'Abbazia di Monteveglio e i resti delle antiche fortificazioni. Sia il colle che il territorio circostante, ricchi di flora e fauna particolari, sono stati costituiti in Parco Regionale dell'Abbazia di Monteveglio, il più piccolo tra i parchi regionali dell'Emilia Romagna.

 

Sapete da dove deriva il toponimo Monteveglio? Delle tre ipotesi esistenti (Mons Belli, monte della guerra; Mons Bellus, monte bello; Mons Bellius, monte della famiglia Bellia), la più accreditata dagli storici è la prima, perché su questi colli i romani, prima del loro stanziamento, affrontarono una dura battaglia contro i galli. Fu solo l'inizio di una serie di vicende storiche che hanno avuto luogo in questa terra. Feudo dei Canossa, Monteveglio fu ad esempio fondamentale per la resistenza che la contessa Matilde oppose all'imperatore Enrico IV, venuto in Italia per vendicarsi della famosa umiliazione subita sotto le mura del castello dei Canossa dal papa Gregorio VII. Fu proprio alle porte di Monteveglio, in uno scontro alla Cucherla, che l'imperatore vide morire il figlio in un combattimento e forse incrinarsi la speranza di sottomettere il papato alla sua politica. Poco dopo infatti, Enrico IV tolse l'assedio, lasciando la vittoria a Matilde e Gregorio VII. 

Per alcuni secoli poi, Monteveglio seguì le alterne vicende delle lotte tra Bologna e Modena e tra guelfi e ghibellini. Il suo castello fu periodicamente conquistato, distrutto, riconquistato e ricostruito, fino all'ultimo terribile assedio nella primavera del 1527, quando i Lanzichenecchi di Carlo V tentarono invano di conquistare Monteveglio: la leggenda narra che un'improvvisa tempesta di neve disperse miracolosamente gli assedianti. Ancora oggi, ogni anno, in ricordo di quel momento Monteveglio in festa offre alla Madonna un cero portato in processione all'antica pieve di Santa Maria. 

 

Come si intuisce, nel parlare dell'Abbazia di Monteveglio, è difficile tenere distinti gli aspetti religiosi da quelli militari. Questo accostamento ambiguo risulta evidente anche dall'aspetto stesso del complesso, che suggerisce l'immagine di un monastero-fortezza, un luogo spirituale ma al tempo stesso predisposto alla difesa.
La forma attuale dell'Abbazia è il risultato di radicali lavori di restauro eseguiti tra il 1927 e il 1931 sotto la guida dell'architetto Rivani, che ha eliminato ogni ammodernamento con l'intento di riportare il complesso allo stato originale . Il suo interno merita decisamente una visita: in particolare, sarete colpiti certamente dalla bellissima e suggestiva cripta. Meraviglioso anche il chiostro maggiore, visitabile soltanto la domenica e i festivi dalle 15:00 alle 17:00.

Oggi l'Abbazia è affidata alla Comunità dei Fratelli di San Francesco, che la governano secondo la loro filosofia di ascolto e povertà.

Al grazioso borgo di Monteveglio si arriva dal nucleo di San Teodoro, ai piedi del colle, che oggi ospita la sede amministrativa del Parco e il Centro di Educazione Ambientale. La passeggiata non presenta particolari difficoltà e permette un primo assaggio della bellezza paesaggistica. Il nostro consiglio è di lasciare l'auto nel Centro Parco e muovervi a piedi alla scoperta di questa piccola ma affascinante area protetta. Nel Parco esiste una rete di percorsi strutturati in modo da garantire la scoperta dell'intero territorio. La fruizione dell'area è possibile esclusivamente lungo questi percorsi, tutti ben segnalati, distinti in Sentieri Natura e Itinerari. Sarete davvero incantati dal mosaico di boschi, piccole valli e  paesaggi agricoli. Dal paesaggio brullo dei calanchi, antichissime rocce, si passa in breve alla rigogliosa vegetazione di umide valli, come quella del rio Ramato, dove si possono ammirare splendide fioriture di bucaneve e di orchidee a boschi aridi e soleggiati, a zone coltivate.

 

La valle del Samoggia ha una grazia speciale e tanti borghi da scoprire, Feel It ve li racconta e vi accompagna a vederli!

 

Silvana

 

 

 

1 Commenti

"S-ciao" fioi! breve manuale per la sopravvivenza in Veneto

Un dialetto (o lingua?!) si sa, è un tratto molto importante nella cultura italiana: è un chiaro segno distintivo della nostra provenienza e, volenti o nolenti, uno tra i tanti di certo lo capiamo. L'inflessione, a patto di aver studiato in qualche scuola di teatro, fa parte del nostro modo di esprimerci.. fa parte delle nostre tradizioni.

Quando ero ragazzina ero molto restìa a parlare in dialetto, lo trovavo rozzo e volgare, ma sotto sotto rimanevo ammaliata da mia mamma che spesso esordiva con espressioni in veneto che mi facevano ridere a crepapelle. Così, timidamente, ho cominciato anche io a introdurre nel mio parlato qualche parola in veneto, allo scopo di far ridere gli interlocutori con termini molto onomatopeici.

E così, spesso, riuscivo a rompere il ghiaccio con persone che di storie ne avevano parecchie, storie che senza il veneto non potrebbero esistere.

Mi sono dunque documentata sulla storia del dialetto (o lingua?!) della mia regione.  Il veneto è dunque riconosciuto come lingua dalla stessa Regione e dal Friuli Venezia Giulia, ma non dallo Stato Italiano, che ancora lo annovera come dialetto.

L'UNESCO, invece, la cataloga come "lingua vulnerabile" di una minoranza... Insomma, ognuno fa la propria ipotesi, senza definire chiaramente di cosa si tratti. Ma siccome a noi le catalogazioni non piacciono, passiamo oltre.

Il veneto è parlato correntemente dal 70% della popolazione e vi assicuro che anche tanti stranieri che vivono ormai da anni lo sanno parlare! Inevitabile per una completa integrazione nel tessuto della società, anche perché gli stessi mercanti veneziani lo usavano per i propri commerci.

Tutt'ora alcuni vocaboli del gergo marinaro sono in veneto, come cantiere ed arsenale. (dall'arabo as-sina'ah, casa della fabbricazione).

 

L'origine del veneto attuale deriva dal Latino volgare parlato dai Veneti antichi romanizzati a partire dalla fine del III secolo d.C., a testimonianza che non si tratta della lingua venetica parlata in origine dagli stessi e successivamente abbandonata dopo un periodo di bilinguismo.

La Repubblica della Serenissima era molto potente nei campi più pratici della nautica, architettura, del commercio o dell'arte, ma subiva queste sue eccellenze a discapito di altri settori, quali la letteratura. Marco Polo, infatti, dettò Il Milione a Rustichello da Pisa in lingua d'oeil, essendo in voga nelle corti dell'epoca. Per avere testimonianze scritte del veneto, occorrerà attendere il XVI secolo con Ruzante o Goldoni.

Il progetto di Giuseppe Lombardo Radice di sviluppare testi scolastici in veneto fu bandito dall'ondata fascista che travolse l'Italia in quel periodo. Come ben si sa, lo scopo del Duce era di accentrare il potere a Roma, eliminando le diversità linguistiche e tradizionali dei popoli italici.

In Veneto vi sono tutt'oggi delle sfumature dovute ai confini che toccano questa bellissima regione: nel basso Polesine vi sono infatti chiare influenze emiliane (ferraresi), a Belluno influenze ladine e a ovest chiare influenze lombarde. La lingua che però si discosta notevolmente dal veneto e degna di nota è il cimbro, lingua dalle lontanissime origine celtiche, amata da Rigoni Stern e parlata nell'altopiano dei sette comuni e della Lessinia. Buona parte dei villaggi presenti in quelle zone, infatti, richiamano popoli e tradizioni molto lontane.

 

Un elemento molto divertente e che ho scoperto da poco è la diffusione del veneto nelle sue varie forme e deformazioni dovute dai migranti che durante l'Ottocento ed il Novecento salparono verso nuovi continenti.

Il talian è lingua riconosciuta a tutti gli effetti e  tutt'ora parlata in Brasile dai nipoti di quelle persone che, fortemente nostalgiche di casa, sentivano la necessità di scavare alla ricerca delle proprie radici nella lingua che conoscevano e che non era né l'italiano né la lingua del Paese ospitante.

Ecco perché un dialetto (o una lingua) non si può ridurre al mero esercizio stilistico. Spesso è come la madeleine di Proust, un piccolo assaggio di ricordi che non vogliono essere dimenticati.

 

Ecco alcune parole in italiano di uso comune con etimologia veneta.

 

Ciao - deriva da S-ciao vostro (schiavo vostro) come saluto reverenziale

Ditta - da dita, con significato di sopracitata, suddetta. Termine utilizzato nei contratti commerciali

Ballottaggio - da Baeote, le palline usate a Venezia per la scelta del doge. Sorteggio effettuato da un puteo chiamato dalla Piazza San Marco

Cargo - derivante dal verbo cargar (caricare)

Ghetto - deriva dal verbo ghetar (raffinare metallo con la ghetta, ovvero l'ossido di piombo). 

Carampana - in italiano con il significato di una vecchia e brutta donna vestita in modo provocante, deriva dal luogo in cui vivevano le

                            prostitute, cioè nelle Ca' (case) dei Rampani, famiglia nobile della Repubblica Serenissima

Giocattolo - parola italianizzata derivante da zugatolo, in italiano era balocco

 

 

Altre parole in veneto, invece, hanno etimologie di antica storia.

 

Bisi - (piselli) dall'antico greco bizelia

Carega - (sedia) dal greco Karekla

Sparagnar - (risparmiare) dal tedesco sparen

S-chei - (soldi) dal tedesco Scheine

S-gnapa - (grappa) dal tedesco Schnaps

Cioco - (carciofo) dall'inglese Artichoke

Criare - (urlare, piangere) dal francese Crier 

 

E voi? Quali curiosità nasconde il vostro dialetto?

 

Laura

 

1 Commenti

Un balcone speciale su Bologna

"Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli col seno sul piano padano e il culo sui colli", cantava Francesco Guccini.
Una delle fortune di questa città è proprio la sua vicinanza alle colline. Dal centro, passeggiando, si raggiungono agevolmente i primi colli, e sembra di essere altrove, lontano dai rumori, dagli odori, dalla confusione inevitabile del centro abitato.
Pochi chilometri fuori da porta Castiglione c'è un posto speciale, uno dei panorami più belli di Bologna, quello che si vede dalla collina di san Michele in Bosco (132 m). Un convento in questo luogo era già presente nel 1100, ma è del 1364 l'arrivo dei monaci olivetani, che furono allontanati a fine Settecento a causa dell'oppressione francese e vi fecero ritorno nel 1933. Durante la loro assenza il complesso di San Michele in Bosco fu utilizzato come caserma e come prigione. Il complesso è costituito dalla chiesa e dall'adiacente convento, oggi sede dell'Istituto Ortopedico Rizzoli.

La chiesa che vediamo oggi, risalente alla fine del XV secolo ma più volte rimaneggiata e ricostruita nei primi decenni del '500, ha una bella facciata opera del celebre architetto ferrarese Biagio Rossetti con il portale in marmo di Baldassarre Peruzzi. Da essa si accede allo splendido chiostro ottagonale. 
Il convento venne terminato successivamente alla chiesa: nel 1539 Giorgio Vasari dipinse tre tavole per il refettorio (di cui una dispersa e le altre due trasferite alla Pinacoteca Nazionale, oggi rimane in loco soltanto una copia), mentre nel 1567 fu completato un braccio laterale del dormitorio. In seguito il progetto passò quasi esclusivamente nelle mani di Pietro Fiorini. Una delle caratteristiche più peculiari del complesso è il chiostro ottagonale, realizzato sempre su disegno del Fiorini tra il 1602 e il 1603 e affrescato da Ludovico Carracci e dai suoi allievi; purtroppo gli affreschi sono andati oggi quasi completamente perduti. 

 

Nel 1880 il grande chirurgo milanese Francesco Rizzoli acquistò il convento e il parco di san Michele in Bosco per crearvi un istituto ortopedico nel rispetto degli spazi dell'antico complesso. Inaugurato nel 1896, l'ospedale, che prese il nome dal suo fondatore morto prima di vederlo realizzato, fu poi egregiamente diretto da due luminari bolognesi dell'ortopedia: dapprima Alessandro Codivilla e, alla morte di questo, Vittorio Putti, che ne fu direttore per quasi trent'anni. Quando Putti morì, nel 1940, l'istituto era ormai avviato a diventare uno dei più importanti nel suo campo a livello internazionale. All'interno dell'Istituto Ortopedico Rizzoli, nei locali dell'ex convento, c'è una finestra "cannocchiale": avvicinandosi ad essa, si vede tutto il centro cittadino e si distingue la torre degli Asinelli a grandezza normale mentre, se si voltano le spalle e ci si allontana lungo il corridoio, girandosi, la torre appare di dimensioni enormi.

 

Il parco, di circa 7 ettari, fu realizzato durante la trasformazione del monastero in ospedale ed è tuttora di proprietà dell'Istituto, ma gestito dal Comune di Bologna. Lungo le pendici del colle si alternano grandi esemplari di cedro, conifere e una parte di bosco con querce maestose. Il suo recente restauro ha in parte recuperato il disegno originario e, soprattutto, ha ripristinato lo spettacolare panorama su Bologna che si apre dal piazzale della chiesa: un belvedere che nei secoli è stato ritratto in dipinti e stampe e ha incantato visitatori di tutti i paesi (tra i tanti, Stendhal che, di passaggio a Bologna nel 1817, ne magnificò la vastissima visuale).

 

Agli amanti del trekking il parco è noto anche per il sentiero CAI 902, che lo collega con il parco di Forte Bandiera.

 

Per me San Michele in Bosco significa la passeggiata dell'alba. Mi piace andarci mentre la città si sveglia, mi piace attraversare il parco nel silenzio assoluto, affacciarmi al belvedere e guardare Bologna dall'alto. Sì, è una bella fortuna davvero avere tante piccole oasi intorno alla città. Anche le vostre città ne hanno?

 

Silvana

 

 

 

 

1 Commenti

Festa del Redentore: la festa più spettacolare di Venezia!

16-17 luglio 2016 - Una notte magica

La festa alla quale nessun veneziano mai rinuncerebbe per nulla al mondo è IL REDENTORE. E' vero, c'è confusione, non solo lungo le fondamenta, ma anche sull'acqua. Barche ammassate dal primo pomeriggio, se non addirittura la mattina, per accaparrarsi il posto in prima fila; ma nonostante ciò, l'emozione di bimba che guarda con occhi di stupore i fuochi d'artificio sul mare è ancora molto viva nei miei ricordi. 

Posso dunque affermare che la magia di questo evento annuale è un'esperienza che va vissuta almeno una volta nella vita, almeno per chi è veneto come me.

 

Il profilo della città, illuminata dal susseguirsi dei giochi pirotecnici è senz'altro uno spettacolo impressionante. Le barche che confluiscono nel Canale della Giudecca e nel Bacino di San Marco sono addobbate con colori accesi, quasi a ricordare il motivo per cui è stata istituita questa meravigliosa festa. Si tratta infatti di un momento devozionale per la città la quale in passato si trovò costretta ad affrontare un flagello dalle dimensioni apocalittiche: la peste del 1575-1577 che in soli due anni provocò la morte di ben un terzo della popolazione.

Purtroppo l'epidemia di peste era ben nota a Venezia: le numerosi navi che tornavano dai ricchi commerci orientali, oltre ai preziosi carichi, si portavano dietro, nascosto nella profondità delle stive, un ospite indesiderato e pericolosissimo. Si trattava del famigerato ratto asiatico, portatore proprio della morte nera. E' per questo che la città subì a più riprese questo tremendo flagello.

Oltre ad adottare l'astutissima idea di importare dalle isole dalmate il gatto, che del ratto ne era lo storico nemico, Venezia fu solita ricorrere anche all'aiuto divino, come nel caso della Basilica del Redentore, ma anche della Basilica della Salute in punta della dogana.

La Basilica, situata nell'isola della Giudecca, fu voluta con gran forza dal Senato della Repubblica nel settembre del 1576, e promise di erigere una chiesa intitolata al Redentore, in quanto tutti gli sforzi umani fino a quel momento rimasero vani e non si trovò una vera e propria soluzione al problema.

 

E così ogni anno a nella laguna si celebra il Redentore. L'appuntamento è per il sabato della terza domenica del mese di luglio. 

La cerimonia religiosa si apre con la benedizione del patriarca di Venezia, che ha luogo sulle gradinate del Redentore nel momento dell'apertura del ponte, mentre la folla inizia la sua processione verso la Giudecca.

