Tra i sentieri della Vena del Gesso

La stagione perfetta per andarci è certamente la primavera, ma anche di questi tempi si può approfittare delle belle giornate e del caldo anomalo per spingersi fino al Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola per godere dei suoi innumerevoli panorami, dei suoi incantevoli colori e delle sue bellezze naturali. La Vena è la dorsale di solfato di calcio che affiora per una ventina di chilometri, si interseca tra le vallate dei fiumi Santerno, Senio, Sintria, Lamone e che attraversa diversi comuni tra la provincia di Bologna e quella di Ravenna.

Le entrate del parco sono diverse. Io sono arrivata da Brisighella, ho percorso la salita oltre il suo centro storico, passando dietro alla Rocca, alla Torre dell’Orologio e superando il cancello che conduce al Monastero.  Poche curve per uscire dal paese e ritrovarsi immediatamente circondati da boschi, vallate, prati coltivati e non, orizzonte a perdita d’occhio. Ne avevo sentito parlare, ma non pensavo che a poche decine di chilometri dal capoluogo emiliano avrei trovato una dimensione così tranquilla come quella a cui mi hanno abituato le Prealpi lombarde quando ero piccola.

I sentieri sono segnalati e ce n’è per tutti i gusti. Io ho cercato di concentrare più cose tutte in un giorno spinta dalla curiosità e dal fascino inaspettato, anche se l’ideale sarebbe fare un percorso alla volta per godersi appieno ogni singola meraviglia. Tra le varie opzioni si può scegliere di salire fino al monte di Rontana dove un esperto mi ha raccontato che l’antico castello medievale è stato riportato alla luce da recentissimi scavi archeologici, si tratta di un vero e proprio villaggio fortificato, che centinaia di anni fa è stato costruito proprio in quel luogo strategico per ovvi motivi di difesa.

Un’altra soluzione potrebbe essere interpellare una guida speleologica per addentrarsi nella grotta Tenaccia alla scoperta dei suoi bui cunicoli che nascondono importanti fenomeni carsici. Io non sono esperta di archeologia e tantomeno di speleologia, ma  la natura mi appassiona e durante questa passeggiata ho scoperto che i fenomeni carsici non sono altro che quei processi idrologici e morfologici che si svolgono negli anni soprattutto sulle rocce solubili, e in questo caso specifico composte appunto da solfato di calcio. Il complesso ha uno sviluppo di oltre 2 chilometri, ma il pubblico può addentrarsi per circa 500 metri, ovviamente sempre accompagnato e soprattutto non d’inverno… rispettiamo il letargo dei pipistrelli!

Uno dei percorsi più suggestivi rimane certamente quello lungo il filo della dorsale di solfato di calcio cristallizzato e stratificato in imponenti bancate; la ricchezza del paesaggio riempie gli occhi, da un parte i crinali verdi e azzurrini che sfumano sulla linea dell’orizzonte, dall’altra la fascia bassa degli aridi calanchi, oltre i quali si estende una pianura lattescente di case e paesi, bordata dalla linea del mare che è possibile vedere nelle giornate più limpide. Uno spettacolo difficile da tradurre in parole, molto meglio viverlo di persona.

Di cose da raccontare sulla vita di questo parco ce ne sarebbero a bizzeffe; solo per fare un esempio, potrei citarvi alcuni esemplari di animali che potreste incontrare in una di queste escursioni: alcune specie di rapaci diurni e notturni nidificati come il falco pellegrino o il gufo reale; ma potreste anche rinvenire i lunghi aculei dell’istrice che lascia traccia con le sue escavazioni. Quel giorno purtroppo io ho scorto solo impronte di cinghiale…e a dire la verità mi sono defilata e ho velocemente raggiunto il resto del gruppo.

Il paesaggio vegetale è stato fortemente influenzato dalla formazione gessosa-solfifera del terreno, sviluppando il microclima delle quattro vallate di cui parlavo all’inizio, quindi la vegetazione è molto varia e a tratti boschiva.

 

La prossima volta ci tornerò con la bicicletta per seguire uno degli itinerari ciclabili predisposti del parco. Poi vi racconterò com’è andata. Di sicuro mi fermerò a mangiare di nuovo gli strozzapreti col sugo di salsiccia che mi hanno cucinato a Ca’ Carnè, centro visite specializzato ma anche rifugio del parco.

 

Stefania

 

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Commenti: 1
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