Scoprire i Colli Euganei attraverso i sapori dell'autunno!

I Colli Euganei, isole senza mar, dolci promontori che si stagliano dopo chilometri e chilometri di pianura padana, sono la mia casa.

Le stagioni più affascinanti in questo luogo magico sono l'autunno e la primavera. 

I frutti della terra crescono rigogliosi, immersi in paesaggi dai colori vivaci; spesso ci dimentichiamo che il territorio è generoso anche in questo periodo dell'anno. Per ricordarvi che l'autenticità di un luogo passa anche attraverso i sapori, vi elencherò i principali prodotti che sono tipici dell'area dei Colli Euganei.

OLIVE

Claudio Heliano, nel IV secolo d.C., narra nella sua opera "Historia Varia" che in questi territori di grande abbondanza si poteva mangiare una focaccia a base di farina condita con olio d'oliva e mele. Nei secoli successivi l'area fu completamente abbandonata ed i Colli ebbero nuova fortuna con la dominazione veneziana a partire dal 1400.

Vi sono ben quattro coltivazioni autoctone che sopravvivono da secoli: Rasara, Marzemina, Rondella, Matosso, di differente qualità.

Per conoscere i processi di spremitura, vi suggerisco una visita guidata presso il frantoio Colli del Poeta ad Arquà Petrarca, preferibilmente nei mesi di ottobre/novembre in cui avviene la fase della raccolta e della produzione dell'olio per l'anno successivo.

 

GIUGGIOLE

Originarie del Medio Oriente e presente in Italia fin dai tempi dei romani, è una pianta spontanea tanto da essere, a differenza dell'ulivo, una pianta che resiste sia alla siccità che alle malattie. E' un albero che si trova in quasi tutti i giardini del borgo Medievale di Arquà Petrarca, villaggio che deve il suo nome al rinomato poeta del dolce stil novo Francesco Petrarca, rifugiatosi tra queste dolci colline per curarsi dalla scabbia e perché il territorio circostante ricorda molto la sua amata Toscana; si narra addirittura che fosse un grande estimatore della giuggiola. Il frutto di questa pianta è poco più grande di un'oliva, di colore rosso porpora o bruno rossastro ed hanno una polpa giallastra, tendente al verde mela; ed il suo sapore, infatti, si avvicina proprio a quello della mela. Con il procedere della maturazione, il colore si inscurisce, la superficie si fa rugosa ed il sapore diventa più dolce.

Le giuggiole possono essere consumate sia appena colte dall'albero che leggermente raggrinzite. 

Il "brodo di giuggiole" è un dolce liquore che si ottiene proprio da questo magico frutto. Per la festa della xixola (giuggiola in dialetto) vi consiglio di fare un salto nel borgo del poeta la prima e la seconda domenica del mese, con bancarelle per la degustazione.

NOCCIOLE

Ampiamente diffuse in tutti i Colli Euganei, questo frutto si presta molto ai prodotti dolciari, ma anche per palati più ricercati.

Vi propongo la ricetta di un biscotto "italiano", ma che nella versione padovana prevede l'uso delle nocciole. Si tratta dei pazientini, biscotti amati per  accompagnare un buon the, oppure per decorazione:

 

"Pazientini", i biscottini da tè della tradizione dolciaria padovana
Versare in una terrina zucchero e vanillina, aggiungere farina di grano tipo “00” incorporandola perfettamente; mettere il composto in una siringa da pasticceria dotata di foro d’uscita largo quanto un fiammifero di legno. Premendo la siringa, far cadere sulla placca da forno ricoperta da carta oleata (anticamente si usava passare sulla placca della cera vergine), tanti bastoncini della lunghezza di circa 3 cm. Se preparati alla sera, lasciarli tutta la notte in ambiente tiepido. Cuocerli in forno già piuttosto caldo (190 °C); appena si saranno coloriti (dopo circa 10’), estrarre dal forno e con una spatola staccare subito i pazientini.

