Indiana Jones era padovano e si chiamava Giovanni Battista Belzoni!

Ero a dir poco incredula quando mi sono imbattuta in questo personaggio da romanzi d'altri tempi.

Un uomo coraggioso che grazie ai suoi occhi sognatori ed al carattere avventuriero ci ha permesso di accedere a dei tesori veramente unici, dando vita a quella che è l'archeologia moderna.

Il personaggio in questione ha un nome poco esotico, a differenza del suo curriculum vitae: si chiama Giovanni Battista Belzoni, classe 1778 ed ha ispirato nientepopodimeno che George Lucas nelle avventure di Indiana Jones.

Tacciato dai molti come un volgare tombarolo, è riuscito in imprese che i molti non hanno nemmeno osato. 

Il vero cognome di Belzoni era originariamente Bolzon e probabilmente è la versione data agli inglesi, per associare un fascino più esotico alla sua figura di "gigante buono".

A soli 16 anni salpò verso Roma e,da sognatore quale era, si buttò a capofitto nella sua passione per gli studi di idraulica. Purtroppo la parentesi capitolina durò solo 4 anni: i francesi infatti giunsero proprio fino a Roma, costringendo il nostro avventuriero a dirigersi inizialmente verso la Francia ed infine ad Amsterdam, dove arrivò insieme al fratello, nella speranza di riprendere i suoi studi di ingegneria. Purtroppo non si prospettava un futuro roseo per Belzoni e così, non trovando lavoro, nel 1802 giunse in Inghilterra.

 

Grazie ad alcune circostanze fortuite, egli approdò nel mondo dello spettacolo diventando una vera e propria star.

The Patagonian Sampson (il Sansone della Patagonia) non era altri che il nostro eroe che, dai suoi 2 metri e 10 di altezza sovrastava il pubblico, diventando così il personaggio in carne ed ossa di quel mondo così lontano, selvaggio ed affascinante che in molti sognavano.

La sua esibizione sul palco era tra le preferite; dall'alto della sua mole, egli avanzava sul palcoscenico vestito di un gonnellino in pelle ed un copricapo di piume in testa... "che lo spettacolo inizi!"

E così, indossando una struttura in metallo, dodici uomini si appollaiavano su di essa. Il gigante buono, senza esitazione, li sollevava tutti in un sol colpo. La folla, con occhi sbalorditi, osservava quest' uomo dalla forza sovrumana.

 

Fa sorridere sapere che Belzoni trasformò la sua carriera da teatrante ad archeologo nel giro di pochi anni. Il suo nome infatti lo ritroveremo inciso nella camera mortuaria della piramide di Chefren, a testimonianza che non solo la cultura della preservazione era completamente diversa da oggi, ma anche che la rivalità tra i vari egittologi-archeologi e avventurieri del tempo era un fattore del tutto comune. L'unico metodo per dimostrare a tutti di essere arrivato prima degli altri era proprio di incidere il proprio nome sui resti rinvenuti e Belzoni non fu il solo! 

 

Poco prima di cambiare vita, Giovanni Belzoni incontrerà la sua futura moglie, Sarah Banne, la cui descrizione troviamo addirittura in un articolo firmato Charles Dickens dal titolo "The Story of Giovanni Belzoni". Donna carina e dall'aria delicata, secondo lo scrittore anglosassone, ma che sicuramente doveva possedere delle doti innate di intraprendenza e coraggio, viste le avventure vissute insieme al marito!

Dopo aver vissuto per brevi periodi in Spagna e Portogallo, i due coniugi si trasferirono a Malta, come tappa intermedia del loro viaggio verso Istanbul, nella speranza di un futuro migliore.

I loro piani però vennero sconvolti da un incontro con un agente commerciale del pascià d'Egitto, che lo mise in contatto direttamente col sovrano: erano alla ricerca di un sistema efficiente per la raccolta delle acque. Belzoni non poté che cogliere la palla al balzo e trasferirsi con la moglie in Egitto, cercando di realizzare un macchinario rivoluzionario, come da sempre aveva desiderato fare.

Ai tempi ebbe dunque l'opportunità di entrare a contatto con gli stranieri come lui insediatisi nel nordafrica, tra cui l'esploratore svizzero Johann Burckhardt, conosciuto ai molti come Sheikh Ibrahim. Egli scoprì la città di Petra e si convertì all'Islam. Tra tutti questi esploratori, non potevano di certo mancare altri italiani, e come da copione, spicca la figura di quello che sarà il suo più acerrimo nemico: si tratta di Bernardino Drovetti, cercatore di antichità, i cui ritrovamenti saranno poi alla base degli oggetti presenti attualmente al Museo Egizio di Torino. Dovetti era abile, astuto e talvolta cinico, i suoi scagnozzi, degni di un romanzo d'avventura, avevano pochi scrupoli e lo dimostrarono in diversi episodi anche al nostro Belzoni.

