Le vostre belle, bellissime storie di viaggio

Sabato scorso, come sa già chi ci segue sulla pagina Facebook, abbiamo partecipato al festival It.a.cà nella sua tappa riminese. Per l'occasione avevamo creato un piccolo concorso, Storie di viaggio: chiunque poteva raccontare un aneddoto, una storia, un'esperienza vissuta in viaggio, inviandoci il testo prima dell'evento oppure fermandosi a scriverlo al nostro stand a Rimini. Ecco, noi ci siamo emozionate tanto a leggere ognuno dei racconti ricevuti. Ci ha emozionato l'entusiasmo che ci avete dimostrato. Ci avete portato in Argentina, in Amazzonia, in Giappone, Sicilia, Basilicata, Trentino, Toscana, Nepal, Irlanda, Siria, Tunisia, e ognuno di questi posti era indicato sulla cartina geografica in bella vista al nostro stand. I passanti hanno letto le vostre pagine, sorridendo, chiedendoci di più, incuriositi. Ogni storia che avete scritto ha in sé qualcosa di grande , di intimo, di speciale. Qualcuno ci ha ringraziato, perché gli abbiamo permesso di tirare fuori ricordi, di ripensare ai posti vissuti, di rivivere sensazioni, di mettere su carta quella certa storia che aveva in mente da un po' ma si sa, pensiamo sempre che tanto poi ci sarà tempo per fare certe cose e le rimandiamo. E invece siamo noi che ringraziamo voi, dal profondo dei nostri cuoricini felici, e credeteci quando vi diciamo che avremmo voluto vinceste tutti, perché ognuno ha scritto una storia bellissima!
Però avevamo annunciato tre vincitori e, quindi, che tre siano :) E sono in tre ad avere l'onore (!!!) di essere qui pubblicati.
La scelta è stata difficile davvero, per cui abbiamo cercato di affidarci a criteri più o meno oggettivi. Abbiamo deciso che i tre vincitori siano ex-aequo, quindi l'elenco è del tutto casuale. Buona lettura allora, complimenti ai vincitori, e grazie grazie grazie a tutti voi che avete partecipato! Noi abbiamo già in mente il prossimo contest, ci sarete?? 

 

1. La prima storia è di Antoaneta Simionescu, una donna dagli occhi grandi e belli. Abbiamo scelto lei perché ci racconta un viaggio insolito, lo fa con la semplicità e la spontaneità di chi si mette in gioco in una lingua diversa dalla nostra e si inserisce nel contesto di "migranti e viaggiatori" di It.a.cà. 

 

ANTOANETA SIMIONESCU: Il mio nome è scritto nel libro della vita 

Essere una donna emigrante è un continuo viaggio che può generare disagi, conflitti, separazioni, lutti, frustrazioni, sofferenze e dolori. Il percorso migratorio crea, infatti, una spaccatura nel percorso della vita, come immigrati si è sempre discriminato nella quotidianità, giudicati per il colore della pelle o perché si ruba il lavoro agli italiani. Gli emigrati sono visti come diversi, ma non sono così diversi, sono esseri umani, hanno emozioni, sentimenti, bisogni come tutti noi.
Avere la voglia di provare, di mettersi in gioco, imparare a socializzare, relazionarsi, confrontarsi, crescere, incontrando persone come fragranze diverse, può distribuire ricchezza alla comunità.
Il 25.08.1990 siamo arrivati in Italia, all'aeroporto di Fiumicino, io, mia figlia e mio marito, ci siamo accampati vicino al posto di polizia, abbiamo messo a terra cartoni, vestiti e abbiamo cercato di riposare. Eravamo una famiglia senza tetto, ma in quel momento l'universo ci ha protetto.
E stata un'esperienza traumatica, non si dimentica mai.
Ci sono stati tanti momenti in cui mi sono persa, ho perso tutto quello che avevo, lavoro, casa, orgoglio, maschere, aspettative. E così andando avanti la mia vita è stata scandita dal tempo, è stata vissuta nel bene e nel male in modo intenso. Non ci sono voluti molti anni per capire che in ogni istante tutto può cambiare all'improvviso. Oggi vivo l'attimo fuggente. Qui e ora.

 

2. La seconda storia è di Dario Merighi, che ci porta con maestria nella splendida Siria e ci ricorda alcune delle meraviglie che abbiamo perduto per la nostra grettezza di umani. Inutile dire che siamo state profondamente colpite dall'attualità del racconto.