 

Se volete raccogliere delle buone nocciole, vi consiglio l'area del Monte Ricco e del Monte Venda!

MELAGRANA

Simbolo di fertilità fin dall'antichità, è una pianta che continua ad esistere sin dai primordi dell'uomo.

Si trova facilmente nella zona di Arquà Petrarca e, nonostante i frutti siano poco raccolti, non crescono in maniera spontanea, ma generalmente sono coltivati.

Il succo, ottenuto con la spremitura dei semini presenti all'interno della buccia coriacea, è un ottimo toccasana contro i malanni stagionali: esso infatti contiene alte dosi di vitamina ed ha, oltretutto, un gusto agrodolce. Negli ultimi anni, infatti, viene spesso abbinato a carni dal sapore intenso.

Vi consiglio di raccoglierli se la buccia delle melagrana è rossa e se essa è leggermente rotta: sta a significare che i semini, detti arilli, sono giunti a completa maturazione e sono dunque pronti per essere assaporati!

CASTAGNE

Il Castagno, insieme al riccio, sono i due simboli che rappresentano l'identità dei bellissimi Colli Euganei. Situati sui versanti settentrionali, i colligiani li custodivano come patrimonio da proteggere, non solo per mangiarne i frutti, ma anche per usare il suo legno: dal tronco si otteneva il tutore per vigneti e palizzate ed i polloni erano usati nella costruzione di ceste e botti. Dal legno veniva estratto il tannino usato per la concia delle pelli mentre i rami e il cimale erano considerati ottimi combustibili. I frutti, cioè le castagne, erano un importante risorsa alimentare grazie al loro alto apporto nutritivo.

 

Il Castagno è anche una delle piante più longeve, può vivere fino a tremila anni e nella zona euganea abbiamo l’onore di custodire alcuni dei castagni secolari più belli del Veneto. Non si tratta però di semplici piante di castagno, in alcune zone dei Colli Euganei la Castanea sativa spontanea è stata trattata con “innesto” da esperti specialisti così da dare vita a piante di Maronari. Si tratta di castagni che producono frutti veramente eccezionali sotto l’aspetto del sapore, del gusto e delle dimensioni.

 

Tra il Monte Venda ed il Monte Vendevolo c’è un suggestivo bosco denominato “E Castagnare de Baderla” (Baderla è il soprannome di un abitante locale della zona). In questo castagneto troviamo una decina di castagni secolari, ma uno in particolare ha il diametro di oltre 3 metri. La parte aerea della pianta madre non c’è più ma le sue radici sono vive e hanno dato vita a tre nuovi castagni che stanno diventando a loro volta secolari. È stato calcolato che la pianta “madre” avrà come minimo 1000 anni, esisteva già prima di Federico II di Svevia e di Ezzelino da Romano! 

Un altro esempio di castagno secolare euganeo lo troviamo nei pressi della Cappella dedicata a San Gualberto (la chiesetta che incontriamo a destra venendo dal Passo del Roverello) si tratta del “El Maronaro del Moro Polo” e si presume che questo Castagno sia il secondo più antico dei Colli Euganei. Era tanto amato da Moro Polo o “Il Re del Venda”, un mitico personaggio del passato, custode dei luoghi ameni dei Colli Euganei. Un altro castagneto storico si trova a Calaone e viene chiamato “Ea Maronaria de Botaro”, situata ad est del Monte Castello di Calaone, nei pressi dea “Casetta Dea Striga Farinea”. Questi castagni un tempo erano famosi per la bontà dei loro frutti e nel ‘900 venivano esportati fino in America come prodotto d’eccellenza italiano.

 

Purtroppo attualmente succede che i “nostri castagni” sono in grande sofferenza a causa di un parassita arrivato dall’estremo oriente, appartenente alla famiglia dei Cinipidi, chiamato Drjocosmus kuriphilus, attacca le foglie le quali reagiscono producendo una galla, poi cadono, così gli alberi restando spogli rischiano di morire. Per finire, nella zona euganea il Castagno è stato valorizzato fin da tempi remoti: c’erano degli specialisti in innesti che preparavano con la loro arte i castagni da frutto rendendoli Maronari. Questa tecnica era molto richiesta e gli innestatori colligiani venivano chiamati in tutta Italia ad insegnare la loro arte.