Segue la prima celebrazione eucaristica delle 19:30, alla quale seguono quella delle 0:30 e le otto della domenica.

La spettacolarità,comunque, non sta solo nei fuochi d'artificio, ma anche nella lunga passerella votiva allestita sul Canale della Giudecca e che collega le Zattere, in prossimità della chiesa dello Spirito Santo, con la Basilica.

Il proto della Repubblica Serenissima (architetto capo della Repubblica di Venezia), nonché il celebre Andrea Palladio, pose la prima pietra per erigere la famosa chiesa nel maggio del 1577, e di tutta fretta si decise la forma da dare alla struttura.

Essendo la basilica destinata all'ordine monastico dei Cappuccini (affiliati ai francescani) la scelta dei materiali per l'interno fu piuttosto limitata. Infatti, dovendo seguire la Regola di povertà, si scelsero i mattoni ed il cotto anche per la realizzazione dei capitelli.

Un'altra curiosità inerente alla Basilica riguarda le travature del Refettorio:furono infatti usati gli alberi e le ossature di alcune navi che parteciparono alla battaglia di Lepanto.

 

Di grandissima importanza per Venezia (come già raccontatovi nell'articolo sulla voga alla veneta), è la Regata su gondole, che chiude non solo l'evento del Redentore, ma anche la Stagione Remiera di Voga alla Veneta.

Insomma, un evento ricco di grande impatto scenico e di grandi emozioni, da vivere intensamente in un caldo sabato di luglio!

Se volete venire con noi, non vi basta che chiederlo, magari andando per bacari!

 

Laura

 

 

 

1 Commenti

Tra i capanni di erbe palustri: una visita all'ecomuseo di Villanova

Voi lo sapete cos'è un ecomuseo? La definizione vera e propria risale agli anni 70 in Francia, a indicare "qualcosa che rappresenta ciò che il territorio è, ciò che sono i suoi abitanti, a partire dalla cultura viva delle persone, dal loro ambiente, da ciò che hanno ereditato dal passato, da quello che amano e che desiderano mostrare ai loro ospiti e trasmettere ai loro figli". Un ecomuseo si occupa di studiare, conservare, valorizzare e tramandare la memoria di una comunità e del suo territorio. Attualmente in Italia abbiamo oltre cento ecomusei, che non sono da confondere in alcun modo con i musei. Un ecomuseo non è circoscrivibile a un edificio, non è racchiuso da mura; il patrimonio che esso aspira a valorizzare è spesso intangibile e soggetto a cambiamenti. Al pari dei musei d'arte, anche queste istituzioni possono diventare una grande attrattiva per il turismo, soprattutto quello sostenibile.

 

In provincia di Ravenna, a Villanova di Bagnacavallo, si trova l'ecomuseo delle erbe palustri. Siamo nella Bassa Romagna, territorio caratterizzato un tempo da vasti territori allagati, ambiente ideale per la crescita di una ricchissima vegetazione spontanea. Proprio qui, nel XIV secolo, sorse Villanova delle Capanne. Le abitazioni erano usate anche come laboratori, dove la popolazione svolse a lungo un'attività artigianale che la rese famosa anche fuori dall'Italia. Stuoie, legacci, impagliature di sedie, borse, scope, panciotti, pantofole, cappelli, venivano fuori grazie all'abilità nell'intrecciare le erbe palustri. L'apice di questa attività si è avuto alla fine dell' 800. Poi, negli anni '50, a seguito dell'industrializzazione, la qualità dei manufatti ha iniziato a risentire della priorità data alla moda e alla quantità, per poi interrompersi negli anni '70 con l'arrivo delle materie plastiche. Le materie prime usate, tutte presenti nell'ambiente limitrofo, erano cinque varietà di erbe palustri: canna, stiancia, carice, giunco e giunco pungente. Insieme all'utilizzo delle erbe, si lavoravano i legni della zona, ossia pioppo e salice. 

 

La storia di questo ecomuseo nasce nel 1985, quando un piccolo gruppo, nucleo fondante di quella che sarà l'Associazione Culturale Erbe Palustri, inizia un lavoro di indagine e recupero all'interno del paese. L'origine di questa avventura la trovate qui, con dovizia di particolari. All'ecomuseo sarete accolti da Maria Rosa e da suo marito Luigi, custodi di tutto il sapere che pervade il luogo. Il giro parte dall'Aula Didattica, dove vi sarà fatto vedere un video introduttivo, per proseguire poi nella "sala immersiva", un'incredibile linea d'orizzonte, lunga oltre 11 metri, animata soltanto da suoni dell'ambiente e canti di uccelli: 16 minuti di contemplazione della valle. C'è poi la casa-laboratorio, dove si tengono le dimostrazioni pratiche di lavorazione delle erbe palustri, c'è la visita al ciclo delle 5 erbe, dove sono visibili manufatti realizzati con le diverse erbe, centinaia di reperti originali. C'è la sezione "giochi di una volta", dove i bambini possono giocare con materiali di recupero e la bravissima Maria Rosa dà dimostrazione di come sia possibile intrattenere i piccoli spettatori e farli divertire anche soltanto con un fazzoletto e l'abilità delle mani. Molto interessante anche la parte dedicata alla bioedilizia, ho imparato personalmente tante cose nuove.

 

La visita prosegue all'esterno, nell'Etnoparco, dove troviamo dei bellissimi esemplari di costruzioni rurali in canna palustre: i capanni, unica costruzione a impatto ambientale zero, in totale armonia con l'ambiente circostante. Maria Rosa vi spiegherà come il capanno sia da considerarsi fra le costruzioni più durevoli e antisismiche esistenti, ve ne mostrerà gli interni e vi farà vedere anche un orto molto originale.

 

L'ecomuseo dispone anche di un'area ristoro, con cucina attrezzata, dove si tengono laboratori, incontri, e dove vengono promossi i prodotti del Consorzio "Il Bagnacavallo".

L'associazione è molto attiva nell'organizzare percorsi didattici per le scuole, eventi rivolti agli abitanti della zona e ai turisti, che qui vengono chiamati ospiti. Maria Rosa e Luigi custodiscono questo gioiello con grande perizia e passione, hanno voglia di portare avanti una tradizione meravigliosa e importante, che rischia di essere dimenticata dalle generazioni future. 

 

Silvana

1 Commenti

Il giardino incantato di Anna Tazzari (o della signora Maria?)

Siamo andate a trovare Anna Tazzari in un pomeriggio di inizio maggio, attraversando strade di campagna che dal paese di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, conducono alla sua casa quasi fiabesca. Dal cancello si intravede un grande giardino, Anna ci viene incontro con un sorriso aperto e contagioso e ci invita a entrare in casa. Si intuisce subito che lei è una di quelle persone lì, quelle che ti aprono la porta in meno di un secondo, ti raccontano tutto con entusiasmo, ti fanno venir voglia di tornare già domani, ti senti talmente a tuo agio che ti sembra di conoscerla da sempre. La sua casa è "casa" nel senso pieno del termine, è antica, è vissuta; si scusa quasi, Anna, che la cucina non sia perfettamente in ordine, ma "qui in qualsiasi momento si stendono piadine o si tirano sfoglie", ci dice. E noi iniziamo ad essere estasiate.
Lo stupore aumenta quando prende a mostrarci le sue opere e a raccontarci la sua storia: gli esordi della carriera, che la vedevano andare fino a Faenza all'alba per cuocere i manufatti perché non aveva ancora un suo forno, poi l'incontro fortunato, quello che ha segnato la sua vita, con il grande Tonino Guerra, per il quale ha realizzato molte sculture sulla base di suoi disegni. E ancora, in anni più recenti, dalla fantasia di Anna Tazzari è nata la signora Maria. Dal modo in cui ce ne racconta la genesi, sembra quasi che la signora Maria sia apparsa ad Anna nel sogno per farsi realizzare, in modo così potente da non lasciarle scelta.
Questo personaggio di impronta un po' felliniana, donna autentica, piena di vita, sorridente e versatile, è stato declinato in centinaia di versioni diverse. La signora Maria è l'azdora romagnola che fa la sfoglia a mano, ma si mostra anche in appariscenti bikini a fiori, indossa abiti da sera, a volte molto sexy, noncurante delle sue rotondità, anzi sfoggiando un brillante sorriso. La forza e la gioia che trasmette superano ogni misera schiavitù legata all'aspetto fisico, ogni corsa verso un ideale di corpo che non esiste. Abbiamo l'opportunità di vedere tante versioni meravigliose della signora Maria, la casa ne è colma, e Anna ce ne parla letteralmente come di una figlia. Ci mostra l'album di matrimonio della signora Maria, con tanto di invitati, testimoni e sindaco, e ci racconta della giornalista americana che è stata qui da lei e ha portato via con sé una signora Maria, inviandole poi una foto della stessa con l'Empire State Building alle spalle. Anna è quasi incredula quando lo racconta, l'impressione è che forse non si aspettasse tutta questa popolarità quando ha iniziato a dare forma al suo personaggio. Sorprendente è la fama della signora Maria nella sua zona d'origine: Anna ci dice che molte persone non conoscono lei direttamente ma conoscono la signora Maria, e allora anche i loro nomi si confondono, e chi può più dire dove sia il confine tra la realtà e la fantasia?

Il forno e il laboratorio si trovano nel bellissimo giardino fiorito, c'è anche un capanno al cui interno ammiriamo una serie di esemplari di signora Maria su un grande letto: Anna ci spiega che l'allestimento del capanno varia in base agli eventi che talvolta vi realizzano all'interno. L'atmosfera è bella, c'è pace, profumo di fiori, siamo entusiaste di tutto quello che abbiamo visto, ogni singola cosa, salutiamo Anna e iniziamo a dirci che questo posto merita di essere conosciuto di più, che è un'oasi meravigliosa.
E allora abbiamo organizzato un evento per sabato 18 giugno, in cui i partecipanti potranno creare il proprio cappelletto in ceramica sotto la guida di Anna, la quale preparerà per ognuno un manufatto da portare a casa. Oltre a questo evento, continueremo a inserire il laboratorio di ceramica di Anna nelle nostre attività, perché è un esempio concreto di attività artigianale e autentica, in un territorio che ha ancora tanto da rivelare. Noi vi consigliamo di venire a conoscere queste due donne meravigliose :)

Silvana

 

1 Commenti

Com'è bello farsi cullare dall'arte del vogare...

La bellezza e la dannazione di Venezia è l'acqua.

 

Tutto ebbe inizio con l'invasione dei barbari che dal nord arrivarono a cavallo, distruggendo tutto ciò che incontravano sul loro cammino.  (se siete curiosi, Ariva i barbari a cavaeo è una canzone in veneziano che narra quei momenti cruciali).

Ma, come spesso accade, da una distruzione vi è una rinascita; in questo caso, la nascita di una città su acqua, impenetrabile per i popoli senza imbarcazioni, inadatta a coloro che mal sopportavano l'ambiente malarico della laguna. Si narra infatti che la lenta costruzione della città fu innanzitutto necessaria. Le migrazioni in laguna dei fuggitivi, infatti, si spalmarono nel corso di un secolo. I poveri migranti si ritrovarono dunque a fare i conti con l'ambiente che li circondava e si fece sempre più viva l'esigenza di un'imbarcazione adatta allo scopo della pesca.

Nacquero così le prime zattere, mezzi di trasporto rudimentali e che nulla avevano a che fare con le più sofisticate imbarcazioni attuali.

L'elemento però che accomuna tutte le imbarcazioni di Venezia è il tipo di voga praticato che, al contrario di quel che si pensa, trova una tradizione molto sentita anche in alcune città dell'entroterra veneto.

 

La voga alla veneta è veramente un mondo a sé; è una tradizione che a mio parere deve essere valorizzata adeguatamente e che non si può ridurre al mero galleggiamento della gondola.

Come già anticipato, la voga alla veneta nasce principalmente per esigenze di sopravvivenza: bisognava portare a casa del pesce per nutrirsi adeguatamente. In un ambiente ostile come quello della laguna, dove ad ogni metro il fondale cambia morfologia, la genialità veneziana ha sviluppato imbarcazioni in cui il vogatore, per spingere e direzionare la barca, deve stare in piedi e con lo sguardo rivolto a prua. Non ci possono essere errori di calcolo in laguna, vi sono molti ostacoli sui fondali così bassi e che spesso raggiungono pochi centimetri di profondità.

Ecco perché buona parte delle imbarcazioni a remi veneziane si prestano molto bene per la voga alla veneta.

Mascareta, sandolo, pupparino, caorlina, gondolino.... chi più ne ha più ne metta!

Un elemento, però, che le accomuna è la forcola o scalmo: un oggetto completamente in legno, spesso in noce, che serve a imprimere il movimento al remo del vogatore. Si tratta di un dettaglio indispensabile per gestire il remo nell'ambiente lagunare. A differenza della remata all'inglese (in cui la remata è monodirezionale),  il remo non può essere incastrato, ma deve essere libero per poter frenare, virare e spingere.

Esempi di forcola

Era una tiepida giornata di settembre, e per la prima volta, a vent'anni ho partecipato ad un bacaro tour " a remi". A Venezia c'ero stata solo di sfuggita, per qualche Carnevale o in qualche giornata buca a scuola. Da quel giorno ho capito che Venezia era molto di più e che poteva offrire delle belle esperienze anche a quelle persone che a Venezia non vanno per evitare la folla.

Ho scoperto che la voga era un'arte anche del mio paese, di Battaglia Terme e Monselice; i veneziani infatti erano interessati alla trachite dei miei colli per la realizzazione di tutta la pavimentazione della città. E se pensate che un tempo un cavallo costava quanto una Ferrari, capirete che le vie d'acqua erano il metodo più efficace per trasportare dai Colli Euganei alla laguna tonnellate di materiale. La voga alla veneta, come già accennato, è soprattutto testimone di una storia millenaria, in cui l'ingegno veneziano ha saputo adattarsi all'ambiente che lo circondava, plasmando il corso dei fiumi, creando delle chiuse, costruendo solidi argini per i cavalli che trascinavano la merce posta  lungo i canali delle città.

 

Se siete interessati a conoscere da vicino le storie di Padova e Venezia da una prospettiva più "liquida", vi invitiamo ai due appuntamenti di voga alla Veneta, che si terranno il 2 ed il 10 luglio rispettivamente a Venezia e a Padova.

 

La mascareta, ovvero un'imbarcazione leggera e veloce. Si racconta che le dame che utilizzavano questa imbarcazione uscivano mascherate.

1 Commenti

C'è vita alla Certosa di Bologna

Questa settimana vi invitiamo a scoprire un luogo di Bologna forse insolito per un'escursione della domenica, ma sicuramente molto affascinante e colmo di impensabili opere d'arte che svelano aspetti curiosi ed inaspettati dei personaggi che ci sono passati o che ancora riposano entro le sue mura: il Cimitero Monumentale della Certosa. La Certosa è un luogo comunemente dedicato alla memoria dei nostri cari, ma che ha molto da offrire anche a coloro che per proprio interesse decidono di andare a visitarlo. E infatti quest'anno, come da un po' di tempo, associazioni come "Amici della Certosa" terranno visite guidate al suo interno, nonché concerti strumentali e spettacoli di teatro durante la primavera e l'estate. L'associazione opera ius tratta collaborazione con il Museo del Risorgimento che, nell'ambito dell'Istituzione Musei Civici del Comune di Bologna, si occupa del Progetto Certosa ed offre numerosi spunti per approfondire argomenti storici, letterali ed artistici di cui questo luogo poliedrico è testimonianza.

 

Il cimitero della Certosa di Bologna venne fondato nel 1801 riutilizzando le strutture del convento certosino edificato a partire dal 1334 e soppresso nel 1796. La chiesa di San Girolamo è testimonianza intatta della ricchezza perduta del convento. Alle pareti spicca il grande ciclo di dipinti dedicati alla vita di Cristo, realizzato dai principali pittori bolognesi della metà del XVII secolo. Fulcro del cimitero è il Chiostro Terzo, riflesso fedele della cultura neoclassica locale dove, alle iniziali tombe dipinte, si sostituirono poi opere in stucco e scagliola e - a partire dalla metà dell'Ottocento - in marmo e bronzo. Il complesso nel corso dei secoli è il risultato di un'articolata stratificazione di logge di grande ampiezza e monumentali. All'interno si conserva un vastissimo patrimonio di pitture e sculture realizzate da quasi tutti gli artisti bolognesi attivi nel XIX e XX secolo, testimonianza delle complesse vicende artistiche, storiche ed intellettuali di Bologna, cui si sono aggiunte in anni recenti alcuni interventi di artisti contemporanei. Notevoli le presenze artistiche ottocentesche "forestiere", vero banco di confronto e stimolo per gli artisti locali.

