Sul Brenta e le sue ville #parte 1

Oggi vi porteremo a scoprire un itinerario che segue una delle vie d'acqua tra le più importanti di tutto il Veneto, almeno dal punto di vista storico, e che ha rappresentato per secoli il legame di Venezia con l'entroterra. Stiamo parlando ovviamente del fiume Brenta e delle sue magnifiche ville.

Sul solo fiume Brenta se ne contano ben 120; alcune sono rimasti dei gioielli di architettura ed arte ancora molto belli da ammirare, altre purtroppo sono vittime del tempo che passa e, a causa di una mancata manutenzione, vivono un forte stato di abbandono.

I fasti e le feste che però le caratterizzarono durante il 1700 ( lo stesso Casanova ne fu partecipe) riecheggiano nei saloni, arricchiti da mobilio prezioso, ma anche nei giardini, con siepi di bosso secolari e labirinti nei quali ci si perde.

Questa è solo la prima puntata di un viaggio spettacolare. Buona scoperta!

 

IL BRENTA, FIUME "AGITATO"

Il Brenta, o la Brenta, come veniva definito affettuosamente dai veneti, è il fiume che rappresenta il prolungamento di Venezia nella regione. Il suo corso, infatti, era tortuoso e lungo: dalla Val Sugana, scorreva successivamente per Bassano del Grappa e si immetteva infine nella laguna con quello che oggi è il Canal Grande. Attualmente, contrariamente al passato, sfocia a Fusina.

Il suo corso d'acqua, dunque, preoccupava sempre di più i Veneziani, sia per le continue inondazioni che si consumavano nelle città dell'entroterra, sia per un secondo motivo: le sue acque che, come detto, sfociavano direttamente in laguna, portavano detriti che minacciavano, insieme all'acqua dolce, la Laguna stessa ed il suo habitat, tanto preziosi per una città come Venezia.

Si decise pertanto di emanare una serie di decreti per attuare validi provvedimenti a tal proposito: tra questi è curioso citarne uno secondo cui era "nemico della Patria" colui che criticava le soluzioni adottate per risolvere il problema del fiume.

Da qui, per un lungo periodo che durò fino al XIX secolo inoltrato, nacquero contese tra i Veneziani che puntavano alla salvaguardia della Laguna e gli abitanti della terraferma che invece gradivano uno sbocco in Laguna, importante perché avrebbe mitigato le terribili piene ed i conseguenti danni alle campagne. Tra i vari provvedimenti, importante fu lo scavo nel 1495 del cosiddetto "Brenton" (letteralmente "Grande Brenta"), un canale che portava le acque di piena all'altezza di Chioggia. Altrettanto importanti i provvedimenti attuati nel 1501 dal Consiglio dei X sul tratto da Stra a Fusina con notevole miglioramento della navigazione.

Il Brenta, infatti, non è un fiume piatto, anche se può sembrarlo all'apparenza: nel tratto tra Padova e Laguna di Venezia vi è un dislivello di 8 metri che all'apparenza possono sembrare pochi, ma in realtà generano una corrente importante che renderebbe assai problematica la navigazione. Proprio per ovviare a ciò, la Repubblica di Venezia creò alcune "conche", o chiuse, per navigare in tranquillità.

Ce ne sono ben 5 nel tratto tra Venezia e Padova.

Quando si decise di costruirle, i primi progetti furono di chiuse a saracinesca, piuttosto pericolose a causa del forte getto d'acqua che si creava tra i due livelli differenti di acqua; successivamente fu adottato il sistema a battente, inventato da Leonardo da Vinci, del quale troviamo uno schizzo nel Codice Atlantico; le porte si aprivano a battente in modo da evitare repentine uscite d'acqua.

Finalmente le "brentane", ossia le inondazioni del Brenta, furono sempre meno frequenti ed il fiume fu reso realmente navigabile.

 

 

LE VILLE

Tutto nacque dalla necessità di Venezia di valorizzare i propri territori dell'entroterra, considerato che con la sua conformazione di arcipelago lagunare la città non era in grado di produrre da sé. Le terre in loro possesso, però, giacevano pressoché abbandonate ed incolte; dopo nove anni di indagine, dapprima crearono le figure dei tre Provveditori sopra luoghi inculti, dopodiché risanarono le aree in questione rinforzando gli argini e bonificando le zone acquitrinose.

A seguito di ciò, molte grandi famiglie, proprietarie di vasti terreni impiantarono, anche grazie ad esenzioni fiscali, azienda agricole in giro per il territorio con una casa-madre dove poter alloggiare i proprietari, al fine di controllare il corretto andamento dei raccolti. Gli sforzi per ottenere un entroterra florido e ricco furono veramente immani, ma gli sforzi furono ben presto ripagati da ottimi risultati e le "ville" cominciarono a proliferare.