CORBEZZOLO

Questo frutto sconosciuto! Ammetto di averlo assaggiato per la prima volta a 30 anni, ma so di non essere sola... E' una pianta il cui nome riecheggia, ma i cui frutti sono veramente poco presenti sulle tavole dei Veneti!

Il microclima dei Colli ed  i suoi terreni vulcanici e rocciosi favoriscono il suo sviluppo, soprattutto sul Monte Grande, m.te Madonna, m.te Venda, m.te Vendevolo e m.te Sengiari.

Si tratta di un albero sempreverde molto ramificato, le cui bacche globose e di un rosso vivo hanno una polpa giallastra con semini dolciastri al loro interno. I frutti crescono e maturano insieme alla fioritura dell'anno precedente.

Nei colli prendono il nome di Sgolmare, Sgolmarara oppure Colomare. Di questa pianta si può utilizzare le radici, le foglie ed addirittura la corteccia.

Le sue proprietà sono antinfiammatorie, antisettiche, astringenti, depurative e diuretiche.

NESPOLE

Il nespolo giunse dal Caucaso con le migrazioni più antiche. Perduta la sua terra di origine e costretta all’esilio, mantenne la sua caratteristica di pianta modesta, rustica, frugale. Tutte le altre volte è rimasto allo stato arbustivo nelle siepi e nei boschi di querce o anche ai bordi del ceduo su terreni preferibilmente silicei.

Beguinot (1909-1914) ne documentava la presenza sui colli Euganei annotando di averla osservata: “Qua e là nelle siepi e nelle boscaglie soprattutto degli Euganei,…”.e precisava, in altra fonte, che “era coltivato per i frutti. Gli esemplari presenti perciò nei nostri boschi, nelle boscaglie, sulle pendici solatie e tra le rupi, generalmente su terreni acidi, più frequentemente nelle siepi e in prossimità di dimore, sarebbero il residuo di colture molto antiche.”

Di questa pianta si raccoglieva un po’ tutto: fiori, foglie, corteccia frutti, dalla polpa compatta, astringente e che risulta edibile solo dopo un periodo di maturazione (ammezzimento), trascorso su lettiere di paglia e in ambienti aerati. In tale stato, la polpa della nespola subiva una sorta di fermentazione naturale e diveniva bruna, molle, zuccherina, pastosa e dal sapore acidulo e gradevole. Un processo talmente misterioso che si è impresso nel proverbio popolare “col tempo e con la paja se fa anca le nespole”, con chiara allusione alla pazienza e alla prudenza.

L’etnobotanica euganea ne ricorda alcuni usi: a Teolo: un decotto di fiori, assunto oralmente, sedava la tosse; ad Arquà Petrarca: le nespole venivano mangiate in abbondanza in caso di diarree. Si preparavano conserve con miele e mosto cotto; A Torreglia si usavano la corteccia e le foglie per la concia delle pelli; a Valsanzibio: (per la Madonna di novembre) si tagliavano le nespole a metà, si privavano dei semi e si cuoceva la polpa con burro, un cucchiaio di miele, una puntina di sale. Si innaffiava con grappa.

Allo stato selvatico si presenta con un tronco contorto, avvolto da una corteccia brunastra. I rami sono folti e spinescenti sin dalla base.La chioma si sviluppa in modo compatto e irregolare. 

I frutti (le nespole), sono globose, di color bruno ferruginoso e terminano a forma di corona. I semi sono immersi nella polpa del frutto.

Se vi abbiamo stuzzicato l'appetito, saremo ben liete di accompagnarvi alla scoperta ed alla raccolta di questi splendidi doni che la natura ci offre!

 

Laura

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Commenti: 1
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