 

Nel cimitero sono ospitate alcune figure importanti per la storia locale e nazionale tra cui lo statista Marco Minghetti; i pittori Giorgio Morandi e Bruno Saetti; il premio Nobel per la letteratura Giosuè Carducci e lo scrittore Riccardo Bacchelli; il cantante d'opera Carlo Broschi detto Farinelli, il compositore Ottorino Respighi ed il cantante Lucio Dalla; il generale Giuseppe Grabinski ed il primo ministro Taddeo Matuszevic, polacchi; i fondatori delle aziende Maserati, Ducati e Weber e della casa editrice Zanichelli.

La Certosa stata per tutto l'Ottocento mèta privilegiata del visitatore a Bologna. Lord Byron, Jules Janin, Charles Dickens e Theodor Mommsen hanno lasciato traccia scritta della loro passeggiata nel cimitero.

 

"Andate sempre così, diritto diritto, al riparo del sole,

e quando avete fatto tre miglia e percorso settecento archi, siete giunto".

 

Così il drammaturgo Jules Janin parla di uno dei suoi luoghi preferiti della città per riposare, pensare, lavorare, dopo aver percorso tre miglia al riparo dei portici venendo dal centro.

 

Gli appassionati di mistero e magia troveranno un bel po' di attrattive: storie stravaganti, leggende, misteri e pratiche inconsuete. Non mancano aspetti esoterici, come testimoniano le sfingi, le lucerne, i caducei ed il più conosciuto simbolo dell'Eternità - l'ouroboros - il serpente che divora la propria coda. L'Ouroboros, o serpens qui caudam devorat, in più culture, è il simbolo assoluto del Tempo, nell'eterna perfezione dei suoi cicli, che nell'alchimia e nell'ermetismo circoscrive l'assioma greco uno il tutto (En to pan); proprio ad evidenziare il fatto che ogni cosa è soggetta a Dio, Infinito ed Eterno Signore dei tempi, Centro e Circonferenza dell'intero creato. Un simbolo che troveremo nella tomba Guidi, uno dei più sorprendenti monumenti funerari che sorgono all'interno delle mura della Certosa.

La stessa storia del luogo registra inoltre episodi di fantasmi o di storie fantastiche, di morti che si rivolgono ai vivi attraverso i monumenti ed i loro spiriti. Nel cimitero bolognese è sepolta Anna Bonazinga D'Amico (1830-1906) la "chiaroveggente più rinomata del sec. XIX" che tenne un "Gabinetto medico magnetico" dove la Sonnambula diede consulti per lunghi anni.

 

Ed ecco alcune delle tombe che non potete mancare di omaggiare dopo aver varcato i cancelli:

 

la Tomba Guidi - Chiostro I° d’Ingresso

Il monumento è dedicato a Giovanni Guidi, deceduto nel 1818. La ricca simbologia presente rimanda alle qualità morali del defunto e tra questi

compare l’Ouroboros.

 

La Tomba Legnani - Chiostro Terzo

Il dipinto è dedicato a Girolamo Legnani (m. 1805). L’impostazione in stile egizio esprime la diffusione dei modelli settecenteschi di Giovanni

Battista Piranesi, e molti dei simboli presenti sono tipici della cultura massonica.

 

Olindo Guerrini (1845-1916) alias Lorenzo Stecchetti -Sala del Colombario

La lapide dedicata alla famiglia Guerrini ricorda una delle figure più importanti della cultura satirica.

 

Tomba Frassetto - Campo Carducci, Muro di cinta lungo il canale

Il monumento è dedicato al celebre antropologo Fabio Frassetto (1876-1953) ed al figlio morto durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo scultore Farpi Vignoli li ritrae in un eterno dialogo sulla morte, cui allude il teschio stretto dal padre.

 

Giosue Carducci (1835-1907) - Campo Carducci

Nel 1879 il Premio Nobel per la letteratura compose l’ode Fuori alla Certosa di Bologna, in cui viene ripercorsa la storia millenaria del luogo, ed al termine i morti si rivolgono ai vivi con le seguenti parole: Oh! Amatevi al sole! Risplenda su la vita che passa l’eternità d’amore.

 

I cimiteri sono luoghi di cordoglio, ma allo stesso tempo sono testimonianza ultima, celebrazione e memoria di esistenze vissute: venite a scoprire quanta vita c’è alla Certosa di Bologna.

 

1 Commenti

Le vostre belle, bellissime storie di viaggio

Sabato scorso, come sa già chi ci segue sulla pagina Facebook, abbiamo partecipato al festival It.a.cà nella sua tappa riminese. Per l'occasione avevamo creato un piccolo concorso, Storie di viaggio: chiunque poteva raccontare un aneddoto, una storia, un'esperienza vissuta in viaggio, inviandoci il testo prima dell'evento oppure fermandosi a scriverlo al nostro stand a Rimini. Ecco, noi ci siamo emozionate tanto a leggere ognuno dei racconti ricevuti. Ci ha emozionato l'entusiasmo che ci avete dimostrato. Ci avete portato in Argentina, in Amazzonia, in Giappone, Sicilia, Basilicata, Trentino, Toscana, Nepal, Irlanda, Siria, Tunisia, e ognuno di questi posti era indicato sulla cartina geografica in bella vista al nostro stand. I passanti hanno letto le vostre pagine, sorridendo, chiedendoci di più, incuriositi. Ogni storia che avete scritto ha in sé qualcosa di grande , di intimo, di speciale. Qualcuno ci ha ringraziato, perché gli abbiamo permesso di tirare fuori ricordi, di ripensare ai posti vissuti, di rivivere sensazioni, di mettere su carta quella certa storia che aveva in mente da un po' ma si sa, pensiamo sempre che tanto poi ci sarà tempo per fare certe cose e le rimandiamo. E invece siamo noi che ringraziamo voi, dal profondo dei nostri cuoricini felici, e credeteci quando vi diciamo che avremmo voluto vinceste tutti, perché ognuno ha scritto una storia bellissima!
Però avevamo annunciato tre vincitori e, quindi, che tre siano :) E sono in tre ad avere l'onore (!!!) di essere qui pubblicati.
La scelta è stata difficile davvero, per cui abbiamo cercato di affidarci a criteri più o meno oggettivi. Abbiamo deciso che i tre vincitori siano ex-aequo, quindi l'elenco è del tutto casuale. Buona lettura allora, complimenti ai vincitori, e grazie grazie grazie a tutti voi che avete partecipato! Noi abbiamo già in mente il prossimo contest, ci sarete?? 

 

1. La prima storia è di Antoaneta Simionescu, una donna dagli occhi grandi e belli. Abbiamo scelto lei perché ci racconta un viaggio insolito, lo fa con la semplicità e la spontaneità di chi si mette in gioco in una lingua diversa dalla nostra e si inserisce nel contesto di "migranti e viaggiatori" di It.a.cà. 

 

ANTOANETA SIMIONESCU: Il mio nome è scritto nel libro della vita 

Essere una donna emigrante è un continuo viaggio che può generare disagi, conflitti, separazioni, lutti, frustrazioni, sofferenze e dolori. Il percorso migratorio crea, infatti, una spaccatura nel percorso della vita, come immigrati si è sempre discriminato nella quotidianità, giudicati per il colore della pelle o perché si ruba il lavoro agli italiani. Gli emigrati sono visti come diversi, ma non sono così diversi, sono esseri umani, hanno emozioni, sentimenti, bisogni come tutti noi.
Avere la voglia di provare, di mettersi in gioco, imparare a socializzare, relazionarsi, confrontarsi, crescere, incontrando persone come fragranze diverse, può distribuire ricchezza alla comunità.
Il 25.08.1990 siamo arrivati in Italia, all'aeroporto di Fiumicino, io, mia figlia e mio marito, ci siamo accampati vicino al posto di polizia, abbiamo messo a terra cartoni, vestiti e abbiamo cercato di riposare. Eravamo una famiglia senza tetto, ma in quel momento l'universo ci ha protetto.
E stata un'esperienza traumatica, non si dimentica mai.
Ci sono stati tanti momenti in cui mi sono persa, ho perso tutto quello che avevo, lavoro, casa, orgoglio, maschere, aspettative. E così andando avanti la mia vita è stata scandita dal tempo, è stata vissuta nel bene e nel male in modo intenso. Non ci sono voluti molti anni per capire che in ogni istante tutto può cambiare all'improvviso. Oggi vivo l'attimo fuggente. Qui e ora.

 

2. La seconda storia è di Dario Merighi, che ci porta con maestria nella splendida Siria e ci ricorda alcune delle meraviglie che abbiamo perduto per la nostra grettezza di umani. Inutile dire che siamo state profondamente colpite dall'attualità del racconto.

 

DARIO MERIGHI: I fuochi di Damasco

All'ambasciata italiana di Damasco ci accoglie il viceconsole che si prodiga in abbracci verso M. A me dà la mano fuggevolmente. "M. sai che diventi sempre più bona!" Con quell'accento ostentatamente romanesco, una persona già spiacevole all'apparenza si fa ancor più viscido.
"Me so' rotto li ... de sti burini eddé sto paese ... Eh! Quanno stavo all'ambasciata de Rio! Ahò che paese er Brasile, trombavo come un riccio. Poi m'ano buttato in sto' paese de ignoranti che se guardi er ... de una de loro er marito minimo te accorterra e poi te chiede che guardi!"
Se un incarico all'ambasciata di Damasco è considerata una battuta di arresto nella carriera diplomatica, quel tipo non avrebbe sfigurato all'ufficio XI o XII del Ministero degli Esteri. Con una sottile metafora poi fece capire che il visto poteva pure provare a farlo arrivare sulla scrivania dell'ambasciatore se M. avesse accettato un invito a cena e un dopo a casa sua. Era chiaro che M. non era nuova a questa situazione perché non fece una piega alle non velate lusinghe.
Il viceconsole si ricordò quindi di me. "Lei, cosa desidera?" La forma di cortesia stonava in una persona di tale infima statura. Con parole semplici e pochi congiuntivi tentai di spiegargli la mia situazione "Ho una lettera del Ministero degli Esteri che mi conferma la vincita di una borsa di studio in Siria per tre mesi. Secondo questa lettera, dovevo rivolgermi all'Ufficio XI o XII del Ministero degli Esteri per consegnarmi il visto. Ho chiamato per 3 mesi ogni giorno ma la responsabile non si è mai resa disponibile. Quindi ho deciso di partire ugualmente confidando nell'ambasciata, che so essere in possesso della lista dei vincitori della borsa e quindi del relativo visto".
"E tu che ... ci fai qua?" . Appunto! Il tu si addiceva meglio a questo rappresentante della italianità nel mondo. "Il primo aereo per l'Italia parte stasera alle 6!" In quel momento ebbi la netta sensazione che l'uso dell'italiano, lingua che non masticava altrettanto bene quanto er romanesco de noartri, gli servisse a dare un carattere ufficiale e minatorio al suo imperativo.
Con questo il diplomatico si accomiatò. Né io né M. avevamo ottenuto ciò che speravamo.
Giorno 11 del mese di Ramadan, Anno 1416 dell'Egira. Giovedì 1 febbraio 1996 dell'era Cristiana.

Ieri ho concordato la tariffa col taxi collettivo. Stamattina sono sgattaiolato fuori di casa all'alba, facendo attenzione a non svegliare il padrone di casa che probabilmente è una spia dei muhabarat - la polizia segreta, che poi tanto segreta non è visto che le caserme portano l'insegna: Polizia Segreta. Sono scappato. Una breve fuga di una decina di giorni per visitare Aleppo, il sito archeologico di Dura Europos vicino a Deir Ez-Zor e Palmira, la città della regina Zenobia che osò sfidare l'impero Romano. Me ne sono andato senza avvisare la mia usteza, la mia professoressa dell'Istituto di Lingua Araba per Stranieri di Damasco. In quanto straniero residente, ho diritto ad un muhabarat tutto per me. Ascolta le mie rare telefonate ai miei genitori (sento la sua presenza mentre beve il chai, il tè), legge le lettere che ricevo. Quanto deve odiarmi per quelle frasi scritte in ferrarese quando si tratta degli escamotage per far entrare nel Paese i soldi che i miei mi mandano. Sono arrivato a Deir Ez-Zor nel tardo pomeriggio. Mi stendo su una brandina che non vede l'acqua dall'era dei Romani. Il bagno in comune è un buco nel pavimento comune.
Pieno Ramadan. Impossibile trovare da mangiare durante il giorno. Bevo litri e litri di tè nascosto dietro i cartelli stradali insieme ai vigili armati di Kalashnikov.
Mi alzo che è ancora buio. Trovo un passaggio per Dura Europos in mezzo ad un nulla di terra brulla. Solo una strada coronata da tralicci della luce o del telefono. Dura Europos, città sul fiume Eufrate dei sussidiari che sta ancora lì. Il guardiano, un vecchio arzillo che imbraccia un fucile Beretta, per poche lire mi fa fare un giro del sito sulla sua moto. E' quasi sera. Mi offre di condividere il suo giaciglio per la notte. Ci penso meno di un attimo e declino gentilmente l'invito. Ma è Ramadan. Non ci sono mezzi. Indicando un punto inesistente all'orizzonte, mi dice che lì, a 15 km, c'è una stazione di benzina abbandonata. Se riesco ad arrivarci prima del buio, devo passarci la notte. Sul tetto. Per evitare i cani randagi.
Sono finalmente a Palmira, un'oasi verde nel deserto di sabbia gialla. Non mangio da più di tre giorni ormai: la notte quando avrei potuto, ho preferito viaggiare per risparmiare sull'albergo. E' sempre Ramadan, febbraio. Bassa stagione turistica. Tutti i mata'am, i ristoranti, sono chiusi. In giro non c'è anima viva. Solo il vento che sibila tra le colonne abbandonate della regina. Entro nell'unico posto con le serrande alzate. All'interno due ragazzi. Spero nella loro comprensione di fronte alla fame di un loro coetaneo. Quando si rendono conto che sono straniero e quindi non un pessimo musulmano, mi preparano un riso al cardamomo e pollo. Ne mangio così tanto che per poco svengo. Palmira è un'oasi dello spirito, come Ma'alula. Ci sto bene e mi fermo parecchio. Non saprei dire quanto. Durante il giorno me ne vado a zonzo tra le tombe torri, il deserto e l'oasi. Aspetto il tramonto rosso fuoco, viola acceso, giallo ocra, blu elettrico, arancione psichedelico mentre scrocchia un carro con le ruote in legno, trainato da buoi pazienti. Scena immutata da millenni. Regalo due penne ad una famiglia di pastori. In cambio il figlio più piccolo si incarica di farmi da guida. La sera ceno coi due ragazzi e gioco a back gammon con un venditore di finte antichità. E' pieno di teste uniche della statua di Atena che rifila ai giapponesi.
Rientro finalmente a casa con la polvere della storia ancora tra i capelli che squilla il telefono: "Parlo con Dario?". Domanda ironica, tanto lo so che mi aspettavi! Penso...
"Dove sei stato?"
"Chi hai visto?"
"Con chi hai parlato?"
"Cos'hai fotografato?"

Rinuncio alla doccia. Mi siedo e rispondo con pazienza. 
"Domani vieni in caserma. Tu sai dov'è. Dobbiamo farti altre domande!"
Sono così pigri che non hanno nemmeno voglia di venire a prendermi.

Oggi la cittadella di Aleppo che aveva resistito ai Crociati è distrutta. Il suo mercato coperto, il più grande del mondo, non c'è più. Deir Er-Zor rasa al suolo. Spero che i ragazzi e  i pastori ce l'abbiano fatta.

La città, la nostra storia, è ormai perduta.

 

3. Last but not least, Giovanna Saba con il suo arrivo in Giappone, tutto lo stupore e la meraviglia. Questa storia ha ricevuto il maggior numero di like sulla pagina del contest, e ci è sembrato giusto premiarla anche (ma non soltanto) per questo motivo (no, non c'entra nulla il fatto che chi scrive abbia un debole per il Giappone :) )

 

GIOVANNA SABA: Ricordi della mia avventura nipponica

Era giugno 2005 quando presi quell'aereo da London Heathrow per Narita airport. Non ero certa di cosa avrei trovato in una città così grande e lontana come Tokyo. Io, una ragazza di 28 anni, cresciuta in un paese della Sardegna di 1200 abitanti, che va a vivere in un paese orientale con il suo ragazzo inglese. Era tutto una prova!! Arrivammo lì di notte, la signora che venne a prenderci in aeroporto ci portò nel nostro appartamento, fu subito shock!! Una stanza di 10 mq, con un tavolino, niente sedie, un mini soppalco con un letto singolo, una sorta di cucina con lavandino nell'ingresso e un mini bagno tutto di plastica. Prima notte, jet lag, scossa di terremoto e tifone, niente male come inizio!! Ovviamente non fui in grado di chiamare in Italia perché non riuscimmo a capire il funzionamento del telefono pubblico.
Ancora oggi, dopo 10 anni, non c'è giorno in cui non riviva un momento della mia vita a Tokyo, che sia sul treno mentre torno da lavoro e i vicini mi dormono sulla spalla, mentre quello davanti si scaccola, i pranzi veloci davanti a una bowl di soba, le passeggiate nei centri commerciali, nel reparto cibo, come amavo vedere quel cibo così bello agli occhi, per poi scoprire che la maggior parte delle volte era insapore. Le passeggiate nel fine settimana in bicicletta alla scoperta dei diversi quartieri.