 

DARIO MERIGHI: I fuochi di Damasco

All'ambasciata italiana di Damasco ci accoglie il viceconsole che si prodiga in abbracci verso M. A me dà la mano fuggevolmente. "M. sai che diventi sempre più bona!" Con quell'accento ostentatamente romanesco, una persona già spiacevole all'apparenza si fa ancor più viscido.
"Me so' rotto li ... de sti burini eddé sto paese ... Eh! Quanno stavo all'ambasciata de Rio! Ahò che paese er Brasile, trombavo come un riccio. Poi m'ano buttato in sto' paese de ignoranti che se guardi er ... de una de loro er marito minimo te accorterra e poi te chiede che guardi!"
Se un incarico all'ambasciata di Damasco è considerata una battuta di arresto nella carriera diplomatica, quel tipo non avrebbe sfigurato all'ufficio XI o XII del Ministero degli Esteri. Con una sottile metafora poi fece capire che il visto poteva pure provare a farlo arrivare sulla scrivania dell'ambasciatore se M. avesse accettato un invito a cena e un dopo a casa sua. Era chiaro che M. non era nuova a questa situazione perché non fece una piega alle non velate lusinghe.
Il viceconsole si ricordò quindi di me. "Lei, cosa desidera?" La forma di cortesia stonava in una persona di tale infima statura. Con parole semplici e pochi congiuntivi tentai di spiegargli la mia situazione "Ho una lettera del Ministero degli Esteri che mi conferma la vincita di una borsa di studio in Siria per tre mesi. Secondo questa lettera, dovevo rivolgermi all'Ufficio XI o XII del Ministero degli Esteri per consegnarmi il visto. Ho chiamato per 3 mesi ogni giorno ma la responsabile non si è mai resa disponibile. Quindi ho deciso di partire ugualmente confidando nell'ambasciata, che so essere in possesso della lista dei vincitori della borsa e quindi del relativo visto".
"E tu che ... ci fai qua?" . Appunto! Il tu si addiceva meglio a questo rappresentante della italianità nel mondo. "Il primo aereo per l'Italia parte stasera alle 6!" In quel momento ebbi la netta sensazione che l'uso dell'italiano, lingua che non masticava altrettanto bene quanto er romanesco de noartri, gli servisse a dare un carattere ufficiale e minatorio al suo imperativo.
Con questo il diplomatico si accomiatò. Né io né M. avevamo ottenuto ciò che speravamo.
Giorno 11 del mese di Ramadan, Anno 1416 dell'Egira. Giovedì 1 febbraio 1996 dell'era Cristiana.

Ieri ho concordato la tariffa col taxi collettivo. Stamattina sono sgattaiolato fuori di casa all'alba, facendo attenzione a non svegliare il padrone di casa che probabilmente è una spia dei muhabarat - la polizia segreta, che poi tanto segreta non è visto che le caserme portano l'insegna: Polizia Segreta. Sono scappato. Una breve fuga di una decina di giorni per visitare Aleppo, il sito archeologico di Dura Europos vicino a Deir Ez-Zor e Palmira, la città della regina Zenobia che osò sfidare l'impero Romano. Me ne sono andato senza avvisare la mia usteza, la mia professoressa dell'Istituto di Lingua Araba per Stranieri di Damasco. In quanto straniero residente, ho diritto ad un muhabarat tutto per me. Ascolta le mie rare telefonate ai miei genitori (sento la sua presenza mentre beve il chai, il tè), legge le lettere che ricevo. Quanto deve odiarmi per quelle frasi scritte in ferrarese quando si tratta degli escamotage per far entrare nel Paese i soldi che i miei mi mandano. Sono arrivato a Deir Ez-Zor nel tardo pomeriggio. Mi stendo su una brandina che non vede l'acqua dall'era dei Romani. Il bagno in comune è un buco nel pavimento comune.
Pieno Ramadan. Impossibile trovare da mangiare durante il giorno. Bevo litri e litri di tè nascosto dietro i cartelli stradali insieme ai vigili armati di Kalashnikov.
Mi alzo che è ancora buio. Trovo un passaggio per Dura Europos in mezzo ad un nulla di terra brulla. Solo una strada coronata da tralicci della luce o del telefono. Dura Europos, città sul fiume Eufrate dei sussidiari che sta ancora lì. Il guardiano, un vecchio arzillo che imbraccia un fucile Beretta, per poche lire mi fa fare un giro del sito sulla sua moto. E' quasi sera. Mi offre di condividere il suo giaciglio per la notte. Ci penso meno di un attimo e declino gentilmente l'invito. Ma è Ramadan. Non ci sono mezzi. Indicando un punto inesistente all'orizzonte, mi dice che lì, a 15 km, c'è una stazione di benzina abbandonata. Se riesco ad arrivarci prima del buio, devo passarci la notte. Sul tetto. Per evitare i cani randagi.
Sono finalmente a Palmira, un'oasi verde nel deserto di sabbia gialla. Non mangio da più di tre giorni ormai: la notte quando avrei potuto, ho preferito viaggiare per risparmiare sull'albergo. E' sempre Ramadan, febbraio. Bassa stagione turistica. Tutti i mata'am, i ristoranti, sono chiusi. In giro non c'è anima viva. Solo il vento che sibila tra le colonne abbandonate della regina. Entro nell'unico posto con le serrande alzate. All'interno due ragazzi. Spero nella loro comprensione di fronte alla fame di un loro coetaneo. Quando si rendono conto che sono straniero e quindi non un pessimo musulmano, mi preparano un riso al cardamomo e pollo. Ne mangio così tanto che per poco svengo. Palmira è un'oasi dello spirito, come Ma'alula. Ci sto bene e mi fermo parecchio. Non saprei dire quanto. Durante il giorno me ne vado a zonzo tra le tombe torri, il deserto e l'oasi. Aspetto il tramonto rosso fuoco, viola acceso, giallo ocra, blu elettrico, arancione psichedelico mentre scrocchia un carro con le ruote in legno, trainato da buoi pazienti. Scena immutata da millenni. Regalo due penne ad una famiglia di pastori. In cambio il figlio più piccolo si incarica di farmi da guida. La sera ceno coi due ragazzi e gioco a back gammon con un venditore di finte antichità. E' pieno di teste uniche della statua di Atena che rifila ai giapponesi.
Rientro finalmente a casa con la polvere della storia ancora tra i capelli che squilla il telefono: "Parlo con Dario?". Domanda ironica, tanto lo so che mi aspettavi! Penso...
"Dove sei stato?"
"Chi hai visto?"
"Con chi hai parlato?"
"Cos'hai fotografato?"