La banda Drovetti fu in assoluto la più potente banda di cercatori di tesori presente ai quei tempi, ma sfortunatamente la storia li ha dimenticati. A Tebe allora si parlava arabo, inglese e francese, ma quando le trattative erano private, la lingua utilizzata era l'italiano.

 

Fino al 1816 tutte le energie di Belzoni erano destinate alla macchina rivoluzionaria commissionata dal Pascià egiziano. Il progetto però non ebbe seguito, costringendo dunque il padovano di fronte a una scelta: riprendere la carriera del teatrante oppure rimanere in Egitto, vivacchiando di piccoli espedienti.

Ed ecco che, come nelle migliori delle avventure, sopraggiunge il momento della svolta; Belzoni conobbe Henry Salt, nuovo console britannico ad Alessandria d'Egitto e appassionato collezionista di antichità. La moda di quegli anni verso le antichità d'Egitto crescevano in maniera esponenziale dopo la campagna d'Egitto ed il console britannico si prefisse di vendere tutti i ritrovamenti al British Museum.

Vi chiederete perché proprio Belzoni, un italiano attore con la passione per l'ingegneria idraulica. Semplice: come già premesso, ai tempi l'archeologia era solo agli albori, non vi era una cultura a proposito e le doti richieste, più che una preparazione teorica, erano una buona dose di spregiudicatezza, coraggio e, perché no, incoscienza. Caratteristiche che di certo al nostro eroe non mancano.

 

Il primo incarico per il padovano riguardava il recupero di una scultura presso le rovine di Tebe e che si scoprì solo dopo molto tempo dopo appartenere alla figura di Ramses II.

Dopo diversi intoppi, dovuti soprattutto all'ambiente sfavorevole in cui incappò, Belzoni riuscì finalmente nell'impresa. 

E così, si buttò a capofitto nella seconda grande spedizione, accompagnato da Henry Beechey, costretti entrambi a fronteggiare gli attentati di sabotaggio dell'antagonista Drovetti. L'avventuriero veneto mise le basi per i suoi successi a venire: rinvenne diversi reperti di valore a dir poco inestimabile, tra cui la statua del faraone Tumotsi III a Luxor, (oggi visibile al British Museum), scoprì l'accesso alla piramide di Chefren (battendo sul tempo Dovrinetti)e la tomba del faraone della XIX dinastia Sethi I, con undici stanze affrescate ed un sarcofago in alabastro finemente scolpito... e molto altro ancora.

La sua carriera era al culmine, le sue frequentazioni londinesi prestigiose ed altolocate. A Piccadilly venne inaugurata una mostra in suo onore e l'editore John Murray pubblicò un libro sulla sua vita, Narrative of the Operations and Recent discoveries in Egypt and Namibia, illustrato dallo stesso Belzoni.

Nel 1821 entra a far parte della massoneria. Purtroppo il comportamento del British Museum, che lo considerava poco di più che un avventuriero (ma i cui ritrovamenti riempirono le teche dello stesso museo), e le incomprensioni col fratello Francesco accesero in lui il desiderio di ripartire verso nuove avventure.

 

L'ultimo obiettivo che si prefissò fu di raggiungere Timbuktu, città ai confini del mondo e dalla quale nessun europeo era più tornato indietro. E' proprio in questo viaggio che Belzoni morì a Gwato, in Benin, a causa di una dissenteria. Aveva solo 45 anni.

 

Giovanni Battista Belzoni ha compiuto molte importanti scoperte in Egitto e, nonostante i metodi poco ortodossi, è una grande perdita aver dimenticato, con così grande facilità, le gesta di questo avventuriero.

Le sue scoperte ed esperienze sono comparabili quasi esclusivamente ad Indiana Jones che, per la precisione, è solamente una controfigura cinematografica di questo padovano esistito veramente.

Un aspetto di certo è da tenere in considerazione: leggere il suo "romanzo" di vita è come fare un salto nella nostra infanzia, quando le scoperte di tesori e sarcofagi lasciavano nella mente la voglia di sognare e di avventura.

Spero vivamente che in futuro la sua figura di eroe possa ispirare nuovi sogni e nuovi "piccoli" esploratori a vivere nella fantasia. In fondo, cos'è la realtà senza la fantasia?

 

Laura

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