La prima volta al tempio Meiji jingu, fantastico, emozionante. Mi sentivo minuscola vicino a quella immensa porta. Il suono delle cicale nei pomeriggi estivi, proprio quelle che senti nei cartoni di Miyazaki. La prima volta a Kamakura, vedere il mare dopo mesi, bellissimo!! I templi su nella collina, le persone che ci chiedono di posare accanto alle miriadi di piccole statue per fare delle foto, come fossimo degli esemplari rari di esseri umani.
L'esperienza all'onsen dove scopro che ai bagni si va completamente nudi!! Decisamente un'esperienza rigenerante ma anche un po' imbarazzante.

E' stato certo un paese che ho odiato e amato e che mi ha segnato. Ho conosciuto persone fantastiche e persone stranissime.

Vorrei essere in grado di trasmettervi le emozioni che ancora oggi provo parlando della mia vita a Tokyo, ma non sono brava a scrivere.

Volevo solo darvi un accenno di ciò che è stato l'inizio della mia avventura in Asia e che è continuata per un po' di anni, lasciando nella mia memoria ricordi indelebili. Viaggiate perchè rende le persone più ricche e forti, mi sento fiera di me stessa per aver avuto il coraggio di lasciare la Sardegna nel 2004 e partire per nuove avventure nel mondo. Oggi mi ritrovo con uno scrigno di ricordi che pian piano farò conoscere alle mie figlie, sperando che anche loro un giorno spiccheranno il volo alla scoperta del mondo.

 

 




 

 

 

 

 

2 Commenti

Universa universi patavina libertas

Gli splendori dell'Università di Padova ai tempi della Serenissima

 

Padova è il Santo, l'orologio di Piazza dei Signori, Prato della Valle ed anche la Specola. Padova, per chi non lo sapesse, è anche la seconda università più antica d'Italia e la sesta al mondo.

Tra le fila di questo Studium si annoverano  personaggi del calibro di Galileo, Dondi, Foscolo, Copernico e Leon Battista Alberti... Insomma, gente che ne sapeva!

Il legame che sto intrecciando con la città di Bologna trova dunque un senso per me e le analogie tra le due città universitarie sono strabilianti, soprattutto dal punto di vista architettonico. Palazzo Bo e l'Archiginnasio sono praticamente identici! 

Per non parlare poi dell'affascinante storia che lega queste due città: gli studenti di Bologna in cerca di maggiore libertà di parola e di espressione si trasferirono a Padova e con il motto "Universa Universis patavina libertas" (tutta intera, per tutti, la libertà nell'Università di Padova) nel 1222 si registrò agli atti notarili una vera e propria organizzazione universitaria.

La tolleranza nei confronti degli studenti di religione protestante ed ebraica trovò riscontro nel fatto che molti dei giovani allievi erano stranieri e addirittura non cattolici. Basti pensare che gli studenti tedeschi erano il gruppo più numeroso e non erano obbligati ad aderire alla religione cattolica, al contrario di ciò che veniva richiesto espressamente dalla bolla papale dell'epoca. Nacquero dunque due distinzioni, Transalpini e Cisalpini, secondo un criterio etnico-geografico. Il rettore era eletto direttamente dagli studenti e proveniva ad alternanza da uno dei gruppi, con lo scopo di dare voce anche agli scolari stranieri.

Inizialmente si stabilì in quanto Universitari Iuristarum, ed impartiva lezioni di diritto civile e canonico, ma già attorno al 1250 iniziò l'insegnamento della medicina e delle Arti. E così si spiega più chiaramente il sigillo universitario, in cui sono rappresentati Cristo risorto e santa Caterina d'Alessandria.

Il primo era patrono dei medici e giustamente rievocato in quanto essi erano chiamati a ridare vita ai corpi malati, mentre santa Caterina d'Alessandria era patrona dei giuristi, in quanto figura ben nota per essersi difesa da sola poco prima del martirio e, grazie alla sua eloquenza, lasciò a bocca aperta i suoi aguzzini.

L'Università di Padova dall'inizio del 1400 divenne lo "Studio di San Marco", ovvero l'unica università dell'allora Repubblica Veneta; qualora si ambisse a un impiego pubblico, era obbligatoria la frequentazione dell'Università patavina.

Durante la dominazione veneziana, però, si registrò un forte malcontento tra gli scolari: la Serenissima, infatti, decise di negargli la possibilità di scegliere i propri docenti, a favore di vere e proprie assunzioni di cattedre, attribuite dagli organi competenti.

Il periodo veneziano, però, vede anche momenti di grande splendore e si distingue per i grandi lavori di ampliamento e ristrutturazione. In poco tempo si costruì il Palazzo Bo, (sede principale dell'Università), l'Orto semplice (1545, nonché il primo giardino botanico in Europa) e, per finire, il teatro anatomico stabile.

Il corso degli studi aveva una durata di circa 6 anni (che scesero a 5 nel Cinquecento e a 4 nel Settecento)e gli studenti dovevano seguire le lectiones, prendere parte attiva alle repetitiones, alle questiones ed alle disputationes.

Per conseguire la laurea, lo studente doveva sostenere due prove: una privata ed una pubblica.

Quest'ultima si svolgeva fino al XV secolo nel duomo di Padova, alla presenza di un vescovo o di un suo delegato.

Il neolaureato doveva ricevere dal proprio maestro il berretto dottorale, un anello d'oro ed un bacio accademico.

Da parte sua lo studente doveva sostenere diverse spese: pagare i professori presenti alla cerimonia, banchetti e festeggiamenti e inoltre toghe, berretti ed anelli da regalare al vescovo...addirittura dovevano pagare gli inservienti delle pulizie!

Ma come funziona oggi una laurea a Padova? Ai giorni nostri il bacio accademico è cosa rara e forse il momento di cui si ha più memoria sono i festeggiamenti: il "povero" neolaureato viene insignito della corona d'alloro per le foto istituzionali, ma dopo qualche minuto è generalmente costretto a travestirsi in modo ridicolo, diventando dunque oggetto di scherno dei suoi cari amici. E così, davanti a un pubblico e nel bel mezzo del centro storico, il malcapitato dovrà leggere il proprio "papiro", un foglio di dimensioni enormi sul quale è raffigurata una caricatura ed è resa nota tutta la vita del neolaureato, grazie ad un resoconto volgare e che riassume gli anni di follia dell'università.

Al ritmo della canzone "Dotore, dotore, dotore del buso del cul, vaffancul vaffancul!" l'ormai ex studente dovrà sottoporsi ai più crudeli scherzi che gli amici organizzano per lui. I festeggiamenti simboleggiano l'addio alla bella vita da studente e l'inizio della propria vita lavorativa, sicuramente meno scherzosa e divertente!

Un bel primato riservato a Padova, oltre all'orto botanico, risale al 1678, quando Elena Lucrezia Cornaro Piscopia ottenne la laurea in filosofia: fu la prima donna al mondo ad affacciarsi al mondo accademico.

La sua laurea, però, fu solo un piccolo spiraglio, tanto che bisogna aspettare il 1732 per rivedere una donna laureata in Italia, tale Laura Bassi.

Nel 1733 Caterina Dolfin donò all'ateneo padovano la statua raffigurante Elena Lucrezia Cornaro, che ora è posta ai piedi dello scalone Cornaro, nel cortile Antico di Palazzo Bo. Omaggio alla prima donna laureata al mondo, ma oggi anche simbolo dell'emancipazione femminile.

 

Laura

 

 

 

1 Commenti

Escursione alle cascate della Val Pessola

Sabato 4 giugno andremo insieme a scoprire questo territorio stupendo della provincia di Parma. Faremo una passeggiata primaverile in Val Pessola, Comune di Solignano, valle formata dall’omonimo torrente che nasce dal Monte Barigazzo, e precisamente nel greto del torrente Pessola, nei pressi del ponte per Castelcorniglio, ai piedi del Monte Pareto, un ambiente meraviglioso, caratterizzato da un paesaggio selvaggio, con impervi ed inclinati versanti, interessanti affioramenti rocciosi stratificati e una rigogliosa vegetazione, che regala panorami suggestivi.

 

L'itinerario che proponiamo è accessibile davvero a tutti, grandi e piccini!

Eccolo:

Ritrovo: Loc. Specchio di Solignano (PR), nel parcheggio di fronte alla trattoria

Orari: Partenza: 10.30; Rientro (indicativo): 15.30

Difficoltà: FACILE, percorso principalmente su strade sterrate e mulattiere.

Dislivello: meno di 300 m; in discesa all’andata, in salita al ritorno lungo il medesimo itinerario.

Sviluppo complessivo: circa 10 km

Durata prevista: 5.00 ore

Quota: 10€ adulti, 3€ bambini.

Equipaggiamento necessario: Acqua (almeno 1 L); cappello, crema solare e occhiali da sole, k-way, scarponcini da trekking, pranzo al sacco.

 

Descrizione:

Itinerario panoramico alla scoperta della selvaggia Val Pessola. In pochi chilometri incontreremo paesaggi molto diversi tra loro: da strane formazione geologiche ad antiche strade dimenticate. Una valle suggestiva dove la natura, con i boschi che si inerpicano coraggiosi nei dirupi del Monte Pareto, i versanti impervi, le rocce stratificate e il torrente si fondono in un concentrato di emozioni. Inoltre è presente una grande varietà di vegetazione erbacea ed arbustiva, in buona parte tipica degli ambienti fluviali, e anche di tipo arboreo, con presenza di carpino, cerro e roverella. Altrettanto interessanti sono le peculiarità geologiche e geomorfologiche osservabili durante la passeggiata lungo i versanti, in cui sono frequenti gli affioramenti rocciosi. Le cascate naturali che incontreremo saranno il luogo perfetto per fare il nostro pranzo al sacco, prendere il sole e schizzarsi con l'acqua fresca (forse ancora troppo fresca per fare il bagno!). La natura non sarà la sola protagonista della nostra gita. Ci scontreremo infatti anche nella fortezza di Castecorniglio, ubicata a Specchio, così si chiama la piccolissima frazione di Solignano che la ospita. Questo castello è l'antico «Corniliolum» degli statuti del Comune di Parma, quando era feudo del Podestà di Mariano di Pellegrino. Le prime notizie vengono dal lontano 1226, anno in cui il castello viene descritto come fronte di difesa per lo sbarramento alla bassa Val Ceno. Dal Comune di Parma passò successivamente a Manfredo Pallavicino, lungo un periodo segnato da incessanti lotte fra famiglie signorili, fra le quali sovrastavano i Visconti, spostandosi a quei Pallavicino del ramo di Scipione per poi finire nei feudi della famiglia Rugarli, già vassalli dei potentissimi Landi, famiglia che possedeva numerosi castelli nella zona, molti dei quali andati perduti completamente. La struttura di Castelcorniglio non è molto grande, anche per le evidenti limitazioni orografiche in cui è collocato. Vi si nota un'intera cortina di merli ghibellini con due torri circolari poste all'ingresso, più un massiccio palazzo centrale sovrastato da un torrione quadrato. Molto particolare la struttura dei cortili. Ce ne sono ben tre: due accostati all'ingresso, il terzo sul retro, collegato agli altri da un androne che passa al centro della struttura. 

Vi abbiamo convinto? Venite con noi a scoprire questo territorio a molti sconosciuto, soprattutto a coloro che non abitano nel parmense, ma che riserva incantevoli paesaggi naturalistici adatti per tutti coloro che amano passare un week end lontano dalla città!

 

Stefania

 

 

 

2 Commenti

Di It.a.cà e turismo esperienziale

Non so se le persone fuori dal settore del turismo conoscano l'espressione "turismo esperienziale". Certo, se ne può intuire il significato, ma quando ci si è dentro si scopre che ci sono mondi, anche molto vicini a noi, assolutamente inesplorati. Chiaramente questo tipo di turismo si basa su esperienze, si costruisce su una rete di persone che ne accolgono altre, su storie vissute insieme. Il visitatore crea un legame con la comunità ospitante, con la sua cultura, la sua storia, il cibo, l'arte e le persone, che diventa quindi fondamentale affinché il viaggiatore possa godere appieno del proprio percorso.
Fin dall'inizio della nostra avventura ci siamo sentite totalmente affini a questo tipo di fare turismo. Ci piace moltissimo l'idea di avvicinare luoghi e persone, ospiti e ospitanti, di far vivere esperienze uniche, non necessariamente nel senso di avventure estreme ma di attività radicate nel territorio che si visita. Ci entusiasma che i visitatori possano conoscere personaggi rappresentativi di un luogo, che possano ascoltare storie, gustare prodotti autentici e fatti con passione, entrare nelle botteghe e cimentarsi in qualche arte, passeggiare lungo sentieri e visitare capanne di pescatori. Siamo felici di promuovere l'utilizzo dei sensi, di andare nei mercati, assaggiare e odorare. Difficile spiegare quanto ci sentiamo fortunate per l'opportunità che stiamo avendo di conoscere realtà incredibili; non capiamo come sia possibile che ci siano musei o laboratori assolutamente non valorizzati e che, siamo certe, fareste carte false per poter visitare :)
La nostra collaborazione con il festival Le terre del Garda e con il festival di turismo responsabile It.a.cà è per noi un'occasione meravigliosa per esplorare, conoscere, diffondere alcune delle situazioni che riteniamo interessanti, ma non è che l'inizio. Siamo in costante movimento e, davvero, non vediamo l'ora di condividere con voi le nostre scoperte. Nuovi eventi sono in arrivo per celebrare al meglio l'arrivo dell'estate! Nel frattempo, vi ricordiamo dove sarà Feel It nelle prossime settimane:

 

Sabato 14 maggio: saremo al camping Gasparina a Castelnuovo del Garda (Vr) nell'ambito del festival Le terre del Garda, con lezioni di yoga immersi nella natura.

 

Domenica 15 maggio: ripeteremo le rilassanti sedute di yoga al Flover 

 

Sabato 21 maggio: saremo in piazza Ferrari a Rimini, dalle 14 alle 19, con il contest "Storie di viaggio", al quale potete partecipare anche via web: potete inviarci sulla pagina facebook feelittour o all'indirizzo e mail info@feelitaly.net un piccolo racconto o aneddoto di viaggio e avrete in omaggio la nostra bellissima borsa in cotone! Le tre storie più belle saranno poi pubblicate sul sito!

 

Domenica 29 maggio: escursione nella valle del Samoggia, con partenza alle ore 9 dalla stazione di Bologna. Tutte le informazioni dettagliate saranno pubblicate a breve sulla nostra pagina facebook.

 

Sabato 4 giugno: itinerario trekking alla scoperta della selvaggia Val Pessola, in territorio parmense.

 

Sabato 18 giugno: laboratorio di ceramica e arte dell'impagliatura nella Bassa Romagna (a giorni maggiori dettagli. Vi anticipiamo che queste due esperienze saranno FANTASTICHE).

 

Domenica 19 giugno: le bellezze del Delta del Po con un'escursione a piedi.

 

Tutti gli eventi vengono pubblicati poi nei dettagli sulla nostra pagina facebook. Per informazioni potete comunque sempre scriverci anche all'indirizzo e mail info@feelitaly.net.

 

Unitevi a noi in questo viaggio di scoperta!