Rinuncio alla doccia. Mi siedo e rispondo con pazienza. 
"Domani vieni in caserma. Tu sai dov'è. Dobbiamo farti altre domande!"
Sono così pigri che non hanno nemmeno voglia di venire a prendermi.

Oggi la cittadella di Aleppo che aveva resistito ai Crociati è distrutta. Il suo mercato coperto, il più grande del mondo, non c'è più. Deir Er-Zor rasa al suolo. Spero che i ragazzi e  i pastori ce l'abbiano fatta.

La città, la nostra storia, è ormai perduta.

 

3. Last but not least, Giovanna Saba con il suo arrivo in Giappone, tutto lo stupore e la meraviglia. Questa storia ha ricevuto il maggior numero di like sulla pagina del contest, e ci è sembrato giusto premiarla anche (ma non soltanto) per questo motivo (no, non c'entra nulla il fatto che chi scrive abbia un debole per il Giappone :) )

 

GIOVANNA SABA: Ricordi della mia avventura nipponica

Era giugno 2005 quando presi quell'aereo da London Heathrow per Narita airport. Non ero certa di cosa avrei trovato in una città così grande e lontana come Tokyo. Io, una ragazza di 28 anni, cresciuta in un paese della Sardegna di 1200 abitanti, che va a vivere in un paese orientale con il suo ragazzo inglese. Era tutto una prova!! Arrivammo lì di notte, la signora che venne a prenderci in aeroporto ci portò nel nostro appartamento, fu subito shock!! Una stanza di 10 mq, con un tavolino, niente sedie, un mini soppalco con un letto singolo, una sorta di cucina con lavandino nell'ingresso e un mini bagno tutto di plastica. Prima notte, jet lag, scossa di terremoto e tifone, niente male come inizio!! Ovviamente non fui in grado di chiamare in Italia perché non riuscimmo a capire il funzionamento del telefono pubblico.
Ancora oggi, dopo 10 anni, non c'è giorno in cui non riviva un momento della mia vita a Tokyo, che sia sul treno mentre torno da lavoro e i vicini mi dormono sulla spalla, mentre quello davanti si scaccola, i pranzi veloci davanti a una bowl di soba, le passeggiate nei centri commerciali, nel reparto cibo, come amavo vedere quel cibo così bello agli occhi, per poi scoprire che la maggior parte delle volte era insapore. Le passeggiate nel fine settimana in bicicletta alla scoperta dei diversi quartieri.

La prima volta al tempio Meiji jingu, fantastico, emozionante. Mi sentivo minuscola vicino a quella immensa porta. Il suono delle cicale nei pomeriggi estivi, proprio quelle che senti nei cartoni di Miyazaki. La prima volta a Kamakura, vedere il mare dopo mesi, bellissimo!! I templi su nella collina, le persone che ci chiedono di posare accanto alle miriadi di piccole statue per fare delle foto, come fossimo degli esemplari rari di esseri umani.
L'esperienza all'onsen dove scopro che ai bagni si va completamente nudi!! Decisamente un'esperienza rigenerante ma anche un po' imbarazzante.

E' stato certo un paese che ho odiato e amato e che mi ha segnato. Ho conosciuto persone fantastiche e persone stranissime.

Vorrei essere in grado di trasmettervi le emozioni che ancora oggi provo parlando della mia vita a Tokyo, ma non sono brava a scrivere.

Volevo solo darvi un accenno di ciò che è stato l'inizio della mia avventura in Asia e che è continuata per un po' di anni, lasciando nella mia memoria ricordi indelebili. Viaggiate perchè rende le persone più ricche e forti, mi sento fiera di me stessa per aver avuto il coraggio di lasciare la Sardegna nel 2004 e partire per nuove avventure nel mondo. Oggi mi ritrovo con uno scrigno di ricordi che pian piano farò conoscere alle mie figlie, sperando che anche loro un giorno spiccheranno il volo alla scoperta del mondo.

 

 




 

 

 

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Giovanna (mercoledì, 25 maggio 2016 21:43)

    Grazie per queste storie, grazie per averci dato la possibilita' di mettere su carta emozioni che personalmente fino ad ora ho sempre cercato di esprimere verbalmente o di custodirle dentro di me. Leggendo le altre storie ho viaggiato e mi sono emozionata con loro. In bocca al lupo ragazze!!

  • #2

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