Ovviamente la dimora di una famiglia nobile, seppur di campagna, doveva essere degna dei suoi proprietari e così, un po' alla volta, nacque il concetto di villa, mutuato dalle antiche ville romane che proprio in quegli ultimi decenni si andavano a riscoprire. E proprio agganciandosi alla tradizione classica, il Palladio concepì una tipologia di abitazione signorile che rispecchiasse tutti i sacri canoni della classicità stessa, reperiti sia sui monumenti  del passato sopravvissuti, sia desunti dai testi classici che la prolifica editoria veneziana in quel periodo continuava a ristampare, rendendo le dimore simili a veri e propri "templi profani", con tanto di scalinata monumentale, timpano ed imponente colonnato.

Il termine "villa", nell'accezione antica si discosta abbastanza da quanto intendiamo oggi; ora pensiamo ad un edificio lussuoso, talvolta di un lusso sfrenato come nel caso delle ville di Hollywood, leggermente isolato rispetto al contesto urbano e, per certi aspetti, un po' meno nobile del palazzo.

In epoca romana, invece, il termine villa intendeva un podere, una fattoria o casa di campagna con terreni coltivabili annessi e solo successivamente come seconda dimora dei ricchi che volevano scappare dalla vita concitata della città.

Fu con il XV secolo e la riscoperta della cultura classica e dei relativi monumenti -  specie da parte di Leon Battista Alberti che si rifece al trattato "De Architettura" dell'architetto romano Vitruvio - che cominciò a ritornare in auge il concetto di villa extraurbana con doppia funzione rurale e signorile. 

Tale riscoperta ebbe molto seguito nei territori della Serenissima, specie nei dintorni di Vicenza, Treviso e lungo la riviera del Brenta.

A queste costruzioni contribuirono insigni architetti come il Falconetto, il Sansovino  e soprattutto Andrea Palladio che riuscì a creare un modello di villa che sopravvisse ai secoli, tanto da influenzare addirittura l'architettura anglosassone e, per esportazione, quella americana.

Spesso le ville venete erano basate sulla struttura della casa veneziana che si articolava ai fianchi del grande androne centrale corrispondente al primo piano nobile con il "Portego", con una serie di stanze comunicanti tra loro. Di testa, sulla facciata, la grande finestrata con loggia, il cosiddetto liagò, ai primordi un ambiente a sé stante che, col tempo, divenne la propaggine esterna del salone con la polifora ad illuminare il tutto.

Con il genio del Palladio tutto cambia: la dimora del signore assurge all'idea di tempio profano, austera ed armonica, basata su concezioni matematiche di equilibrio come la celebre "sezione aurea", per culminare con Villa Capra, detta la "Rotonda" la quale addirittura si conclude non più con un semplice tetto a spiovente, bensì con una cupola come nel Pantheon a Roma.

Già all'epoca palladiana si cercò di aggregare tutto in un unico complesso nel quale vivevano sia i signori, sia tutta la servitù ed i lavoranti. Nacque così il concetto di barchessa o barco, due ali lunghe e basse poste in genere ai lati dell'edificio padronale, nei quali si effettuano le varie mansioni e vi dormivano servi e lavoranti.

Cole declinare della Repubblica, per compensazione aumentarono i lussi e sorsero i grandi palazzi, i cosiddetti "elefanti bianchi" che costeggiano il Canl Grande, come Cà Pesaro, Cà Corner, Cà Rezzonico. La vita si faceva più spensierata e si intensificò l'abitudine di trascorrere la "villeggiatura" nelle residenze di campagna. I patrizi veneziani, infatti, durante la stagione calda iniziarono sempre di più a migrare nelle residenze di campagna con il duplice scopo di riposarsi e svagarsi dalle fatiche cittadine e di controllare il corretto funzionamento dell'azienda agricola; era dunque oramai un simbolo obbligatorio di rappresentanza sociale.

Le ville, oltre che per gli svaghi, furono impiegate dal patriziato veneziano per sfuggire alle grandi epidemie di peste che si erano abbattute sulla città come quella terribile del 1575 e quella ancora più spaventosa del 1630.

Purtroppo con la caduta della Repubblica di Venezia anche le ville entrarono in un periodo di decadenza ed abbandono, periodo che subì una svolta drammatica con l'annessione al Regno d'Italia quando, per evitare le forti tasse sul lusso, molti proprietari decisero di ricoprire di calce i preziosi affreschi e, in parecchi casi, si giunse addirittura alla demolizione delle ville stesse che, sotto il profilo fiscale, erano divenute troppo onerose.

 

Laura

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Commenti: 1
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