 

Silvana

 

 

1 Commenti

Venezia in un pomeriggio di aprile

Venezia, Venezia, quanto è stato scritto di questa città? Unica al mondo, regina del carnevale, piena di turisti fino a scoppiare, le gondole, piazza san Marco, il teatro  La Fenice, bella da togliere il fiato, i negozi di souvenir per il turismo di massa e le botteghe di artigianato nascoste, i ponti, le calli, il vino e gli spritz. Venezia è magica, non ammetto smentite su questo. Fosse soltanto per la sua posizione, perché è adagiata sull'acqua con una delicatezza e una grazia che ho visto poche volte nel mondo, Venezia emoziona.
All'inizio di aprile, in una domenica pomeriggio soleggiata e anche piuttosto calda, abbiamo accompagnato Stefania e Giovanna in un tour che tocca alcuni dei punti nevralgici di Venezia. Considerando che era la loro prima volta a Venezia, abbiamo cercato di conciliare questo con il nostro "stile" di accompagnamento, che ci spinge a visitare posti fuori dai circuiti più battuti, e quindi la passeggiata ha alternato momenti turistici ad altri vissuti come veri veneziani. Partendo dal ponte delle Guglie, ci siamo dirette verso Rialto, uno dei più antichi centri commerciali di Venezia. Il mercato del pesce di Rialto si estende tra Campo de la Pescaria e Campo san Giacometo, (purtroppo la domenica è chiuso) merita di sicuro una visita, essendo un luogo storico per i veneziani, che fanno la spesa qui e poi si dirigono magari in uno dei numerosi bacari della zona per fare un aperitivo; insomma, un luogo pittoresco e verace. In campo san Giacometo è collocato anche il Gobbo di Rialto, una statua del XVI secolo, punto di arrivo dei condannati, e sempre qui abbiamo fatto la nostra prima sosta al Bancogiro, un'antica osteria che prende il nome dal Banco del Giro, una banca pubblica  istituita dalla Repubblica di Venezia nel 1524 ed esistita fino al 1806. Abbiamo assaggiato tipici "cicheti" veneziani, sarde in saor e baccalà mantecato, accompagnati da un ottimo vino e con vista mozzafiato sul canal Grande. Abbiamo poi proseguito verso l'antico quartiere a luci rosse di Venezia, attraversando il ponte delle Tette, dove le meretrici esibivano la loro merce alle finestre. Nel cinquecento, la Serenissima registra infatti un incredibile aumento dell'omosessualità, potenziale danno d'immagine per una città così potente a livello commerciale, e per limitare i danni consente alle cosiddette "carampane" (termine di origine veneziana che indica una prostituta in età avanzata) di affacciarsi a seni scoperti dalle finestre delle loro case, per invogliare gli uomini a salire. Sapevate che 
Venezia era famosa non soltanto per il commercio, ma anche per essere molto libertina? Basti sapere che in un censimento del 1509 si contavano ben 11.000 donne che facevano quel mestiere.
A questo punto, passando per Calle delle Do Spade, siamo stati rapiti da un profumo delizioso di frittura di pesce: è la bellissima Cantina Do Spade, in attività dal 1488, dove abbiamo bevuto un'ombra accompagnato da fritture ancora calde, croccantissime, polpo al sugo e tante risate. Lo sapete, vero, cos'è un'ombra di vino? Bere un'ombra a Venezia è un rito di aggregazione. La leggenda vuole che in tempi lontani il vino venisse servito in piazza San Marco da venditori ambulanti. Questi erano soliti seguire l'ombra del Campanile affinché il vino rimanesse fresco: da qui l'uso di chiamare il bicchiere di vino "ombra".
Mentre il sole tramontava, ci siamo trovati in Campo San Giacomo dall'Orio, un posto molto frequentato dai veneziani stessi, animato infatti da bambini che giocavano a pallone e persone che chiacchieravano sulle panchine. La luce meravigliosa ci ha fatto ammirare al meglio la chiesa del IX secolo, una delle più antiche di Venezia. Da lì, è stato un girovagare tra calli e ponti, tra panni stesi nel fresco della sera e finestre intarsiate alla perfezione, tra leggende e storie, fino a raggiungere la stazione dei treni.
Venezia incanta, non si va via da questa città senza la voglia di tornarci, di scoprire di più, di vederne ancora e di cercarne l'anima nascosta.

 

(Fotografie di Stefania Carnevale)

Silvana

 

2 Commenti

"It.a.cà: sei a casa?" Perché lo scopo del viaggio non è la mèta.

Siamo molto emozionate nel confermare la nostra presenza ad uno dei più significativi festival di turismo in territorio emiliano-romagnolo: si tratta di I.ta.cà e, se non sapete bene cos'è, saremo ben felici di raccontarvelo!

La storia di I.ta.cà (= sei a casa? in dialetto bolognese) ha avuto inizio ben otto anni fa e da quel momento i suoi binari corrono parallelamente ad un'etica comune (purtroppo!) a pochi: sensibilizzare il viaggiatore che attraversa i nostri territori e coinvolgerlo in un'ottica di responsabilità, indispensabile per costruire intorno a noi un modello di sviluppo economico solido e nel rispetto dell'ambiente che lo caratterizza.

Il concetto del viaggiare porta ad uno spunto di riflessione sulla scena economico-turistica non solo italiana, bensì mondiale. "Turismo responsabile" non significa esclusivamente viaggiare in Paesi remoti, cercando l'esotismo a migliaia di chilometri da casa: dietro l'angolo, infatti, potrebbero nascondersi realtà meravigliose e di cui poter andare orgogliosi, motivo per cui crediamo fermamente anche al nostro progetto Feel Italy.

Il punto chiave di eventi come I.ta.cà, infatti, sta proprio nel catturare non solo il turista di passaggio, ma anche il cittadino più distratto, puntando così i riflettori al bello della nostra Penisola.

I metodi di coinvolgimento al festival sono innumerevoli, ed è anche per questo che amiamo un format così eterogeneo: dal contest di racconti, all'agriturismo a km 0, dal trekking tematico all'itinerario cicloturistico. 

Per ogni edizione è stato proposto un filone tematico: l'anno scorso, infatti, il viaggio nei luoghi dei migranti ha scosso il pubblico e certamente ha sensibilizzato i più curiosi, con itinerari organizzati sui luoghi in cui essi sono ospitati, in un viaggio dal sapore amaro e nostalgico.

Quest'anno invece, a buon ragione, il tema proposto è la bicicletta; così democratica e sostenibile da promuoverla come candidata al premio Nobel per la pace. Gli itinerari durante il festival non mancheranno, grazie anche alla partecipazione della FIAB e di altre realtà "su pedale"!

I più importanti promotori di I.ta.cà, che con grande forza la sostengono, sono Associazione YODA (organizza campi di volontariato internazionale), COSPE (opera per il dialogo interculturale, con 100 progetti in 30 Paesi del mondo), NEXUS E-R (istituto promosso dalla CGIL Emilia Romagna, favorisce l'autodeterminazione dei popoli) ed infine A.I.T.R. (associazione no profit, direttamente coinvolta nello sviluppo del Turismo Responsabile).

 

Le porte di I.ta.cà si apriranno a Rimini dal 18 al 22 maggio 2016, prima tappa e forse la più significativa per i territori romagnoli. Per anni la costa è stata il simbolo di divertimento, dello sfruttamento fino all'osso del territorio, ma anche dell'accoglienza.

E' una terra che, paradossalmente, conserva dei luoghi incontaminati, lontani dal turismo di massa e per questo ancora molto autentici.

 

Le date complete del festival, rivolto a  viaggiatori curiosi ed attenti, sono:  

RIMINI/ 18-22 MAGGIO

BOLOGNA/ 23-29 MAGGIO

FERRARA/ 30 MAGGIO - 5 GIUGNO

PARMA/ 30 MAGGIO - 5 GIUGNO

REGGIO EMILIA/ 10-11 GIUGNO

TRENTO/ 3-9 OTTOBRE

Come già anticipato, Feel Italy sarà presente in prima linea ad alcune delle tappe di I.ta.cà, con esperienze autentiche ed indimenticabili. Vi aspettiamo numerosi!

Per prenotazioni o informazioni alle escursioni, non esitate a contattarci!

Prima tappa

Feel Italy, con grande orgoglio, annuncia dunque la sua partecipazione al festival, con partenza da Rimini. 

L'appuntamento sarà in Piazza L. Ferrari il 21 maggio 2016 dalle ore 14.00 alle ore 19.00 e saremo presenti con "Storie di Viaggio", un contest di racconto breve, dove i protagonisti saranno le vostre esperienze di viaggio. Le 5 migliori saranno pubblicate sul nostro sito e pagina FB!

Seconda tappa

La seconda tappa, dal 23 al 29 maggio, avrà luogo a Bologna, punto nevralgico del festival e città dalle mille sfaccettature.

Ecco perché Feel Italy si presenterà con un itinerario del tutto insolito, lontano dal traffico cittadino e a due passi da un Parco regionale meraviglioso: il 29 maggio 2016 scopriremo insieme  i segreti della Valle del Samoggia, ci addentreremo nella

vegetazione del territorio che in questo periodo dell’anno dà il meglio di sé ed offre lo spettacolare panorama delle verdi colline bolognesi, alternate tra boschi, vigneti, frutteti e calanchi.

 

Terza tappa

Parma, dal 30 maggio al 5 giugno, racconterà i territori di Don Camillo e Peppone, del Parmigianino, ma anche dei campi, del buon cibo e dei lunghi cammini sugli Appennini, a due passi dalla città.

 

Feel Italy, infatti, sabato 4 giugno 2016 vi accompagnerà lungo un itinerario trekkingalla scoperta della selvaggia Val Pessola. In pochi chilometri incontreremo paesaggi spettacolari: la fortezza di Castel Corniglio, le Cascate della Val Pessola, strade abbandonate e strane formazioni geologiche.

Quarta tappa

Faenza, insieme a Ravenna, rappresenterà l'ultima tappa per Feel Italy, e vi coinvolgerà in attività di laboratorio legate direttamente al territorio: il 18 giugno sarete protagonisti della  lavorazione della ceramica di Faenza e dell'arte dell'impagliatura nelle Terre del Lamone.

Il 19 giugno, invece, scopriremo le bellezze del Delta del Po con un'escursione a piedi.

1 Commenti

I rimedi di Mattei parlano della sua Rocchetta

La Rocchetta Mattei pare quasi, o forse lo è, una costruzione fantastica. Si trova nella Valle del Reno, a Riola, nel comune di Grizzana Morandi, non molto distante dal capoluogo emiliano. Riaperta al pubblico lo scorso agosto 2015, ha da subito riscosso un enorme successo di visitatori, tanto che la biglietteria ha dovuto imporre la prenotazione obbligatoria. Il suo ideatore, il conte Cesare Mattei, alchimista e padre dell'elettromeopatia ha vissuto in questo magnifico castello in stile medievale-moresco e ha lasciato dietro di sé un'ombra di mistero e magia che rende ancora più affascinante il racconto della sua avvincente storia. La dinastia dei Mattei risale al 1600; il nonno di Cesare, andrea Mattei, si era trasferito a Bologna nel 1776 e aveva fatto fortuna con il commercio di canapa, con le compravendite di terreni e con l'acquisto di beni confiscati alla chiesa. A 18 anni, nel 1827, Cesare ereditò tutto il patrimonio famigliare alla morte del padre. Uomo colto e illustre, fu fatto conte e gli vennero affidati importanti ruoli politici. Ma la ragione per cui ancora oggi è ricordato, è per le sue incredibili doti di guaritore. Egli fece della Rocchetta Mattei la meta di riferimento per illustri personaggi che arrivavano da ogni parte del mondo attirati dalle guarigioni miracolose dei suoi misteriosi rimedi elletromeopatici. La Rocchetta venne addirittura usata come marchio di fabbrica per i suoi prodotti. Mattei non scelse questo luogo a caso: la sua posizione, posta su un'altura di 407 metri di altezza, garantiva la riservatezza e l'isolamento che gli servivano per lavorare e infondeva nei suoi pazienti una sorta di effetto benefico garantito. 

Come dicevamo, lo stile del castello è in prevalenza moresco, a cui si aggiunge l'architettura medievale e liberty. Le sue risorse idriche derivavano dal fiume Limentra che gli passa sotto. Ma vediamo meglio come è composto questo fantomatico castello: la scala che conduce all'entrata è stata costruita con i materiali ricavati dalle vicine cave di Montovolo e salendole si incontra un ippogrifo che fa la guardia. Il leggendario animale, un incrocio tra un grifone e un cavallo, è da sempre considerato l'animale dei maghi. Nell'arco di entrata è situata la testa di un leone,  e in alto, un'arpia in vetro piombato multicolore regge il mondo, come se ne fosse padrona. Due cariatide sostengono lo stipite dell'entrata al cortile della fonte battesimale il cui catino proveniente dalla parrocchia di Verzuno ne occupa il centro. Da una delle scalinate di può osservare una parete con numerose croci scolpite e molti pellicani, che simboleggiano i primordi del cristianesimo. Camminando camminando, sarà facile sentire anche i rintocchi della campana del castello dovuti ad uno dei primi orologi elettrici a muro del quale il conte si vantava. Di notevole pregio la Loggia Carolina in stile orientale. La camera da letto, non ancora aperta alle visite si raggiunge attraverso un ponte levatoio, fatto costruire appositamente da Mattei per le sue manie di persecuzione. Spettacolari i cortili, la fontana dei leoni, la sala Pace in stile liberty e lo studio con il soffitto decorato da stalattiti in cartapesta. Al piano superiore della cappella si trova la stanza che custodisce le spoglie del conte: come da suo testamento, egli riposa dentro un'arca rivestita di maioliche. 

Per scoprire invece da dove deriva la sua ricerca per questa medicina alternativa dobbiamo risalire probabilmente alla morte della madre, che ha probabilmente fomentato la sua avversione per la medicina ufficiale. Si dedicò alla sperimentazione di numerosi prodotti che spesso teneva segreti. Fu un novello alchimista autodidatta che studiò anche i fondamenti di Hahnemann, il fondatore dell'omeopatia, e diede vita a questa scienza alla cui base erano riuniti il potere dell erbe e quello dei liquidi elettrici usati sul corpo per bilanciare le polarità. Con la commercializzazione dei suoi prodotti anche all'estero, fece della sua dimora il centro della nuova medicina conosciuta in tutto il mondo, dando un incredibile valore al territorio sperduto nel quale risiedeva. In questi anni di grande fermento fece della Rocchetta una vera e propria corte composta da personale di intrattenimento per coloro che lo andavano a trovare. Nonostante ciò, per ragioni ancora e forse per sempre sconosciute, si chiuse al resto del mondo e morì in solitudine il 3 aprile del 1896. Ma la fortuna dei suoi rimedi non cessarono con la sua morte, anzi contarono innumerevoli successi, anche grazie al figlio adottivo Mario Venturoli Mattei che proseguì la produzione delle ricette del padre. Solo dopo il 1945 il Ministero della Sanità impose al Laboratorio Farmaceutico Elletromeopatico Mattei la dichiarazione dei componenti fitoterapici contenuti nei suoi rimedi, ma non la preparazione. Si scoprì così che la base di alcuni suoi medicamenti era composta dalla pianta della cannabis, vietata a partire dal 1958. Il laboratorio cessò completamente di la sua attività nel 1969. 

A proposito invece degli studi che il conte fece sulle proprietà informative dell'acqua biologica presente nel corpo umano, ci sono oggigiorno innumerevoli teorie che dimostrano come alcune malattie lascino delle tracce nell'acqua attraverso segnali ellettromagnetici che possono poi essere studiati. Cesare Mattei si impegnò a lungo in esperimenti sulle diluizioni dei liquidi connessi alla preparazione dei suoi rimedi e forse questo era proprio il segreto del suo successo, forse sì, forse no. La verità rimarrà celata all'interno della splendida dimora che per tanto tempo lo ha osservato come una servo fedele e che continua a mantenere i suoi segreti.

3 Commenti

La fiaba di Dozza

Quando abbiamo pensato ai tour da suggerirvi nel nostro sito, Dozza è stato uno dei primi luoghi nominati, all'unanimità, da tutte e tre. Il motivo è facile da comprendere, scommetto che dopo aver letto questo articolo sarete d'accordo con noi. Dozza è un comune in provincia di Bologna e a pochi chilometri da Imola, un grazioso borgo medievale arroccato sull'appennino tosco-romagnolo. Il suo nome deriva da "doccia", a causa della povertà idrica della zona, e da un acquedotto che accumulava acqua dal Monte del Re in una cisterna; proprio nello stemma cittadino si vede infatti un grifone che si abbevera ad una "doccia". Il territorio è di per sé meritevole di visita, per le distese di vitigni e per la dolcezza delle colline e delle campagne rigogliose che rilassano la vista e i sensi tutti. In particolare, Dozza ha due tesori meravigliosi, di cui il secondo è in realtà moltiplicabile per tante opere d'arte, come vedremo.
Il monumento che domina il paese è la maestosa Rocca Sforzesca, struttura medievale conservata in ottimo stato anche nei suoi interni. La sua ultima ricostruzione è stata voluta nel tardo Quattrocento da Caterina Sforza, Signora di Imola e di Dozza. La rocca così come la vediamo oggi è però il risultato della trasformazione da struttura militare a palazzo signorile terminata da Antonio Campeggi nel 1594 per volontà della famiglia bolognese dei Malvezzi. Alla rocca si accede attraversando un piccolo ponte, che conduce a un cortile nel quale si trovano l'entrata del castello e l'entrata, nei suggestivi sotterranei, dell'Enoteca Regionale dell'Emilia Romagna. Il primo piano, o piano nobile, corrisponde all'antica residenza dei Campeggi-Malvezzi, che vi dimorarono fino al 1960, con arredi bellissimi e ottimamente conservati. Attraverso una scala si accede al torrione dei Bolognesi, e da questo si arriva al Torresino, il torrione posto a lato dell'ingresso. I camminamenti sulle torri rivelano un panorama mozzafiato, soprattutto nelle giornate dal cielo limpido. Scendendo al piano terra, nel cortile con loggiato, troverete la lavanderia, le antiche prigioni con le celle di segregazione, che conservano ancora le scritte dei detenuti sui muri, e la meravigliosa cucina con madie, casse, tavolo e svariati utensili. Vi sembrerà di vedere con i vostri occhi la preparazione delle vivande, tanto è perfetto lo stato di manutenzione. Non si può lasciare la rocca senza aver visitato l'Enoteca Regionale, dove troverete oltre 800 etichette, oltre a un wine bar per degustazioni guidate.
Il secondo tesoro di Dozza è la Biennale d'arte contemporanea "Muro dipinto", nata negli anni Sessanta. Questa rassegna di pittura ha letteralmente trasformato Dozza in una città dipinta, facendone un vero e proprio museo a cielo aperto. Ogni due anni, nel mese di settembre degli anni dispari, artisti da tutto il mondo, finora circa 200, vengono qui e dipingono le facciate delle abitazioni, a diretto contatto con il pubblico. I dipinti sono tanti, di varia grandezza e misura, si inseriscono tra le finestre, le porte, gli archi, si intrecciano con la storia e il panorama di Dozza, diventandone un corpo unico. Un omaggio a Corto Maltese, persone intorno a un tavolo, figure mitologiche, donne bellissime, animali, immagini di terre lontane, vi lasceranno a bocca aperta, catapultandovi in un'altra dimensione. Dal 2007 il Muro Dipinto si articola sia nel borgo antico di Dozza che nella parte "moderna" di Toscanella, dove trovano spazio in particolare writers e street artists. Le opere dipinte nel corso degli anni sono visibili ovviamente tra le strade del borgo e anche nella Rocca Sforzesca, dove sono state collocate le opere tolte dai muri per un problema di conservazione, e i tantissimi bozzetti.  
Se tutta questa bellezza non vi avesse ancora convinto a visitare Dozza, aggiungiamo un altro evento che dal 2014 ha sede qui: Fantastika, dedicato all'arte fantasy. Mostre, incontri e rappresentazioni all'interno del museo della Rocca. Fantastika si svolge tutti gli anni pari, l'ultimo weekend di settembre.
Inutile forse aggiungere che la gente di Dozza conosce bene il valore prezioso dell'accoglienza, e sarete coccolati da un calore tutto romagnolo. Quindi, andare al mini market significa chiacchierare con il salumiere che, se lo vorrete, vi farà assaggiare i vari tipi di formaggio locale e l'ottima mortadella. Se poi dal fornaio acquisterete dei pezzi di crescenta, la scelta migliore sarà quella di fare un picnic nelle aree appositamente attrezzate nel parco adiacente alla Rocca. Da qui, godetevi il panorama che si apre maestoso davanti a voi.
Qui potete dare un'occhiata all'itinerario che abbiamo pensato per voi!

Silvana

1 Commenti

Il ghetto ebraico di Venezia: la sua storia

Il più antico Ghetto del mondo si trova proprio a Venezia. Oggi sono pochi gli ebrei che vivono qui, ma una volta ci abitarono oltre 5.000 persone su uno spazio molto ristretto.

Una comunità ebraica era presente a Venezia fin dal XII secolo (documentata nel 1152) e consisteva in circa 1300 persone.

Dal XIII secolo ebbero residenza stabile presso l'isola di Spinalonga che da allora, avendo molti abitanti giudei, cambiò il proprio nome in Giudecca. Dal 1298 fu privato agli Ebrei il permesso di avere fissa dimora a Venezia ed essi si trasferirono a Mestre e nelle zone limitrofe, potendo pur sempre recarsi in città per le loro attività e commerci.

Con il passare degli anni venne tolto il divieto di risiedere a Venezia e con un decreto del Maggior Consiglio del 1516 venne stabilito che gli ebrei dovevano stabilirsi nella zona di Cannaregio chiamata Getto, "per ovviar a tanti demordenti et inconvenienti, in un'isola nei pressi di S.Gerolamo".

Il nome Ghetto deriva dalle fonderie presenti in quella località che gettavano o fondevano i metalli, fabbricando cannoni e rifornendo l'Arsenale. Attualmente la parola ghetto ha assunto il significato di luogo di segregazione.

Nel 1589 gli ebrei vennero ufficialmente autorizzati a "tener sinagoghe, secondo l'uso loro". Cinque le Scole, due di queste progettate dal famoso Baldassarre Longhena. 

La Scola grande Tedesca, la Scola Canton, la Scola Italiana, la Scola Levantina e la Scola Spagnola.

Seguendo la via dalle Fondamenta di Cannaregio (ingresso accanto al ristorante Gam-Gam), si raggiunge per prima la Scuola Spagnola, in stile barocco e subito dopo la sinagoga più maestosa di Venezia: la scuola Levantina.

Entrando nel cuore del quartiere, si arriverà dunque alle sinagoghe più antiche di Venezia. Se non ci fossero delle indicazioni, esse sarebbero irriconoscibili.

La Scuola Italiana (1575) si contraddistingue con la sua cupola barocca e l'iscrizione "Santa Comunità Italiana". La Scuola Canton, (1531) ha una piccola cupola in legno. La Scuola Tedesca (1528) è la più antica di Venezia . Dall'esterno si noteranno cinque grandi finestre ad arco, di cui tre murate.

 

Si aggiunsero dunque alla struttura del ghetto il Ghetto Vecchio ed il Ghetto Nuovissimo. Gli edifici furono dunque sopraelevati, fino a sei-otto piani, a differenza del resto di Venezia. Il Ghetto divenne un crocevia tra Oriente ed Occidente, permettendo dunque il fiorire della stampa. Ecco perché Venezia rimane una delle capitali indiscusse del mondo ebraico.

Negli stipiti dei portoni si possono vedere ancora le fenditure che contenevano le mezuzah, pergamene che contenevano la preghiera fondamentale della religione ebraica. La pergamena veniva arrotolata ed inserita in un astuccio per essere affissa agli stipiti delle porte delle case.

Il Ghetto continuò ad esistere come tale per oltre due secoli e mezzo, fino a quando nel 1797 Napoleone ed i francesi conquistarono Venezia ed eliminarono cancelli e restrizioni: gli ebrei furono liberi di andare a vivere in altre zone della città.

La comunità di Venezia si è molto ridotta; mentre un tempo contava alcune migliaia di membri, oggi sono solo 500, di cui una parte vive fuori città. E' doloroso ricordare che durante la Seconda Guerra Mondiale furono deportate dal Ghetto di Venezia oltre 200 persone nei due tragici giorni del 5 dicembre 1943 e 17 agosto 1944.

Lungo i piccoli portici del ghetto, un tempo vi erano botteghe artigianali e banchi di pegno. L'usura era infatti un'attività redditizia praticata dagli ebrei poiché ai cristiani era impedita da motivi religiosi, in quanto contraria alla morale.

Tutt'oggi l'attività principale è il turismo; vi sono infatti attività commerciali dove acquistare prodotti kosher (ovvero preparati nel rispetto delle norme alimentari ebraiche), alcuni negozi, ristorante, pizzeria, panificio. I dolci ebraici tipici del Ghetto sono le Orecchiette di Amman, con ripieno di frutta, le Bisce, dalla caratteristica forma a esse e le Azime Dolci dalla forma a ciambella.

A ricordo di questa storia di ben cinquecento anni, il 29 marzo 2016 Venezia apre ai festeggiamenti  dell'anniversario con un concerto al Teatro La Fenice, diretto da Omer Meir Wellber.

Dal 19 giugno al 13 novembre a Palazzo Ducale, la mostra storico documentaria "Venezia, gli Ebrei e l'Europa 1516-2016".

Poi c'è la raccolta fondi internazionale gestita dalla fondazione Venetian heritage dedicata alla radicale trasformazione del museo ebraico di Venezia nato nel 1954.

Le sinagoghe possono essere visitate solo in un tour guidato che comincia ogni ora dalle 10.30 fino alle 15.30 (da giugno a settembre 17.30).

L'anniversario dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare si incontra con quello dei 500 anni del ghetto in un appuntamento suggestivo tra il 26 e 31 luglio. Campo del Ghetto vedrà il "Mercante di Venezia" di Shakespeare messo in scena per la prima volta nella sua ambientazione originale.

 

Se volete conoscere questo posto incantevole di Venezia, venite con noi!

 

 

 

1 Commenti

Cosa fare il week end di Pasqua? 10 idee tra Emilia-Romagna e Veneto

 

1- Passeggiata attraverso il sentiero dei Bregoli. Un classico per i bolognesi che amano passare il giorno di Pasquetta all'aria aperta e fare un picnic con parenti e amici stesi nel prato dopo una breve e piacevole camminata che dal Parco Talon di Casalecchio conduce direttamente al Santuario di San Luca. Il sentiero percorre circa 2 km tra boschi e stradine di media difficoltà, in particolare si deve prestare attenzione alle pendenze molto variabili del percorso. Ma sono garantiti relax e divertimento anche grazie ai suggestivi paesaggi collinari e ai panorami inaspettati che ci vengono regalati nelle giornate particolarmente limpide.

2- Ci trasferiamo in provincia di Reggio Emilia, in particolare a Boretto, lì accanto al paesino dove sono ambientate le avventure di Don Camillo e Peppone, film che tutta Italia conosce, ispirati ai racconti di Guareschi. Si viaggia in motonave sul fiume Po per scoprire da un nuovo punto di vista le terre reggiane fino ad arrivare all'Isola degli Internati, i lembi di terra che costeggiano il paesino di Gualtieri che nella loro tranquillità riecheggiano tempi e storie lontane. Una volta arrivati qui si pranzerà in motonave con prodotti tipici della tradizione locale e il rientro è previsto a metà pomeriggio da dove si è partiti. Per maggiori informazioni visita il sito www.motonavestradivari.it

3- Per le famiglie che hanno bambini più piccoli e vogliono trascorrere un paio di giorni in viaggio con loro, suggeriamo invece intrepide gite ai Castelli del Ducato di Parma e Piacenza che per l'occasione hanno programmato attività sia per grandi che per piccini, escursioni e percorsi d'arte e cultura in tema pasquale. Il Castello di Gropparello organizza visite al suo interno, un percorso magico nel Parco delle Fiabe con le avventure dei Cavalieri e nel pomeriggio la "Caccia all'Uovo di Drago" con possibilità di pranzare alla taverna medievale. La Rocca San Vitale di Fontanellato invece organizza visite guidate con Alice che, come si capisce dal nome, rievoca la protagonista del famoso libro di Carroll e vi farà immergere nelle vicissitudini di coloro che in quel castello ci hanno vissuto davvero. Al suo interno è inoltre custodita l'unica Camera ottica ancora in funzione in Italia. Per maggiori informazioni e per conoscere tutti gli eventi dei castelli visita il sito www.castellidelducato.it

4- Un itinerario diverso e adatto agli appassionati della bicicletta è quello che percorre 120 km di pista ciclabile lungo l'argine del fiume Po, fino ad arrivare al suo Delta. Si parte da Stellata di Bondeno e si arriva a Gorino Ferrarese. Il tragitto offre affascinanti spettacoli naturalistici (infatti si attraversano boschi, oasi e parchi naturali) ma anche spunti per conoscere meglio la storia e l'arte di questi luoghi. Per chi ha voglia di fare una deviazione in città, può seguire i percorsi alternativi che conducono nel centro di Ferrara. Per ogni informazione potete visitare il sito www.ferrarainbici.it

5- Non ci resta che andare in Romagna, lì dove a due passi dalla riviera adriatica, scopriamo un entroterra magico ricco di storie e sapori come non ti aspetti. In particolare vi suggeriamo di arrivare al Borgo di San Leo, un piccolo centro storico che sorge tra le pieve e i colli romagnoli della Val Marecchia e deve i suoi meravigliosi resti, così come anche gli altri borghi vicini, alle inarrestabili contese tra le due famiglie Montefeltro e Malatesta. Oltre al Duomo, al Palazzo Mediceo, alla Torre Civica e agli altri monumenti di interesse storico e religioso, possiamo soffermarci a curiosare tra le vetrine delle botteghe artigiane che ancora oggi si affacciano sui vicoli del centro.

6- Per i veneti invece o per chi vuole semplicemente trascorrere un week end in questa splendida regione, vi consigliamo un festeggiamento tipico per i trevigiani, nei comuni di Breda e San Biagio sulle rive del fiume Piave che per le festività hanno deciso di lasciare più libertà a tutti coloro che decideranno di raggiungerle. L'amministrazione comunale ha infatti straordinariamente deciso di non vietare picnic, grigliate, musica e free camping all'insegna della convivialità e del buonumore. Certamente ci saranno delle regole da rispettare, ma stiamo parlando di civile convivenza. Saranno adibiti degli appositi parcheggi per le auto e anche per i fuochi e ovviamente resta fuori dai giochi l'oasi protetta di Codibugnolo. Detto ciò, diamo il via ai festeggiamenti!

7- Un'ottima alternativa al classico itinerario della strada dei vini, è la gita sui colli Euganei proposta da Villa dei Vescovi adatto a tutta la famiglia (il gioiello veneto, bene del FAI, di cui si è già parlato e che testimonia una preziosa impronta della romanità in tutta la regione e che si trova a Luvigliano di Torreglia in provincia di Padova), per trascorrere una giornata in mezzo alla natura e all'insegna dell'architettura. Durante la giornata verranno proposte attività per tutta la famiglia, picnic nel prato con cestino colmo di prodotti tipici (da ordinare prima!), giochi e intrattenimento, caccia all'uovo di cioccolato sia la mattina che il pomeriggio. E dulcis in fundo, sarà anche tenuto un laboratorio per i più piccoli per scoprire insieme tutto quello che c'è da sapere su come gli uccelli costruiscono i propri nidi. Per maggiori informazioni e prenotazioni visitate il sito www.fondoambiente.it

8- Se invece avete voglia di scoprire le bellezze dell'oasi gestita dal WWF situata al Lido di Venezia, potete prenotare una visita alle splendide Dune degli Alberoni, famose per l'eccezionale varietà di vegetazione, antecedute da una zona boschiva ricca di arbusti. Per la specificità della fauna e della flora, vi consigliamo di leggere www.dunealberoni.it. Sicuramente potrete osservare numerose varietà di uccelli, tra cui il falco pellegrino e il nibbio bruno e alcuni rettili e anfibi tra cui  il biacco, la lucertola campestre e il rospo smeraldino. Inoltre, con una breve camminata di può raggiungere la diga in pietra d'Istria,, i Murazzi, costruita per proteggere gli argini della laguna dall'erosione del mare. Qui potrete gustare il piacere di una camminata al tramonto e osservare le semplici ma curiose sculture che per mano dell'uomo hanno caratterizzato negli anni questo lungo mare.

9- In provincia di Treviso, in particolare a Nervesa della Battaglia, si trova un'osteria molto particolare, diversa da quello che potreste aspettarvi da una tipica locanda. Ebbene sì, oltre a deliziare il palato con ottimi vini e leccornie semplici ma gustosissima (tra cui polenta, lumache, baccalà, salamina, costicine ), i fondatori dell'Osteria ai Pioppi Bruno Ferrin e Marisa Zaghis  si sono cimentati fin dagli inizi nella costruzione di un parco giochi, ormai famosissimo in tutto il mondo, con oltre 40 attrazioni spettacolari per far divertire i più piccoli ma anche i loro genitori, completamente costruite a mano ma ovviamente omologate da un ingegnere! I giochi sono a disposizione unicamente della clientela dell'osteria e come in tutti parchi giochi bisogna rispettare alcune importanti regole di comportamento. Ma il divertimento è garantito!! Tra le attrazioni più spettacolari del parco troviamo: il giro della morte, che consiste nell'entrare in una gabbia e pedalare per poter fare il giro della morte; lo scivolo a tre corsie, per poter sfidare gli amici in una gara di velocità; il Bob, due carrelli posti su due rotaie che funzionano in velocità grazie alla pendenza e alla forza di velocità. E poi molti altri ispirati ai classici di sempre. Insomma, una meta assolutamente imperdibile, che tutti devono provare almeno una volta nelle vita! www.aipioppi.com

10- Se invece avete intenzione di passare un week end sul lago, non potete non considerare il Lago di Garda. A Bardolino proprio sabato 26 si apre la 3 giorni dedicata alla degustazione dell'olio e del vino, seguita da appuntamenti musicali e una mostra mercato dell’artigianato e dei prodotti alimentari della tradizione. In occasione di Pasqua si aprirà anche la stagione turistica sul Lago di Garda con l’arrivo di migliaia di visitatori e turisti, il comune darà infatti vita a questa entusiasmante manifestazione che si snoderà sul lungolago e dove saranno allestite le aree dedicate al mercato e alle degustazioni, aperte per tutti e tre i giorni dalle 10 alle 20. In prossimità del porto il Museo del Vino e il Museo dell’Olio proporranno i loro prodotti, accanto allo spazio allestito da Melegatti dedicato ai prodotti da forno pasquali. Sul Lungolago Riva Cornicello, invece, potrete conoscere i prodotti di aziende provenienti da tutta Italia. 

1 Commenti

Bologna e le osterie

La storia di una città si può ricostruire attraverso i suoi luoghi, i personaggi che l'hanno attraversata, i mercati, i racconti. Bologna può essere narrata anche attraverso le sue osterie. Non per niente, Bologna è la "grassa", la città che tiene in grande considerazione il bere e il mangiare. Da sempre simbolo della "bolognesità", l'osteria è il luogo per eccellenza dove ritrovarsi, stare insieme, bere un buon bicchiere di vino, fare chiacchiere. I primi locali di questo tipo in città risalgono alla fine del XIII secolo, nel 1396 se ne contavano ben 32! Erano frequentate da viandanti, nobili rinascimentali, artisti, briganti, poeti. Circolano storie e leggende su ricchi mercanti e gente un po' equivoca intorno alle antiche osterie bolognesi, e tale era la loro importanza che nacque addirittura un bellissimo gioco dell'oca basato sulle osterie, inciso da Giuseppe Maria Mitelli nel 1712, ristampato e diffuso ancora oggi: esso elenca cinquantasette osterie della città ricordate con il nome, l'insegna, l'ubicazione e le specialità, che lo rendono un'importante fonte documentaria. Con il passare del tempo, la presenza di così tante osterie creò dei problemi, che il comune cercò di risolvere con diversi provvedimenti. In particolare, nella seconda metà dell'Ottocento vennero adottate delle misure in cui si sottolineava l'obbligo per i bettolieri di pulire le zone adiacenti alle osterie, evitando così che i portici diventassero latrine. Per quanto riguarda gli orari, la soluzione per evitare grida e schiamazzi durante la notte, fu la creazione delle "bocchette", delle fessure tra le grate dalle quali veniva servito il vino. In questo modo, i clienti si fermavano solo pochi minuti, il tempo di una bevuta. Il rifornimento di vino alle osterie di Bologna era, nell'antichità, riservato alla Compagnia dell'Arte dei Brentatori, che si trovava in via dei Pignattari; la Compagnia consegnava il vino alle osterie e ne riscuoteva la relativa tassa, applicata non solo sulla quantità acquistata ma anche sulla qualità del vino. Si dice che a un certo punto della storia i bolognesi avessero ridotto la loro presenza in alcune osterie, preferendo intrattenersi davanti ad una fontana e ristorarsi con le sue acque. La riduzione di entrate nelle casse del comune, a seguito del minor consumo di vino, fece indurre l'amministrazione comunale a distruggere addirittura la fontana. Tra le tante, c'era l'Osteria del Montone, nell'odierna via Castiglione, l'Osteria del Leone che era frequentata da ricchi commercianti. Vive ancora l'Osteria del Moretto in san Mamolo, che ha ispirato a Guccini la "Canzone delle osterie di fuori porta", l'Osteria del Cappello Rosso, che è ancora attiva con i suoi seicento anni di storia e che era destinata agli ebrei, quando gli ebrei potevano sostare a Bologna soltanto una notte e soltanto in questa osteria. L'Osteria de' Poeti, a Bologna dal 1600, uno dei luoghi del movimento culturale bolognese degli anni '60, teatro di riunioni e bevute di Guccini, Dalla e altri personaggi della Bologna di quegli anni. E poi c'era lei, la "regina" delle osteria bolognesi, la più antica e famosa mescita di vino della città, che è ancora oggi uguale a quella di un tempo: l'Osteria del Sole. Questa chicca, di cui Bologna può ben vantarsi, si incastra tra botteghe tradizionali, nel cuore del centro storico e del mercato, dal 1465, in una viuzza stretta stretta e corta. L'aspetto è quasi dimesso, insegne non ve ne sono, all'interno c'è una Bologna che non si vede altrove, le pareti sono colme di ricordi e di cimeli. All'Osteria del Sole si viene per bere, vino o birra; gli osti rifiutano categoricamente di servire dell'acqua, per non parlare del caffè. E non vi si trova da mangiare. La particolarità che rende questo posto unico è che ci si può portare cibo dall'esterno, da casa, farsi un cartoccio con il pane e la deliziosa mortadella, che si trova in abbondanza nelle botteghe attigue.  Varcare la soglia di questa osteria, accolti da una grande sala informale con lunghi tavoli di legno, è a Bologna un rito. Negli ultimi anni sono nate e continuano a nascere a Bologna tante altre osterie, declinate in versione un po' più moderna, con cibi deliziosi e tanti tipi di vini, come l'Osteria la Tigre, gestita da Cesare Cremonini in via Orfeo, o l'osteria Marsalino in via Marsala.

Silvana

1 Commenti

La maschera veneziana ed i misteri che la avvolgono

Venezia, si sa, fu una delle più longeve e floride Repubbliche della penisola e per questo una delle più gloriose. Ecco perché vanta tradizioni e costumi di notevole importanza... e a proposito di costumi, un elemento veramente caratteristico di Venezia è proprio la maschera.

"Buongiorno Siora Maschera!" (termine che deriva dall'arabo mascharà, scherno) era il saluto consueto durante il carnevale di Venezia, rara occasione in cui chiunque poteva provare l'illusione di sentirsi uguale agli altri, senza distinzione di sesso, classe sociale ed identità personale.

I documenti più antichi che si riferiscono a questo accessorio sono datati 1268, quando la Serenissima decretò l'uso limitato della maschera, con lo scopo di porre fine alle burle dei mataccini, uomini mascherati che lanciavano uova riempite di acqua di rose sulle povere donzelle che gironzolavano per le calli.

Nel tempo la limitazione dell'uso della maschera prese sempre più piede; in fondo, se essa serviva durante il Carnevale (la cui data d'inizio combaciava curiosamente con il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano) per sentirsi tutti uguali, per lo stesso motivo si diventava difficilmente identificabili dalle autorità, e tale situazione non piaceva affatto alla Repubblica.

Coloro che trasgredivano la legge, destinata soprattutto alle prostitute che indossavano la maschera, erano condannati ad essere frustrati da Piazza San Marco fino a Rialto, per poi essere posti in berlina tra le due colonne in Piazza San Marco; successiva alla pena fisica, la pena morale: banditi da Venezia per ben quattro anni e costretti a pagare una multa di 500 lire alla Cassa del Consiglio dei Dieci.

Le trasgressioni considerate immorali costrinsero dunque ad autorizzarne l'uso solo durante il periodo del Carnevale ed in alcune feste comandate.

Nonostante ciò, questa tradizione non andò persa nel tempo anzi, durante il XVIII secolo si intensificò la produzione, tanto che i maschereri (artigiani che creavano queste opere d'arte) furono costretti a commissionare moltissime maschere a piccoli laboratori che lavoravano "in nero", proprio per accogliere le richieste della clientela proveniente da tutta Europa.

Le maschere degne di nota sono:

  • la Baùta, maschera tra le più celebri e comuni. Spesso accompagnata da un mantello chiamato tabarro.  Utilizzata indifferentemente sia da uomini che da donne, essa era spesso indossata non solo durante il Carnevale, ma anche in occasione di feste o di spettacoli al teatro. Si dice addirittura che sia la maschera più comune, proprio per l'utilizzo quotidiano che se ne faceva.
  • La Moretta, tipica maschera femminile, era unicamente indossata dalle donne. Originaria della Francia, dove le donne erano solite indossarla durante le visite alle monache, era probabilmente la più amata dal gentil sesso, in quanto molto raffinata: la sua forma ovale ed il velluto nero di cui era fatta, permetteva alle dame di adornarla con cappellino e/o accessori raffinati. Si trattava di una maschera muta, tanto che inizialmente la si indossava tenendola in bocca con un perno;pertanto era molto amata anche dagli uomini.
  • il Medico della Peste era inizialmente una maschera senza alcuno scopo carnevalesco, bensì sanitario. Ideata dal Dottor Charles de Lorme, essa era utilizzata dai medici durante la drammatica pestilenza del 1630 a Venezia, con la speranza alquanto ingenua  di essere protetti dai pericoli mortali dell'epidemia. Il suo becco adunco, riempito di essenze medicamentose, era però molto utile al medico che doveva curare i pestilenti, in quanto gli permetteva perlomeno di non respirare gli odori delle carni putrescenti. In tempi più recenti questa maschera fu utilizzata anche durante il Carnevale, quasi a ricordare i sentimenti contrastanti ed opposti della vita che vince sulla morte.

Ai giorni nostri la goliardia e l'eleganza delle maschere durante il Carnevale rendono questa città ancora più bella, la colorano e la pervadono tutta, in ricordo di quello che fu, che è e che sarà: la città del Carnevale.

Ancora oggi vi sono alcuni laboratori artigianali di maschere che, su richiesta, organizzano piccoli corsi di qualche ora proprio per imparare l'arte della decorazione. Vi aspettiamo per provare questa esperienza insieme a noi!

1 Commenti

Come oro colato...

Quest’oggi facciamo un altro salto nella tradizione. Quella che si tramanda da centinaia di anni, che tutto il mondo conosce e ci invidia, che tutti cercano di copiare e riprodurre, che purtroppo non tutti conoscono davvero. Stiamo parlando dell’unico vero ed inimitabile Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, l’eccellenza del condimento all’italiana, un prodotto tipico delle terre di Modena e Reggio Emilia, aree predisposte a un favorevole clima caldo umido in estate e freddo in inverno, caratterizzate dai vitigni di Lambrusco, Trebbiano e Ancellotta. Le sue origini sono antichissime: l’Aceto Balsamico Tradizionale è già documentato come “medicamento” disinfettante dell’apparato digerente nelle campagne galliche di Giulio Cesare. Molto più avanti, pare che anche Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, lo usasse non propriamente in cucina, bensì per lenire i dolori del parto. In generale il mosto era argomento di discussione tra i letterati al tempo dei Romani e che la sua cottura fosse una risorsa alimentare utilizzata a livello strategico anche in campo economico. Non è da escludere che il mosto cotto abbia sviluppato le qualità che gli riconosciamo oggi a causa di una dimenticanza, e cioè che invecchiamento e  fermentazione siano stati due processi casuali, come per altro succede spesso con le grandi invenzioni…

Ma torniamo alla storia: durante il Medioevo, l’Abate Donizone scrive nella sua “Vita Mathildis” di una “botticella di aceto balsamico” regalata nel 1046 dal padre di Matilde, Marchese Bonifacio di Canossa, all’imperatore Enrico II°. Successivamente, più precisamente nel 1556, il volume della Corte Ducale “La Grassa” riporta  una scrupolosa classificazione delle “tipologie di Balsamico” e delle diverse possibilità d’uso. La storia si fa sempre più avvincente: nel 1598 Modena diventa capitale del Ducato; a questo periodo risalgono documenti che attestano il chiaro interesse della Corte Ducale verso questo prodotto, lasciato in dote dalle famiglie nobili alle figlie, insieme alla migliore e più preziosa biancheria. Nel 1792 il Duca Ercole III d’Este inviò il suo secolare aceto in dono all’imperatore.

La tradizione del balsamico venne portata avanti dall’aristocrazia terriera locale che aveva sempre avuto le proprie acetaie e dalle famiglie contadine che anche se non si potevano permettere la produzione di un condimento così pregiato, riuscirono lo stesso a sviluppare la ricetta dello storico condimento che oggi ritroviamo nell’Aceto Balsamico di Modena I.G.P.

Ma è alla fine dell’800 che diventa protagonista delle più importanti manifestazioni espositive, destando interesse locale e internazionale. Ormai la sua fama non ha eguali. L’aceto della famiglia Giusti venne portato all’esposizione di Firenze, nel 1885 e nel 1891 il balsamico ottenne riconoscimenti a Vienna; dopo le esposizioni di Genova e Bruxelles la produzione emiliana fu definitivamente sdoganata a livello commerciale.

 

Ma addentriamoci con più precisione all’interno del suo curioso processo produttivo.

Nel 1989 viene codificata a livello legislativo la differenza tra l’Aceto Balsamico di Modena IGP e l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena: quest’ultimo è il condimento che ottiene nel 2000 il riconoscimento europeo DOP, prodotto esclusivamente nelle province di Modena e Reggio Emilia dalla fermentazione del solo Mosto Cotto invecchiato in piccole botticelle di legni pregiati per un minimo di 12 anni.

L'intero processo di produzione dell'ABT inizia dalla spremitura dell'uva e termina con la valutazione gusto-olfattiva del prodotto invecchiato. L'ingrediente di base è il mosto d'uva cotto. Una volta fermentato ed acetificato, il prodotto inizia la fase di maturazione ed invecchiamento. L'invecchiamento è legato innanzitutto al tempo che l'aceto trascorre all'interno dei vari barili (la cosiddetta "batteria") definito come "età", ma anche a tutti i cambiamenti dipendenti dal tempo che occorrono nelle proprietà chimiche, fisiche e sensoriali dell'aceto balsamico tradizionale. La fase di maturazione dura all'incirca dieci anni, 2 anni invece servono per la fermentazione e la acetificazione: totale 12 anni minimo per essere chiamato Aceto Balsamico Tradizionale.

Le botti non vengono custodite in cantina, ma generalmente nei sottotetti. L'acetaia è il luogo perfetto per la maturazione, che necessita forte escursione termica tra inverno ed estate. Annualmente parte del contenuto di ogni botte viene travasato nella botte più piccola immediatamente adiacente, secondo una precisa sequenza, fino ad ottenere nell'ultima botte un prodotto molto concentrato. Le botti, secondo i disciplinari di produzione devono essere di legno pregiato appartenente alla zona di origine, ovvero castagnoroveregelsociliegioginepro,frassino e robinia, anche se quelli più utilizzati rimangono rovere e castagno.

 

Abbiamo già detto che al nostro Aceto è riconosciuto un alto potere digestivo, verissimo! Infatti l’ideale sarebbe consumarlo a fine pasto..ma come ben sappiamo tutti, il suo sapore esaltante è spesso sfruttato per comporre abbinamenti culinari irripetibili che regalano quel qualcosa di speciale al piatto e al palato. Certo i produttori raccomandano il suo utilizzo a crudo, ma nessuno vieta una personale sperimentazione per le proprie ricette.

Quelle più famose: con fragole e vodka per un aperitivo inebriante, spennellato sull’arrosto di maiale, usato per mantecare il risotto insieme al Parmigiano, mescolato a crudo con olio extravergine di oliva per condire un’insalatina di radicchio, marinato con la carne di pollo, combinato come salsa per il condimento del tonno, o più semplicemente unito ad una pallina di gelato al fiordilatte.

 

Ultima nota: occhio al prezzo! Ricordatevi che il costo del prodotto dipende dalla percentuale del mosto cotto utilizzato e dal suo invecchiamento, per cui cambia a seconda di queste due variabili. Quello che trovate al supermercato e che per il prezzo elevato pensate sia quello molto vecchio, spesso non lo è. La differenza sta nella parola “Tradizionale”. 

 

Stefania e Silvana

 

1 Commenti

Cicchetti e ombre: quando il bàcaro è uno stile di vita

Ammettiamolo: un veneto non rifiuterebbe mai e poi mai un bicchiere di vino. Fa parte delle nostre più profonde passioni; se qualcuno rifiuta un bicchiere (goto) di vino di fronte a noi, la prima reazione, forse la più spontanea, è quella di sgranare gli occhi increduli e di porre domande del tipo: "Ma stai bene? Sei stato male e non puoi bere? L'acqua fa ruggine!". ecc ecc 

La prefazione è necessaria per chi non conosce il veneto (DOC!) e le sue bizzarre tradizioni... e di tradizioni vorrei parlarvi. Il bàcaro tour (così chiamato dai più raffinati per indicare l'approdare da un'osteria all'altra) o il far bàcara (decisamente più veneziano, in italiano si potrebbe tradurre con "far baldoria", "bere e mangiare in compagnia") è una vera usanza veneziana. Fino a qualche anno fa sconosciuto ai molti, esso sta prendendo piede anche in grandi metropoli come Londra. 

Grandi disquisizioni sono state fatte a proposito di quest'usanza, molto simile per genere alle tapas spagnole, ma che per un veneto nulla ha a che vedere con i cugini latini.

Venezia è sempre stata una città di marinai in cerca di ristoro. Ecco perché dall'entroterra si presentavano vinai con delle botti di vino e, per evitare che la qualità del vino stesso diventasse scadente a causa del calore del sole,  proteggevano la propria merce all'ombra del campanile di P.zza San Marco. In dialetto veneto, infatti, "l'ombra" è proprio un bicchierino di vino da consumare accompagnato a uno stuzzichino.

Lo stuzzichino in questione si chiama cichéto e la derivazione di tale nome non è certa: c'è chi dice che derivi da chico (piccolo in spagnolo), chi da cicca (talmente piccolo da essere gustato il tempo di una sigaretta) e chissà quale altre strampalate ipotesi. Di una cosa però sono sicura: è talmente buono, gustoso, divertente andare a cicchetti per Venezia che sarebbe un delitto passeggiare per le calli di questa meravigliosa città e non aver mai provato questa meravigliosa esperienza.

I bàcari (attualmente le osterie veneziane, di solito con pochissimi posti a sedere all'esterno, nati come veri e propri locali "mordi e fuggi") sono innumerevoli e ce n'è veramente per tutti i gusti.

Ve ne sono alcuni molto belli, alcuni alla moda, altri più autentici, altri ancora più nascosti. E siccome Venezia è un labirinto a forma di pesce, vi sfido a trovarli!

Uno dei più storici, forse in assoluto il più tradizionale, è l'Osteria alla Vedova, in sestiere Cannaregio. Da questo locale sono passati personaggi della storia e cultura contemporanee di Venezia, tra cui il fumettista di Corto Maltese, Hugo Pratt.

Al mercà, invece, è splendido per il posto in cui è situato: vi consiglio di frequentarlo in un sabato mattina qualsiasi, quando i veneziani si incontrano vicino a Rialto, più precisamente al mercato del pesce, luogo di ritrovo per antonomasia.

In questi posti potrete degustare specialità come il baccalà mantecato, sarde in saor, vongole, chioccioline di mare, moscardini lessati (polipetti di piccole dimensioni) e nervetti (cartilagini di vitello lessate e servite in aceto e olio) o polpette di carne.

Da questa sfilza di deliziosi assaggini rompidigiuno, il baccalà mantecato è forse il più curioso tra tutti. Come si può ben intuire il merluzzo dei mari del Nord risulta un pesce ben lontano dall'essere pescato nel mar Adriatico, ed è per questo che la sua origine è veramente molto interessante, tanto da catturare l'attenzione di storici e studiosi.

Tra le varie storie raccontate, la più singolare racconta che una flotta di veneziani, capitanata da Pietro Querini, intorno al 1400 naufragò a causa di una violenta tempesta nei mari del Nord, perdendo tutto il carico.

Fortunatamente l'equipaggio, grazie alle scialuppe di salvataggio, riuscì a toccare terra, più precisamente nell'isola di Roest, dell'arcipelago di Lofoten.

Per diverse settimane essi furono ospitati dai locali i quali, per garantirsi la sopravvivenza, commerciavano proprio lo stoccafisso, pesce di grande pregio in quanto poteva essere conservato a lungo tramite essiccazione con aria fredda.

A Parigi e a Londra l'uso di questo pesce era già in voga e così i veneziani, astuti mercanti, lo importarono a Venezia, vendendolo come alimento a lunga conservazione. Il termine stoccafisso deriva dall'olandese stokvisch (stock=bastone e visch=pesce), ovvero pesce essiccato sul bastone. Assai più incerta è l'origine del termine baccalà, che in Veneto ed in Friuli è sinonimo di stoccafisso, ovvero merluzzo essiccato. Alcuni studiosi lo identificano con il termine latino baculus, cioè bastone. 

Una cosa è certa: qualsiasi essa sia l'origine, non dovete assolutamente farvi scappare questa prelibatezza!

Il mio consiglio è di vivere il bàcaro tour in una sera di settembre, quando le folle di turisti si placano.

Sarà un piacere per il vostro palato e per il vostro spirito avventuroso!

 

Laura

 

15 Commenti

Tenerina e Panpepato, Ferrara ci delizia

Questa settimana andiamo a Ferrara, una delle città più belle dell’Emilia-Romagna. Ferrara fu importante centro medievale, l’intrigo di strade nascoste e irregolari ne sono testimonianza;  ma fu anche una delle corti più sfarzose del Rinascimento, come possiamo constatare dagli spazi aperti, luminosi e geometrici che ne regolano la sua forma. È famosa per il suo castello, i suoi palazzi, le chiese, le opere d’arte, per le biciclette e molto altro ancora.

Oggi però ci concentriamo su un altro caposaldo di questa magica città: la pasticceria. E in particolare vi svelerò da dove nascono e come vengono consumati due specialità che fanno girare la testa non solo ai ferraresi: la torta Tenerina e il Panpepato.

Partiamo dalla mia preferita, la torta Tenerina, la tipica torta al cioccolato, bassa per tradizione e dal cuore cremoso, come lo era la regina Elena Petrovich, non bassa! Ma dal cuore tenero! E sì, in origine infatti era chiamata Torta Montenegrina, paese di origine di Elena che convolò a nozze con Vittorio Emanuele III nel 1896 e che in suo onore fece preparare il dolce più famoso dell’entroterra emiliano. Il loro fu amore a prima vista, quando si incontrarono al teatro “La Fenice” di Venezia, almeno così raccontano le cronache dell’epoca. Non per niente, la torta Tenerina è anche la torta degli innamorati. I ferraresi golosoni e fieri del loro dolce tipico gli diedero il nome di Torta Tacolenta proprio perché il suo cuore tenero tende ad attaccarsi al palato. Più tardi prese il nome odierno, forse meno tradizionale ma molto suggestivo…

Ideale a colazione, come dessert o con il tè a metà pomeriggio, con una spolverata di zucchero a velo, o con una cucchiaiata di panna montata, magari al sapore di cannella, va sempre bene! Il suo segreto è la totale assenza di lievito e una quantità minima di farina. Ma non per questo va annoverata nella classifica dei dolci “light”, anzi! Uova, burro, zucchero e cioccolato la rendono super energetica ma irresistibile. Per le quantità precise, lascio la parola ai ferraresi! Io sono lombarda e non vorrei mai peccare di presunzione…

 

Passiamo quindi al Panpepato. Dolce tipico natalizio ma disponibile tutto l’anno, caratterizzato da una storia molto più antica e da una preparazione decisamente più impegnativa. Come vuole la tradizione, le famiglie più scrupolose mettevano a macerare i chicchi di pepe nell’acqua già la sera prima che sarebbe servita poi per impastare tutti gli ingredienti il giorno dopo: mandorle, frutta candita, zucchero, spezie, farina, cacao, pinoli, caffè, miele, cannella, noce moscata (gli ingredienti variano in base alla personalizzazione delle ricette), il cioccolato – che a quanto pare sarebbe l’ingrediente che fa la differenza rispetto alle altre regioni - e l’ingrediente segreto… il mosto d’uva cotto! Avrete capito che anche in questo caso si parla di un dolce molto sostanzioso! Sono in molti a chiedersi se questo dolce non sia originario della Toscana… in realtà Siena da sempre ne rivendica la patria potestà rovistando tra documenti che ne attesterebbero la nascita già in epoca medievale. La contesa non sembra volersi arrestare e anche se non posso garantire l’esistenza del Panpepato nel Medioevo proprio a Ferrara, di per certo sappiamo che la corte Estense facesse scorpacciate di pani speziati e questo perché fortemente influenzati dall’Oriente da dove provenivano le materie prime ovviamente. Si racconta anche che furono le monache di clausura ferraresi a  preparare questo dolce profumato e delizioso come omaggio da portare in dono alla corte e quindi ecco spiegato il forte collegamento con il Convento del Corpus Domini! Ultima cosa: Panpepato (come lo abbiamo chiamato fin’ora) o Pampapato? Bella domanda, nessuna risposta certa… dicono che vanno bene entrambi, ma lasciamo l’ultima parola ai ferraresi…

1 Commenti

Villa dei Vescovi

" [...]Sorge in cima ad una collinetta e i suoi due orgogliosi loggiati fissano, immobili, il singolare panorama che probabile sia unico al mondo. Sorgono infatti all'intorno alcuni dei migliori Colli Euganei i quali, per non essere deturpati da colture, per non portare sulla sommità' alcuna fabbrica e per la tipica sagoma a cono che allude a preistoriche eruzioni, risultano oltremodo puri e misteriosi” .

 

Così Dino Buzzati, in Cronache Terrestri, descrive magistralmente questo piccolo angolo di paradiso, raccolto nel verde e nella tranquillità dei Colli Euganei, e più precisamente a Luvigliano, frazione di Torreglia (PD). 

Quando si approda alla Villa, è impossibile non accorgersi della maestosità dell'edificio, in un battibaleno ci si rende conto dello studio accurato, della maestria degli artisti che hanno contribuito a costruire questo primo esempio di architettura veneta pre-Palladiana in ambito extra urbano. Già nel 1529, con l'aiuto del suo amministratore di beni, tale Alvise Cornaro, e del celebre architetto Giovan Maria Falconetto, il Vescovo di Padova Francesco Pisani concepì la Villa come seconda residenza della diocesi, per ritirarsi a "contemplazione", come erano soliti la nobiltà ed i pensatori negli anni del Rinascimento.

Il tema della Villa, attualmente bene del FAI (Fondo Ambiente Italiano), rispecchia tutt'ora il binomio tanto caro agli umanisti: l'uomo e la natura, l'architettura ed il paesaggio si fondono in un unico elemento, nel pieno rispetto dei canoni classici architettonici.

Ed ecco spuntare dalla collina un edificio su base quadrata, con due logge, due scale monumentali, giardino all'italiana e un fregio di tutto rispetto. Il Patere (bassorilievo ornamentale tipico delle ville Venete, ma anche molto presente lungo le strade di Venezia), il bucranio (crani di bue, in tempi classici vere e proprie teste di animale esibite fuori dai templi in seguito a un sacrificio) e Vittorie Alate creano facciate di notevole bellezza.

La costruzione della Villa ha incontrato numerose modifiche ed aggiunte. Basti pensare che ai tempi di Francesco Pisani sorgeva addirittura un impluvium centrale (una vasca in corrispondenza di un foro sul tetto, per raccogliere l'acqua piovana e diffondere la luce naturale all'interno delle stanze), successivamente coperto per avere una sala di rappresentanza più grande, voluta dal Vescovo Niccolò Giustiniani nel 1700.

Forse, però, l'elemento che più cattura la vista sono gli affascinanti affreschi dell'artista Lambert Sustris, pittore fiammingo con velleità rinascimentali, il quale affrescò sia tutte le stanze del piano nobile che le logge, ovvero il porticato dell'edificio. Anche in questo caso lo scopo principale del pittore era di portare all'interno della Villa elementi naturali, con richiami a paesaggi nordici ed al tema di elementi classici.

Il FAI ha impiegato ben sei anni di restauro prima di poter inaugurare la Villa al pubblico ed il suo contributo è stato più che fondamentale: ha infatti ripristinato il giardino all'italiana su progetto del '500, si prende cura del giardino, della manutenzione dell'orto e di molto altro. Organizza eventi di rilevanza nazionale, come ad esempio lo Yoga Festival, aperitivi estivi e (su specifica richiesta) matrimoni.

Inoltre, per chi volesse assaporare l'ebbrezza del soggiornare al suo interno, vi è a disposizione una foresteria, gestita dal Landmark Trust.

In qualità di volontaria del FAI vi consiglio caldamente una visita alla Villa, la domenica (da marzo a dicembre) vi racconteremo la sua storia, a partire dalle sue origini (si ipotizza addirittura che il primo edificio, venne costruito nel XIII° secolo) fino all'ultimo proprietario privato, Vittorio Olcese.

Inoltre per i soci FAI una possibilità più unica che rara: la possibilità di vivere la Villa a 360° gradi, passeggiando tra i vigneti e vicino al laghetto, bevendo un caffè alla caffetteria presente al piano terra, leggendo un libro sotto le logge monumentali.

Insomma, un'esperienza veramente da provare! 

 

Laura

2 Commenti

Tra i sentieri della Vena del Gesso

La stagione perfetta per andarci è certamente la primavera, ma anche di questi tempi si può approfittare delle belle giornate e del caldo anomalo per spingersi fino al Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola per godere dei suoi innumerevoli panorami, dei suoi incantevoli colori e delle sue bellezze naturali. La Vena è la dorsale di solfato di calcio che affiora per una ventina di chilometri, si interseca tra le vallate dei fiumi Santerno, Senio, Sintria, Lamone e che attraversa diversi comuni tra la provincia di Bologna e quella di Ravenna.

Le entrate del parco sono diverse. Io sono arrivata da Brisighella, ho percorso la salita oltre il suo centro storico, passando dietro alla Rocca, alla Torre dell’Orologio e superando il cancello che conduce al Monastero.  Poche curve per uscire dal paese e ritrovarsi immediatamente circondati da boschi, vallate, prati coltivati e non, orizzonte a perdita d’occhio. Ne avevo sentito parlare, ma non pensavo che a poche decine di chilometri dal capoluogo emiliano avrei trovato una dimensione così tranquilla come quella a cui mi hanno abituato le Prealpi lombarde quando ero piccola.

I sentieri sono segnalati e ce n’è per tutti i gusti. Io ho cercato di concentrare più cose tutte in un giorno spinta dalla curiosità e dal fascino inaspettato, anche se l’ideale sarebbe fare un percorso alla volta per godersi appieno ogni singola meraviglia. Tra le varie opzioni si può scegliere di salire fino al monte di Rontana dove un esperto mi ha raccontato che l’antico castello medievale è stato riportato alla luce da recentissimi scavi archeologici, si tratta di un vero e proprio villaggio fortificato, che centinaia di anni fa è stato costruito proprio in quel luogo strategico per ovvi motivi di difesa.

Un’altra soluzione potrebbe essere interpellare una guida speleologica per addentrarsi nella grotta Tenaccia alla scoperta dei suoi bui cunicoli che nascondono importanti fenomeni carsici. Io non sono esperta di archeologia e tantomeno di speleologia, ma  la natura mi appassiona e durante questa passeggiata ho scoperto che i fenomeni carsici non sono altro che quei processi idrologici e morfologici che si svolgono negli anni soprattutto sulle rocce solubili, e in questo caso specifico composte appunto da solfato di calcio. Il complesso ha uno sviluppo di oltre 2 chilometri, ma il pubblico può addentrarsi per circa 500 metri, ovviamente sempre accompagnato e soprattutto non d’inverno… rispettiamo il letargo dei pipistrelli!

Uno dei percorsi più suggestivi rimane certamente quello lungo il filo della dorsale di solfato di calcio cristallizzato e stratificato in imponenti bancate; la ricchezza del paesaggio riempie gli occhi, da un parte i crinali verdi e azzurrini che sfumano sulla linea dell’orizzonte, dall’altra la fascia bassa degli aridi calanchi, oltre i quali si estende una pianura lattescente di case e paesi, bordata dalla linea del mare che è possibile vedere nelle giornate più limpide. Uno spettacolo difficile da tradurre in parole, molto meglio viverlo di persona.

Di cose da raccontare sulla vita di questo parco ce ne sarebbero a bizzeffe; solo per fare un esempio, potrei citarvi alcuni esemplari di animali che potreste incontrare in una di queste escursioni: alcune specie di rapaci diurni e notturni nidificati come il falco pellegrino o il gufo reale; ma potreste anche rinvenire i lunghi aculei dell’istrice che lascia traccia con le sue escavazioni. Quel giorno purtroppo io ho scorto solo impronte di cinghiale…e a dire la verità mi sono defilata e ho velocemente raggiunto il resto del gruppo.

Il paesaggio vegetale è stato fortemente influenzato dalla formazione gessosa-solfifera del terreno, sviluppando il microclima delle quattro vallate di cui parlavo all’inizio, quindi la vegetazione è molto varia e a tratti boschiva.

 

La prossima volta ci tornerò con la bicicletta per seguire uno degli itinerari ciclabili predisposti del parco. Poi vi racconterò com’è andata. Di sicuro mi fermerò a mangiare di nuovo gli strozzapreti col sugo di salsiccia che mi hanno cucinato a Ca’ Carnè, centro visite specializzato ma anche rifugio del parco.

 

Stefania

 

1 Commenti